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Abuso edilizio


ABUSO EDILIZIO  
(www.urbium.it - 28 ottobre 2011)


a cura dell'avv. Marco Antoniol e della redazione di www.urbium.it (la rivista dell'edilizia e dell'urbanistica)

 


1. Definizione di abuso edilizio | 2. La repressione dell'abuso edilizio: inquadramento sistematico | 3. La repressione dell'abuso edilizio in termini di vigilanza sull'attività urbanistico-edilizia  | 4. L'abuso edilizio come assenza del permesso di costruire, totale difformità o variazioni essenziali | 5. Altre forme di abusi edilizi | 6. Approfondimenti sugli abusi edilizi. | 7. Estratti di giurisprudenza sugli abusi edilizi



1. Definizione di abuso edilizio



Per «abuso edilizio» si intende, in generale, l'intervento edilizio eseguito in assenza del titolo edilizio richiesto, in totale difformità dallo stesso o con variazioni essenziali.

Si tratta dunque di figura eterogenea, che comprende tipologie di abuso edilizio assai diverse tra loro.

In ogni caso, l'abuso edilizio si distingue dal c.d. «illecito paesaggistico», sul quale cfr. M. Antoniol, «La prescrizione degli illeciti paesaggistici», in www.urbium.it.



2. La repressione dell'abuso edilizio: inquadramento sistematico
 


E' noto che l'ordinamento ha interesse alla repressione degli abusi edilizi, anche minimi (si veda M. Antoniol, «Scale esterne e distanze legali», in www.urbium.it) che spesso impediscono , prima della loro demolizione, l'applicazione dei benefici ordinariamente concessi dalla legge (cfr. M. Ragazzo, «Il Piano casa del Veneto», in www.urbium.it). La repressione può però avvenire con differenti modalità, a seconda delle concrete caratteristiche che contraddistinguono il singolo abuso edilizio. Le differenti modalità di repressione dipendono in larga parte dalla disomogeneità delle fonti che si sono succedute in passato in tema di abusi edilizi. Di tale disomogeneità rimane traccia anche nel testo unico sull'edilizia (DPR 380/01 riportato nell'area normativa di www.urbium.it), il cui titolo IV, dedicato a «vigilanza sull'attività urbanistico-edilizia, responsabilità e sanzioni», affronta il tema dell'abuso edilizio in modo non sempre coerente.
 


3. La repressione dell'abuso edilizio in termini di vigilanza sull'attività urbanistico-edilizia



La prima forma di repressione è disciplinata dall'art. 27, rubricato « vigilanza sull'attività urbanistico-edilizia», che riprende ed aggiorna l'art. 4 della legge 28 febbraio 1985, n. 47 e, nella versione vigente, così dispone:
« 1. Il dirigente o il responsabile del competente ufficio comunale esercita, anche secondo le modalità stabilite dallo statuto o dai regolamenti dell'ente, la vigilanza sull'attività urbanistico-edilizia nel territorio comunale per assicurarne la rispondenza alle norme di legge e di regolamento, alle prescrizioni degli strumenti urbanistici ed alle modalità esecutive fissate nei titoli abilitativi.
2. Il dirigente o il responsabile, quando accerti l'inizio o l'esecuzione di opere eseguite senza titolo su aree assoggettate, da leggi statali, regionali o da altre norme urbanistiche vigenti o adottate, a vincolo di inedificabilità, o destinate ad opere e spazi pubblici ovvero ad interventi di edilizia residenziale pubblica di cui alla legge 18 aprile 1962, n. 167, e successive modificazioni ed integrazioni, nonché in tutti i casi di difformità dalle norme urbanistiche e alle prescrizioni degli strumenti urbanistici, provvede alla demolizione e al ripristino dello stato dei luoghi. Qualora si tratti di aree assoggettate alla tutela di cui al regio decreto 30 dicembre 1923, n. 3267, o appartenenti ai beni disciplinati dalla legge 16 giugno 1927, n. 1766, nonché delle aree di cui al decreto legislativo 29 ottobre 1999, n. 490, il dirigente provvede alla demolizione ed al ripristino dello stato dei luoghi, previa comunicazione alle amministrazioni competenti le quali possono eventualmente intervenire, ai fini della demolizione, anche di propria iniziativa. Per le opere abusivamente realizzate su immobili dichiarati monumento nazionale con provvedimenti aventi forza di legge o dichiarati di interesse particolarmente importante ai sensi degli articoli 6 e 7 del D.Lgs. 29 ottobre 1999, n. 490, o su beni di interesse archeologico, nonché per le opere abusivamente realizzate su immobili soggetti a vincolo o di inedificabilità assoluta in applicazione delle disposizioni del titolo II del D.Lgs. 29 ottobre 1999, n. 490, il Soprintendente, su richiesta della regione, del comune o delle altre autorità preposte alla tutela, ovvero decorso il termine di 180 giorni dall'accertamento dell'illecito, procede alla demolizione, anche avvalendosi delle modalità operative di cui ai commi 55 e 56 dell'articolo 2 della legge 23 dicembre 1996, n. 662.
3. Ferma rimanendo l'ipotesi prevista dal precedente comma 2, qualora sia constatata, dai competenti uffici comunali d'ufficio o su denuncia dei cittadini, l'inosservanza delle norme, prescrizioni e modalità di cui al comma 1, il dirigente o il responsabile dell'ufficio, ordina l'immediata sospensione dei lavori, che ha effetto fino all'adozione dei provvedimenti definitivi di cui ai successivi articoli, da adottare e notificare entro quarantacinque giorni dall'ordine di sospensione dei lavori. Entro i successivi quindici giorni dalla notifica il dirigente o il responsabile dell’ufficio, su ordinanza del sindaco, può procedere al sequestro del cantiere.
4. Gli ufficiali ed agenti di polizia giudiziaria, ove nei luoghi in cui vengono realizzate le opere non sia esibito il permesso di costruire, ovvero non sia apposto il prescritto cartello, ovvero in tutti gli altri casi di presunta violazione urbanistico-edilizia, ne danno immediata comunicazione all'autorità giudiziaria, al competente organo regionale e al dirigente del competente ufficio comunale, il quale verifica entro trenta giorni la regolarità delle opere e dispone gli atti conseguenti».



4. L'abuso edilizio come assenza del permesso di costruire, totale difformità o variazioni essenziali


 
L'abuso edilizio è poi oggetto della normativa dettata dall'art. 31 - rubricato «interventi eseguiti in assenza di permesso di costruire, in totale difformità o con variazioni essenziali» (per un approfondimento sugli abusi edilizi si veda M. Antoniol, «La tardiva comunicazione del permesso di costruire», in www.urbium.it). La norma - che si pone in linea di continuità con l'art. 7 della citata legge 47/85 - così dispone:
« 1. Sono interventi eseguiti in totale difformità dal permesso di costruire quelli che comportano la realizzazione di un organismo edilizio integralmente diverso per caratteristiche tipologiche, planovolumetriche o di utilizzazione da quello oggetto del permesso stesso, ovvero l'esecuzione di volumi edilizi oltre i limiti indicati nel progetto e tali da costituire un organismo edilizio o parte di esso con specifica rilevanza ed autonomamente utilizzabile.
2. Il dirigente o il responsabile del competente ufficio comunale, accertata l'esecuzione di interventi in assenza di permesso, in totale difformità dal medesimo, ovvero con variazioni essenziali, determinate ai sensi dell'articolo 32, ingiunge al proprietario e al responsabile dell'abuso la rimozione o la demolizione, indicando nel provvedimento l'area che viene acquisita di diritto, ai sensi del comma 3.
3. Se il responsabile dell'abuso non provvede alla demolizione e al ripristino dello stato dei luoghi nel termine di novanta giorni dall'ingiunzione, il bene e l'area di sedime, nonché quella necessaria, secondo le vigenti prescrizioni urbanistiche, alla realizzazione di opere analoghe a quelle abusive sono acquisiti di diritto gratuitamente al patrimonio del comune. L'area acquisita non può comunque essere superiore a dieci volte la complessiva superficie utile abusivamente costruita.
4. L'accertamento dell'inottemperanza alla ingiunzione a demolire, nel termine di cui al comma 3, previa notifica all'interessato, costituisce titolo per l'immissione nel possesso e per la trascrizione nei registri immobiliari, che deve essere eseguita gratuitamente.
5. L'opera acquisita è demolita con ordinanza del dirigente o del responsabile del competente ufficio comunale a spese dei responsabili dell'abuso, salvo che con deliberazione consiliare non si dichiari l'esistenza di prevalenti interessi pubblici e sempre che l'opera non contrasti con rilevanti interessi urbanistici o ambientali.
6. Per gli interventi abusivamente eseguiti su terreni sottoposti, in base a leggi statali o regionali, a vincolo di inedificabilità, l'acquisizione gratuita, nel caso di inottemperanza all'ingiunzione di demolizione, si verifica di diritto a favore delle amministrazioni cui compete la vigilanza sull'osservanza del vincolo. Tali amministrazioni provvedono alla demolizione delle opere abusive ed al ripristino dello stato dei luoghi a spese dei responsabili dell'abuso. Nella ipotesi di concorso dei vincoli, l'acquisizione si verifica a favore del patrimonio del comune.
7. Il segretario comunale redige e pubblica mensilmente, mediante affissione nell'albo comunale, i dati relativi agli immobili e alle opere realizzati abusivamente, oggetto dei rapporti degli ufficiali ed agenti di polizia giudiziaria e delle relative ordinanze di sospensione e trasmette i dati anzidetti all'autorità giudiziaria competente, al presidente della giunta regionale e, tramite l'ufficio territoriale del governo, al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti.
8. In caso d'inerzia, protrattasi per quindici giorni dalla data di constatazione della inosservanza delle disposizioni di cui al comma 1 dell'articolo 27, ovvero protrattasi oltre il termine stabilito dal comma 3 del medesimo articolo 27, il competente organo regionale, nei successivi trenta giorni, adotta i provvedimenti eventualmente necessari dandone contestuale comunicazione alla competente autorità giudiziaria ai fini dell'esercizio dell'azione penale.
9. Per le opere abusive di cui al presente articolo, il giudice, con la sentenza di condanna per il reato di cui all'articolo 44, ordina la demolizione delle opere stesse se ancora non sia stata altrimenti eseguita.
9-bis. Le disposizioni del presente articolo si applicano anche agli interventi edilizi di cui all'articolo 22, comma 3».



5. Altre forme di abusi edilizi


 
Gli articoli successivi dettano peraltro discipline parzialmente difformi:
1)            Se la difformità è soltanto parziale si applica l'art. 34;
2)            Se l'abuso edilizio consiste in una illecita ristrutturazione edilizia si applica l'art. 33, dedicato agli «interventi di ristrutturazione edilizia in assenza di permesso di costruire o in totale difformità»;
3)            Se l'intervento non richiede il permesso di costruire ma la DIA, al relativo abuso edilizio si applica l'art. 37, dedicato agli «interventi eseguiti in assenza o in difformità dalla denuncia di inizio attività e accertamento di conformità»: si veda a questo proposito M. Ragazzo, «L'Autotutela amministrativa in relazione alla denuncia di inizio attività» in www.urbium.it, nonché R. Gisondi, «D.i.a. ed accertamento autonomo: il Consiglio di Stato separa l'interesse legittimo dal potere», in www.urbium.it e soprattutto F. Doro, «SCIA e DIA», Exeo edizioni, Padova, ottobre 2010.
4)            Se l'abuso edilizio consiste in una vera e propria lottizzazione abusiva - formale o materiale - si applica l'art. 30: per un approfondimento del problema della confisca dell'area abusivamente lottizzata si veda F. Doro: «La confisca delle aree abusivamente lottizzate alla luce della più recente giurisprudenza» in www.urbium.it.
5)            Se l'abuso edilizio è realizzato su proprietà pubblica si applica l'art. 35;
6)            Se l'abuso edilizio è frutto di un permesso di costruire annullato si applica l'art. 38.



6. La repressione penale dell'abuso edilizio


Della repressione penale degli abusi edilizi si applica principalmente l'art. 44 d.P.R. 380/2001, che così dispone:

«1. Salvo che il fatto costituisca più grave reato e ferme le sanzioni amministrative, si applica:
a) l'ammenda fino a 20658 euro per l'inosservanza delle norme, prescrizioni e modalità esecutive previste dal presente titolo, in quanto applicabili, nonché dai regolamenti edilizi, dagli strumenti urbanistici e dal permesso di costruire;
b) l'arresto fino a due anni e l'ammenda da 10328 a 103290 euro nei casi di esecuzione dei lavori in totale difformità o assenza del permesso o di prosecuzione degli stessi nonostante l'ordine di sospensione;
c) l'arresto fino a due anni e l'ammenda da 30986 a 103290 euro nel caso di lottizzazione abusiva di terreni a scopo edilizio, come previsto dal primo comma dell'articolo 30. La stessa pena si applica anche nel caso di interventi edilizi nelle zone sottoposte a vincolo storico, artistico, archeologico, paesistico, ambientale, in variazione essenziale, in totale difformità o in assenza del permesso.
2. La sentenza definitiva del giudice penale che accerta che vi è stata lottizzazione abusiva, dispone la confisca dei terreni, abusivamente lottizzati e delle opere abusivamente costruite. Per effetto della confisca i terreni sono acquisiti di diritto e gratuitamente al patrimonio del comune nel cui territorio è avvenuta la lottizzazione. La sentenza definitiva è titolo per la immediata trascrizione nei registri immobiliari.
2-bis. Le disposizioni del presente articolo si applicano anche agli interventi edilizi suscettibili di realizzazione mediante denuncia di inizio attività ai sensi dell'articolo 22, comma 3, eseguiti in assenza o in totale difformità dalla stessa».

Sul tema si rinvia a E. Gentile, «Le sanzioni penali nell'edilizia», Padova, Luglio 2011.



7. Approfondimenti sugli abusi edilizi.



In relazione ad ogni tipologia di abuso edilizia si rinvia più in generale a F. Doro, «SCIA e DIA», Exeo edizioni, Padova, ottobre 2010: prendendo spunto da una delle categorie di abuso edilizio più rilevanti sul piano quantitativo e concettuale, l'Autore passa infatti in rassegna tutte le tipologie di abuso edilizio, soffermandosi in modo esaustivo su ognuna di esse.
 

 
8. Estratti di giurisprudenza sugli abusi edilizi
 


T.A.R. Lombardia Brescia Sez. I, Sent., 27-07-2011, n. 1205: «Preliminarmente il Collegio procede alla riunione dei ricorsi all'esame, i quali possono essere decisi con un'unica sentenza, in quanto diretti nei confronti dei medesimi atti. Invero, nei ricorsi n. 1159/08, n. 1162/08, n. 1163/08 e n. 1164/08 sono impugnati (cfr. le epigrafi dei ricorsi): 1) il provvedimento di irrogazione di sanzione pecuniaria prot. n.12191 del 13.8.2008; 2) l'allegata relazione tecnica dell'Agenzia del Territorio, prot. n. 7633/08140 del 24.6.2008, con la quale viene quantificato l'asserito valore delle opere abusive sanzionate; 3) (se ed in quanto occorrer possa) la nota comunale prot. n. 5390 in data 8.4.2008. Con il ricorso n. 3/09 sono impugnati (cfr. l'epigrafe del ricorso): il provvedimento 13.08.2008, prot. n. 12121, conosciuto dalla ricorrente in data 30.10.2008 (comunicazione 29.10.2008, prot. n. 10086 del Comune), adottato dal Responsabile dell'Area Tecnica del Comune di Erbusco Arch. C.M., con il quale è stata "determinata e irrogata sanzione pecuniaria amministrativa" per importo di euro 1.027.740,00 per abuso edilizio posto in essere in via Bellavista di Erbusco, nonché di ogni altro atto o provvedimento pregresso, connesso e/o dipendente ed in particolare del verbale di sopralluogo del 12.03.2008 e della nota 08.04.2008, prot. n. 5390 (richiamata nel provvedimento impugnato), e della determinazione 24.06.2008, prot. n. 7633/08 - 140 dell'Agenzia del Territorio di Brescia. Detti atti costituiscono la parte finale di una articolata e complessa fattispecie, che deve essere preliminarmente ricapitolata. B. F., B. G.M., B. G.B., F.G., P.M. - imprenditori agricoli a titolo principale, titolari di azienda agricola - in data 24.1.2002 ottenevano (in esecuzione di ordinanza cautelare n. 813 del 16.11.2001 di questa Sezione distaccata TAR) concessione edilizia avente per oggetto la realizzazione di una struttura, articolata su due piani interrati e due sopraelevati, per superficie di mq. 2.226,09. In data 30.6.2006, gli stessi presentavano istanza - assunta al prot. n. 9621 del Comune - volta ad ottenere permesso per variante in sanatoria, precisando che "l'opera deve essere valutata ai sensi degli artt. 59 e 60 della l.r. n. 12/05 che prevale nelle zone E sui regolamenti edilizi e d'igiene". Il Comune di Erbusco accertava, con verbale in data 3.8.2006, a seguito di sopralluogo effettuato il 10.7.2006, l'avvenuta realizzazione di opere in difformità dalla concessione, con la realizzazione - a fronte di una s.l.p. autorizzata di mq. 2.226,09 - di una struttura avente superficie di mq. 3.027,95 con un" eccedenza di mq. 801,46. Con nota 19.9.2006, il Comune preannunciava -ex art. 10bis L. n. 241/90 - il diniego, al quale controdeducevano, con nota del 30.9.2006, i richiedenti. In data 26.1.2006 l'Amministrazione emetteva il provvedimento di diniego di rilascio di permesso in variante in sanatoria, che i B. - F.- P. impugnavano avanti a questa Sezione con il ric. n. 29/2007 RG, che veniva definito con la sentenza di rigetto n. 376/2011, depositata il 3.3.2011. Frattanto il Comune emetteva l'atto 8.4.2008 n. 5390, con il quale avvisava i proprietari che, a seguito del diniego, avrebbe assunto provvedimenti sanzionatori. In tale atto si affermava che: "Le opere abusivamente realizzate sono in parziale difformità dai titoli autorizzativi rilasciati nel corso degli anni e pertanto soggiacciono alle disposizioni di cui all'articolo 34 del D.P.R. 380/2001 che così recita: 1. Gli interventi e le opere realizzati in parziale difformità dal permesso di costruire sono rimossi o demoliti a cura e spese dei responsabili dell'abuso entro il termine congruo fissato dalla relativa ordinanza del dirigente o del responsabile dell'ufficio. Decorso tale termine sono rimossi o demoliti a cura del comune e a spese dei medesimi responsabili dell'abuso. 2. Quando la demolizione non può avvenire senza pregiudizio della parte eseguita in conformità, il dirigente o il responsabile dell'ufficio applica una sanzione pari al doppio del costo di produzione, stabilito in base alla legge 27 luglio 1978, n. 392, della parte dell'opera realizzata in difformità dal permesso di costruire, se ad uso residenziale, e pari al doppio del valore venale, determinato a cura della agenzia del territorio, per le opere adibite ad usi diversi da quello residenziale. Ritenuto che la demolizione delle opere abusivamente realizzate comprometterebbe la sicurezza statica delle opere realizzate in maniera conforme, si ritiene di procedere con la determinazione della sanzione prevista dal comma 2 del medesimo articolo. Tuttavia, poiché la destinazione d'uso dell'immobile e in parte residenziale in parte produttiva, si comunica che si dovrà procedere nel seguente modo: 1. Per la porzione di immobile realizzato abusivamente destinate alla residenza dell'imprenditore agricolo lo scrivente servizio determinerà la sanzione pecuniaria pari al doppio del costo di produzione stabilito in base alla legge 392/78; 2. Per la porzione di immobile realizzato abusivamente destinate all'attività produttiva agricola, in data odierna la pratica è stata trasmessa all'agenzia del territorio di Brescia, affinché determini valore venale dell'immobile a seguito delle opere realizzate senza titolo". Infine, con il provvedimento in data 13.8.2008, il Comune di Erbusco ha provveduto alla determinazione ed irrogazione della sanzione amministrativa ai sensi dell'articolo 34 del D.P.R. 380/01. Il provvedimento è così articolato: A) richiama il diniego definitivo al permesso di costruire in sanatoria emesso in data 26.10.2006 prot. n. 15651, la DIA depositata il 29.10.2007 prot. n. 15833 per l'esecuzione delle opere dei adeguamento parziale alla concessione edilizia n. 120/2001 del 24.1.2002 e i verbali deI sopralluogHI effettuati dall'UTC il 10.7.2006 e il 12.3.2008, mediante i quali sono state quantificate le superfici in ampliamento abusivamente realizzate; B) afferma che le opere abusivamente realizzate sono in parziale difformità dai titoli autorizzativi rilasciati nel corso degli anni e pertanto soggiacciono alle disposizioni di cui all'art. 34 del D.P.R. 380/2001; C) ritiene - giusta le risultanze del sopralluogo del 12.3.2008 - che la demolizione delle opere abusivamente realizzate comprometterebbe la sicurezza statica delle opere realizzate in maniera conforme, di guisa che si può procedere alla determinazione della sanzione pecuniaria ai sensi del secondo comma del cit. art. 34; D) rileva che la destinazione d'uso dell'immobile abusivamente realizzato è in parte residenziale e in parte produttiva e che è stata richiesta all'Agenzia del Territorio di Brescia la determinazione del valore venale dell'immobile ad uso agricolo (cantina vitivinicola) e che questa - con atto in data 24.6.2008 prot. n. 7633/08/140 (allegato al provvedimento) - ha determinato il valore venale dell'immobile in euro 564.000,00; E) osserva che, avendo i B. provveduto a tamponare alcuni locali ai piani interrato primo e secondo, così precludendone l'accesso (ex DIA 29.10.2007) non è corretto computare anche le suddette porzioni di piano, come fatto dall'Agenzia del territorio, sicché deve essere scomputata la somma relativa, che ammonta a Euro 67.770,00, pervenendo a determinare il valore delle opere abusive a destinazione produttiva in Euro 496.441,00; F) richiama la determinazione dell'Area tecnica comunale 7.8.2008 (che viene allegata), la quale stabilisce il costo di produzione, ai sensi della L. 392/1978, della porzione residenziale in Euro 17.429,00; G) determina la sanzione in complessivi Euro 1.027.740,00, che pone in solido a carico di B.F., B.G.M., B.G.B., F.G., P.M., R.A., ditta V.F. e ditta F.M. Costruzioni di M.V. e G. SNC. Avverso detto atto (e a quelli ad esso presupposti) insorgono, da un lato, i destinatari della richiesta di pagamento della sanzione pecuniaria e, dall'altro, per ragioni opposte, la G. SRL. Quest'ultima, in punto di fatto, rappresenta quanto segue: 1) di essere proprietaria, in Censuario di Erbusco, di complesso immobiliare - residenza con adiacenze - individuato in Catasto con i mappali n. 45, 46, 98, 99 e 101 che si estende sino al limite della Strada Comunale di "Torbiato", al di là della quale esisteva un terreno, individuato in mappa con il mappale n. 50, di circa mq. 2.900 - di proprietà di B. F., B. Giambattista, B. G., F.G. e P.M., residenti in Adro - inserito dal P.R.G. in "zona E5 - boschiva e di rispetto ecologico", sulla quale, all'epoca dei fatti, era ammessa edificazione "di capanni per ricovero di attrezzi aventi volumetria massima di mc. 50" (P.R.G. approvato con D.G.R. n. 1905 del 31.10.2000); 2) che in data 16.5.2001, i B.F.- P. chiedevano al Comune di Erbusco rilascio di concessione edilizia per la realizzazione, su tale appezzamento di terreno, di una nuova costruzione (struttura dichiarata agricola, finalizzata allo stoccaggio dei prodotti derivanti dall'attività esercitata), avente una s.l.p. di mq. 2.226,09; 3) che la domanda è stata respinta dal Comune di Erbusco con provvedimento 12.7.2001 n.4161, in quanto il disposto dell'art.33 delle vigenti N.T.A. non consentiva detto intervento; diniego che i richiedenti impugnavano, con ricorso rubricato al n. 1127/2001 della Sezione, chiedendone l'annullamento, "previa disapplicazione" del disposto del citato art. 33 delle N.T.A., in quanto ritenuto "in contrasto con i principi di cui alla legge Regionale n. 93/80"; 4) che TAR Brescia, con ordinanza n. 813/2001 del 16.11.2001, accoglieva la domanda di sospensione e ordinava al Comune di Erbusco di "rideterminarsi" sulla domanda di concessione edilizia, previa "disapplicazione" del citato art. 33 delle N.T.A. 5) che il Comune di Erbusco, in seguito a tale ordinanza, rilasciava il 24.1.2002 prot. n. 4161/2001 la richiesta concessione edilizia; 6) che il Consiglio Comunale di Erbusco, con deliberazione n. 2 del 25.1.2002, (giorno successivo a quello del rilascio della concessione edilizia di cui sopra), adottava una variante alle N.T.A. per la edificazione in zona agricola, compresa la "E5 - boschiva e di rispetto ecologico" -, con la quale eliminava qualsiasi ipotesi di nuova edificabilità; e che detta variante veniva approvata dalla Giunta Regionale con atto n. VII/11786 del 23.12.2002, pubblicata sul BURL della Regione l'8.1.2003; 6) che in sede esecutiva del complesso immobiliare assentito dal Comune di Erbusco, veniva stravolto lo schema progettuale iniziale, apportando modifiche radicali con ampiamento "di superficie, di volumetria, di altezza e di destinazione", con aggiunta di un nuovo corpo di fabbrica, prospiciente alla residenza della Società G. SRL; 7) di aver rappresentato, con racc. A.R. 12.5.2006, al Sindaco del Comune di Erbusco e al Responsabile dell'Edilizia Privata l'avvenuta realizzazione di opere totalmente difformi da quanto autorizzato, sollecitando intervento ripristinatorio, anche in ragione del grave danno derivante alla sua residenza per effetto di detta mastodontica costruzione; 8) di aver invitato i titolari della concessione edilizia, con racc. A.R. del 16.6.2006, a sospendere ogni ulteriore intervento, evidenziando i danni già derivati alla proprietà per la violazione delle norme di "ornato pubblico" (aspetto panoramico, prospettico, paesaggistico) e di "quelle sostanziali" (distanza dalla strada pubblica, eccedenza volumetrica, altezza non ammessa, destinazione non conforme a quanto precisato in sede di richiesta), ma di non aver ricevuto alcuna risposta; 8) che il Responsabile dell'Area Tecnica del Comune di Erbusco, con nota 20.7.2006, prot. n. 10806, comunicava ad essa G. SRL che era stato avviato apposito procedimento amministrativo, per verificare quanto denunciato e che era stato effettuato un sopralluogo in data 10.7.2006 per accertare l'attuale reale stato fattuale della costruzione; precisando che, in data 30.6.2006, prot. n. 9621, era stata presentata apposita domanda di variante in sanatoria da parte dei sigg.ri B. - F.- P., corredata da strumentazione progettuale individuante le difformità poste in essere in sede esecutiva; 9) di aver presentato, con nota 28.9.2006, all'Amministrazione comunale osservazione avverso la richiesta di rilascio di titolo in sanatoria, evidenziando: - in primis, la palese illegittimità della concessione edilizia originaria n. 120/2001, per violazione della normativa urbanistica allora vigente, con richiesta di provvedimento di "autotutela"; - la necessità di rigetto della domanda in sanatoria presentata il 30.6.2006, "per carenza dei presupposti o condizioni legittimanti", con necessità di adozione di "provvedimento ripristinatorio", ex art. 31 del T.U. n. 301/2002 trattandosi di "ipotesi di difformità totale"; 10) che, in data 18.9.2006, prot.n. 13424, il Comune di Erbusco le trasmetteva copia del verbale di sopralluogo, prot. n. 11713 del 3.8.2006, effettuato dai responsabili tecnici del Comune in data 10.7.2006, corredato da documentazione planimetrica, dal quale risulta che i sigg.ri B. - F.- P., in sede esecutiva, hanno apportato al complesso assentito varianti così individuate: - a fronte di s.l.p. autorizzata di mq. 2.226,09, è stata realizzata una s.l.p. complessiva di mq. 3.027,55, cioè un abuso pari a mq. 801,46, corrispondente ad un incremento della s.l.p. di circa il 36% (così suddivise: al piano 2° interrato, al posto di mq. 919,34 previsti sono stati realizzati mq. 1.029,20 con un incremento della s.l.p. di mq. 109,86, a cui deve essere aggiunta la superficie di un vano tecnico per mq. 6,05, per cui l'incremento totale è pari a mq. 115,91; al piano primo interrato, al posto di mq. 819,71 sono stati realizzati mq. 1.066,70 con un incremento di s.l.p. di mq. 246,99; al piano terra una differenza pari a mq. 192,93, con radicale modifica di ubicazione e diversa destinazione dei locali adibiti ad esposizione dei prodotti; al primo piano aumento della superficie espositiva e di quella residenziale per mq. 201,21, con radicale diversa disposizione in vista di utilizzazione specifica oltre che per residenza; al piano secondo, non previsto in progetto, è stata realizzata ex novo una torretta, dichiarata adibita a laboratorio, per mq. 25,52); 11) che il Responsabile dello Sportello Unico per l'Edilizia del Comune di Erbusco, richiamato l'accertamento prima riportato, con provvedimento 26.10.2006, prot. n. 15651, inviato per conoscenza anche alla G. SRL, esprimeva "diniego definitivo al rilascio del permesso di costruire in sanatoria (accertamento di conformità), che veniva impugnato dai B. - F.- P., con atto notificato il 29.12.2006 (r.g. n. 29/2007); 12) che in data 29.10.2007, prot. n. 15833, i B. - F.- P., hanno depositato presso il Comune di Erbusco una D.I.A. avente ad oggetto "esecuzione di opere edilizie in adeguamento parziale della C.E. n. 120/2001 del 24.01.2002 e successive varianti" e ciò al fine dichiarato di "ridurre le difformità eseguite", mediante opere volte a rendere inaccessibili porzioni di s.l.p. abusivamente realizzate ai due piani interrati, di provvedere alla chiusura di alcune finestre prospicienti la proprietà G. SRL al primo piano, nonché chiusura della scala di accesso alla torretta, in modo da rendere inaccessibile il locale ivi realizzato e destinato a laboratorio ferma la consistenza del piano terra come realizzata. 13) che il Responsabile dell'area tecnica del Comune, con nota 9.11.2007, prot. n. 16484, preso atto dell'avvenuta presentazione di detta D.I.A., ha precisato che "ciò non consentiva certo di poter considerare eliminato l'abuso posto in essere al piano primo e secondo", con la specificazione che "qualunque valutazione in ordine alle sanzioni da irrogare all'esito della parziale eliminazione degli abusi, era subordinata all'accertamento della effettiva esecuzione di quanto indicato in detta D.I.A.". 14) di aver sollecitato il Comune di Erbusco, con nota 14.2.2008 a firma del proprio legale, ad adottare "ordinanza di ripristino o di demolizione della parte abusivamente realizzata ex art. 31, comma 2°, del D.P.R. n. 380/2001", statuizione d'obbligo a fronte del riscontrato abuso posto in essere, con l'aggiunta che, rispetto a quanto risultante dal punto 5 del verbale di sopralluogo - subordinata soluzione di erogare una sanzione pecuniaria -, detta alternativa non era ammissibile per il caso di specie posto che l'abuso andava qualificato come "difformità totale", ovvero "in variante sostanziale"; 15) che il 12.3.2008, gli Uffici Tecnici del Comune di Erbusco hanno effettuato altra visita di sopralluogo presso l'immobile di proprietà B., al fine di verificare l'avvenuta o meno esecuzione dei lavori di cui alla D.I.A. presentata il 29.10.2007, prot. n. 15833, accertando che "... sono state eseguite le opere come da progetto depositato a mezzo di DIA del 29.10.2007", il tutto come da 11 fotografie in originale allegate. Da queste premesse la G. SRL muove per impugnare gli atti con i quali si è pervenuti all'applicazione della sanzione pecuniaria ex art. 34 del DPR n. 380/01, al fine di farne dichiarare l'illegittimità. Così ricapitolato gli antefatti, va rilevato che le doglianze sollevate dalla G. SRL si pongono a monte rispetto a quelle articolate dagli altri ricorrenti. Infatti, con il predetto ricorso si sostiene che il Comune avrebbe dovuto qualificare la difformità come totale (secondo motivo) e quindi applicare solo la sanzione demolitoria, nonché (prima e terza doglianza) che la procedura seguita dal Comune non è comunque conforme al modello disegnato, per le ipotesi di difformità parziale, dall'art. 34 del DPR n. 380/01, che richiede la previa adozione di una diffida a demolire e, solo su successiva richiesta dalla parte privata, la disamina, da parte dell'Amministrazione, della sussistenza del requisito dell'impossibilità di procedere alla demolizione senza pregiudizio per la parte conforme, al fine della irrogazione, in via sostitutiva, della sanzione pecuniaria. Per contro, i ricorsi proposti dai destinatari della sanzione pecuniaria sono volti a contestare (oltre che, in via di illegittimità derivata, il diniego di rilascio della richiesta sanatoria, per la quale è però intervenuta sentenza di rigetto n.376/11) la congruità della sanzione operata a seguito della stima effettuata dall'Agenzia del Territorio. Per ragioni d'ordine logico, venendo in rilievo la contestazione della stessa applicabilità della sanzione pecuniaria, il Collegio deve quindi esaminare per primo il ricorso n. 3/09 RG, proposto da G. SRL. In via preliminare, il Comune di Erbusco ed i controinteressati eccepiscono la carenza di legittimazione al ricorso di tale Società, rilevando che il vicino o confinante non avrebbe alcuna legittimazione a sindacare il contenuto della sanzione irrogata per un abuso edilizio, tanto più che va esclusa la violazione di norme sul rispetto delle distanze sia sulla tutela della salubrità dei luoghi. L'eccezione va disattesa. Sotto un profilo d'ordine generale, va ricordato che, per pacifico orientamento della giurisprudenza (cfr. ex multis: Cons. St. Sez. IV, 19 ottobre 2007 n. 5466), il proprietario di un" area o di un fabbricato, nella cui sfera giuridica incide dannosamente il mancato esercizio dei poteri ripristinatori e repressivi relativi ad abusi edilizi da parte dell'organo preposto, è titolare di un interesse legittimo all'esercizio dei medesimi poteri (da tale principio discende poi, il postulato, che qui non viene in rilievo, che tale soggetto può pretendere, se non vengano adottate le misure richieste, un provvedimento che ne spieghi esplicitamente le ragioni, con la conseguenza che il silenzio serbato sull'istanza integra gli estremi del silenzio inadempimento, sindacabile in sede giurisdizionale). Siffatta conclusione costituisce un corollario del più generale principio che riconosce legittimazione ed interesse ad impugnare i provvedimenti edilizi ai soggetti residenti nella zona sulla base del criterio della cosiddetta vicinitas. Invero, per un verso, è stato posto in luce che il radicamento nelle immediate vicinanze di un sito prescelto per una nuova edificazione, ossia una situazione di stabile collegamento con la zona interessata dalla costruzione, rende il soggetto titolare di un interesse qualificato, concreto ed attuale, a conoscere la concessione edilizia al fine di verificarne la rispondenza alla normativa in tema di uso del territorio (cfr., da ultimo, Cons.St., Sez. IV, 5.1.2011, n. 18). Sotto altro profilo, il possesso del titolo di legittimazione - della c.d. vicinitas - alla proposizione del ricorso per l'annullamento di una concessione edilizia esime da qualsiasi indagine al fine di accertare, in concreto, se i lavori assentiti dall'atto impugnato comportino o meno un effettivo pregiudizio per il soggetto che propone l'impugnazione atteso che l'esistenza della suddetta posizione legittimante abilita il soggetto ad agire per il rispetto delle norme urbanistiche, che assuma violate, a prescindere da qualsiasi esame sul tipo di lesione, che i lavori in concreto gli potrebbero arrecare" (cfr. Cons. St., Sez. IV, 12 maggio 2009 n. 2908). Sotto altro profilo (più propriamente procedimentale, ma con risvolti anche sulla legittimazione processuale), la Sezione (cfr. la sentenza 5.11.2011 n. 662) ha recentemente avuto modo di ribadire un principio che va a rafforzare lo spessore della posizione giuridica differenziata del soggetto confinante, affermando che un soggetto che ha dimostrato più volte il suo interesse alla vicenda edilizia, presentando ricorsi al Tribunale amministrativo, ha diritto di ottenere la comunicazione di avvio del procedimento da parte del Comune, là dove venga presentata domanda di regolarizzazione a posteriori della costruzione realizzata in prossimità del confine di proprietà (cfr., nel medesimo senso, TAR Brescia, Sez. 1, 2.11.2010 n. 4524 e 24.12.1996 n. 1408). Muovendo da tali presupposti, deve quindi pervenirsi alla conclusione che al proprietario confinante deve riconoscersi sia la legittimazione sia l' interesse a censurare le determinazioni sanzionatorie adottate dall'Amministrazione nei confronti del suo vicino. In tal senso, del resto, si è già espressamente pronunciato il Supremo Consesso Amministrativo (cfr. Cons. St. Sez. IV 31.7.2008 n. 3849). Parimenti infondata risulta l'ulteriore eccezione d'inammissibilità, sollevata con riguardo alla mancata impugnativa, da parte di G. SRL, dell'originale titolo concessorio, dato che parte ricorrente qui non contesta affatto detto titolo, bensì la realizzazione di opere in difformità (secondo la sua tesi totale, anziché solo parziale) rispetto a questo. Va altresì rigettata l'eccezione di tardività dell'impugnativa (proposta dai controinteressati), dato che il gravame è proposto tempestivamente nei confronti dell'atto impugnato, mentre non viene affatto in rilevo la data di ultimazione dei lavori abusivi. Neppure risultano fondate le eccezioni di inammissibilità dei motivi articolati dalla deducente Società - perché generiche ed indimostrate (secondo i controinteressati) e per omessa impugnativa dell'atto comunale in data 3.8.2006 prot. n. 11713 (secondo il Comune), con il quale non solo sarebbe stato accertato l'abuso edilizio ma sarebbe stata espressa l'intenzione di applicare la sanzione ex art. 34 DPR. N. 380/08. Invero, i motivi (salvo quanto si verrà ad affermare in relazione al secondo) non sono affatto generici ed indeterminati, ma congruamente articolati e motivati, sia in punto di fatto sia in punto di diritto. Quanto all'atto comunale del 3.8.2206 (prodotto in giudizio dalla difesa comunale, come doc. n. 1), va rilevato che si tratta di verbale di sopralluogo, che non pare affatto avere natura provvedimentale. Ma - quand'anche ad esso volesse essere attribuita la natura di provvedimento espresso - va rilevato che sono successivamente intervenute la presentazione di domanda di sanatoria da parte dei B. e la reiezione della stessa da parte dell'Amministrazione comunale. Sicchè va applicato l'insegnamento secondo cui il riesame dell'abusività dell'opera edilizia, provocato dall'istanza di sanatoria dell'autore dell'abuso, determina la necessaria formazione di un nuovo provvedimento che vale comunque a rendere inefficace il provvedimento sanzionatorio in precedenza emanato, con la conseguenza che, in caso di rigetto dell'istanza, l'Amministrazione deve emanare un nuovo provvedimento sanzionatorio, disponendo nuovamente la demolizione dell'opera edilizia ritenuta abusiva, con l'assegnazione di un nuovo termine per adempiere. Cosa che del resto è accaduta nella fattispecie, con l'assunzione del provvedimento qui impugnato. Nel merito il ricorso è fondato. La disamina va iniziata dal secondo motivo il quale, sotto il profilo logico - sistematico, ha la priorità, posto che con esso si contesta la riconducibilità della fattispecie a quella della difformità parziale, trattandosi invece, per l'ampiezza e rilevanza della parte abusivamente realizzata, di ipotesi da ricondurre alla difformità totale o variazione essenziale. Il motivo è in parte infondato ed in parte inammissibile. Va ricordato che il D.P.R. n. 380 del 2001 distingue, ai fini sanzionatori, gli interventi eseguiti in assenza di permesso di costruire, in totale difformità o con variazioni essenziali, di cui all'art. 31, dagli interventi eseguiti in parziale difformità dal permesso di costruire, la cui disciplina sanzionatoria è recata dall'art. 34. Per i primi, è senz'altro prescritta la demolizione delle opere abusive; per i secondi, la legge prevede la demolizione, a meno che, non potendo avvenite la demolizione senza pregiudizio della parte eseguita in conformità, debba essere applicata una sanzione pecuniaria. La sussistenza di un'ipotesi di difformità totale, va esclusa, in quanto nonostante la rilevanza degli interventi abusivamente posti in essere, essi non sono tali da configurare la realizzazione di un'opera totalmente altra rispetto a quella concessionata. In relazione alla divisata sussistenza di una variazione essenziale, il motivo va invece dichiarato inammissibile per genericità. Invero, l'art. 32 del DPR n. 380/01 demanda alla legge regionale di provvedere alla determinazione delle specifiche ipotesi in cui si configurino le variazioni essenziali, limitandosi il T.U edilizia ad enunciare una serie di condizioni che possono integrare la variazione essenziale. Per quanto riguarda la Regione Lombardia, in tal senso ha disposto, da ultimo, l'art. 54 della L.R. n. 12 del 2005. Peraltro, il motivo di ricorso non fa alcun riferimento a detta norma e ai concreti indici ivi stabiliti, limitandosi a richiamare genericamente l'art. 31 del DPR n. 380/01. In quanto strettamente connessi, vanno esaminati congiuntamente il primo e il terzo motivo, con i quali si contesta la procedura seguita dal Comune per applicare la sanzione pecuniaria per la difformità parziale, sostenendo che essa non è conforme al modello disegnato dall'art. 34 del DPR n. 380/01: posto che la norma richiede la previa adozione, da parte dell'Amministrazione, di una diffida a demolire e, solo su successiva richiesta dalla parte privata, la verifica della sussistenza del requisito dell'impossibilità di procedere alla demolizione senza pregiudizio per la parte conforme, al fine della irrogazione, in via sostitutiva, della sanzione pecuniaria. I motivi vanno accolti. Va condiviso, infatti, l'orientamento giurisprudenziale (cfr. T.A.R. Basilicata, 6 aprile 2011 n. 159; T.A.R. Campania, sez. VII, 14 giugno 2010 n. 14156, Cons. St., Sez. VI, n. 1055 del 28.2.2000; idem Sez. V, n.841 del 29.12.1987; T.A.R. Basilicata n. 921 del 29.11.2008; T.A.R. Umbria n. 453 del 18.9.2006; T.A.R. Basilicata n. 779/2005; T.A.R. LazioRoma n° 3327 del 17.4.2007; T.A.R. Brescia n. 2213 del 9.12.2002; T.A.R. Campania n. 4703 del 26.10.2001) secondo cui "nel sistema sanzionatorio introdotto con la L. 28 febbraio 1985 n. 47 (e oggi integralmente trasfuso nel D.P.R. 380/2001) il primo atto del procedimento per la repressione di abusi edilizi è costituito dalla diffida dell'autorità comunale al responsabile dell'opera, perché demolisca, adeguandosi spontaneamente all'ordine di ripristino della legalità edilizia, restando all'amministrazione la successiva scelta della sanzione pecuniaria o della demolizione, in ragione delle concrete esigenze della fattispecie"; con la conseguenza che l'ingiunzione di demolizione costituisce la prima ed obbligatoria fase del procedimento repressivo, in quanto ha natura di diffida e presuppone solo un giudizio di tipo analiticoricognitivo dell'abuso commesso, mentre il giudizio sinteticovalutativo, di natura discrezionale, circa la rilevanza dell'abuso e la possibilità di sostituire la demolizione con la sanzione pecuniaria (disciplinato dagli artt. 33 co. 2 e 34 co. 2 D.P.R. 380/2001) può essere effettuato soltanto in un secondo momento, cioè quando il soggetto privato non ha ottemperato spontaneamente alla demolizione e l'organo competente emana l'ordine (questa volta non indirizzato all'autore dell'abuso edilizio, ma agli uffici e relativi dipendenti dell'Amministrazione competenti e/o preposti in materia di sanzioni edilizie) di esecuzione in danno delle ristrutturazioni realizzate in assenza o in totale difformità dal permesso di costruire o delle opere edili costruite in parziale difformità dallo stesso. In particolare, la Sezione, con la sentenza, n. 2213 del 2002, ha rilevato che "Tale impossibilità deve, in ogni caso, essere fatta valere dall'interessato ed accertata dall'ufficio tecnico comunale nella fase successiva all'ingiunzione, quando, cioè, si pervenga all'emissione dell'ordine di demolizione (circa i caratteri distintivi tra i due provvedimenti, vedi, per tutte, Cons. di Stato, A.P., 19 maggio 1983 n. 12)". Ad analoghe conclusioni perviene la giurisprudenza della Cassazione penale (cfr. Sez. III, 22 aprile 2010 n. 19538), la quale, inoltre, evidenzia che "il provvedimento adottato dall'autorità amministrativa a norma del comma secondo della norma dianzi citata trova applicazione solo per le difformità parziali e comunque non equivale ad una sanatoria, atteso che non integra una regolarizzazione dell'illecito, ed in particolare non autorizza il completamento delle opere, considerato che le stesse vengono tollerate, nello stato in cui si trovano, solo in funzione della conservazione di quelle realizzate legittimamente (Cass. n. 13978 del 2004)". L'annullamento dell'atto di applicazione (diretta) della sanzione pecuniaria ex art. 34 T.U. dell'edilizia comporta anche quello degli atti ad esso connessi ed allegati pure impugnati. Invero, come già precisato, l'Amministrazione deve provvedere a ingiungere la demolizione della parte in parziale difformità. In relazione alla situazione di fatto che si verificherà, l'Amministrazione dovrà verificare quali determinazioni assumere. In ogni caso la stima andrà rinnovata, posto che (cfr. Cons. St., Sez. V, 10 aprile 1991 n. 486, T.A.R. Valle d'Aosta, 18 luglio 2002 n. 83) l'entità della sanzione pecuniaria per abusi edilizi deve essere determinata con riferimento ai prezzi correnti all'epoca dell'irrogazione della sanzione stessa, e ciò in quanto solo in tal modo l'autore dell'abuso non gode di un lucro rispetto all'alternativa sanzione della demolizione. Una volta accolto il ricorso proposto da G. SRL - con conseguente annullamento dell'atto impugnato - potrebbe affermarsi l' improcedibilità degli ulteriori gravami all'esame (proposti dai soggetti ai quali è stato ingiunto il pagamento),vale a dire i ricorsi n. 1159/08; n. 1162/08; n. 1163/08 e n. 1164/08. Peraltro, il Collegio anche in considerazione della sussistenza di esigenze di giustizia sostanziale - reputa opportuno procedere alla disamina nel merito degli stessi (che recano doglianze identiche), dato che essi risultano comunque infondati. Con il primo motivo, le parti ricorrenti contestano le risultanze a cui è pervenuta l'Agenzia del Territorio, evidenziando che la stessa ha erroneamente considerato, in sede di stima, le strutture come beni a se stanti e non come costituenti un tutt'uno con l'azienda agricola e per aver applicato il metodo sintetico, in carenza dei presupposti che ne consentono l'utilizzo. La doglianza va disattesa. I ricorrenti censurano la stima dell'Agenzia del Territorio per un "macroscopico errore concettuale" che si sostanzierebbe nel fatto di aver attribuito alle opere abusive la qualificazione di strutture residenziali e/o produttive, e non invece di strutture agricole, sostenendo che i fabbricati strumentali all'attività agricola rappresentano "una unità inscindibile con i terreni cui sono collegati" e "il loro valore a compreso nel valore complessivo del fondo come risultato della capitalizzazione del reddito fondiario" e che per la relativa stima ci si debba fondare sul concetto di ordinarietà. Va per contro condivisa la tesi della difesa erariale, la quale pone in luce che: " secondo le indicazioni fornite dalla Direzione centrale cartografia, catasto e pubblicità immobiliare dell'Agenzia del Territorio, il concetto di bene strumentale deve intendersi come "bene finalizzato all'uso agricolo", sicché non rientrano nell'ambito dei beni strumentali quelli relativi alla commercializzazione e alla trasformazione industriale dei prodotti agricoli. Pertanto i locali oggetto di opere abusive ai piani terra e primo adibiti a esposizione e vendita di prodotti e a locali di rappresentanza non possono essere considerati strumentali all'attività agricola e quindi la loro valutazione non è vincolata ai terreni dell'azienda agricola. Quanto ai valori unitari applicati dall'Agenzia del territorio, la relazione prodotta da parte ricorrente sostiene che essi si riferirebbero a destinazioni d'uso commerciali, residenziali o produttive; in realtà la relazione dell'ufficio non fa alcun riferimento a tali destinazioni. D'altra parte la perizia prodotta si limita a criticare la stima dell'Agenzia del territorio, guardandosi bene dall'indicare in alternativa alcun dato estimale e dall'attribuire qualche valore alle opere abusive. I valori unitari assunti a base della stima impugnata provengono per contro dall'approfondita conoscenza del mercato immobiliare della provincia di Brescia in ogni suo aspetto, fondata sulle scrupolosa, effettiva ed efficace indagine statistica di mercato condotta nelle zone interessate, con la collaborazione dei Comuni, degli ordini professionali, dei rappresentanti delle maggiori associazioni di categoria degli agenti immobiliari e del Collegio dei Costruttori Edili (tutti membri del Comitato consultivo misto locale dell'Osservatorio del mercato immobiliare, che ha sede presso l'Ufficio provinciale del territorio). L'Osservatorio, aggiornato semestralmente, assegna i valori unitari medi ordinari di mercato degli immobili, suddivisi per tipologia edilizia e per singolo comune; sempre semestralmente i valori relativi alle destinazioni residenziale, commerciale, terziaria e produttiva vengono pubblicati sul sito internet dell'Agenzia (mentre la banca dati ad uso interno comprende anche anche altre tipologie di fabbricati, oltre ai terreni agricoli). Quanto al merito della stima, si osserva che il fabbricato oggetto di opere abusive è ubicato nella zona periferica agricola del Comune di Erbusco, si presenta in ottime condizioni di conservazione e manutenzione, presenta caratteristiche e finiture superiori alla media. Esternamente è completamente rivestito in pietra, con area pertinenziale pavimentata in ciottoli e pietra, recintata con muro in cis rivestito in pietra con sovrastante ringhiera in ferro smaltato. I serramenti interni ed esterni sono di ottima qualità. II secondo piano interrato (stoccaggio bottiglie e barrique) presenta soffitti a volto, pavimenti in cotto, pareti in parte rivestite in pietra e in parte tinteggiate. II piano primo interrato (cantina) presenta soffitti a volto, pavimenti in cotto, pareti trattate a stucco veneziano. II piano terra (sala esposizione e sala degustazione) presenta soffitto a volto in mattoncino, pavimento in cotto, pareti trattate a stucco veneziano. II piano prima (sala di rappresentanza) presenta pavimenti in cotto, soffitti con travi a vista e pareti trattate a stucco veneziano.". Inoltre, l'Agenzia del Territorio è approdata alle sue determinazioni previo accesso in loco, sicché ha avuto cognizione diretta dello stato dei luoghi e delle caratteristiche delle opere abusive Sotto altro aspetto, non può essere contestato l'utilizzo del metodo sinteticocomparativo - che si avvale delle indicazioni rappresentate dal prezzo di mercato pagato per immobili omogenei - piuttosto che di quello analiticoricostruttivo, dato che non sussiste nessuna norma che imponga l'utilizzo esclusivo di uno o l'altro sistema di stima. Con il secondo motivo, i ricorrenti sostengono che la determinazione della sanzione sarebbe viziata da una lacuna procedurale rappresentata dalla impossibilità di partecipare al procedimento. La censura è infondata in punto di fatto, posto che il sig. G.M. B., assistito dal geom. B. e dal direttore lavori geom. R., ha partecipato al sopralluogo effettuato dai funzionari dell'Agenzia del Territorio, come dato atto nella relazione 24.6.08. Residuano i motivi di invalidità derivata che sono stati già esaminati e respinti con la sentenza della Sezione n. 376/11, alla quale si rinvia ex art. 74 c.p.a. per non accrescere ulteriormente la già cospicua mole assunta dalla presente sentenza. Conclusivamente, il ricorso proposto da G. SRL va accolto, con conseguente annullamento degli atti impugnati, sicché l'Amministrazione comunale di Erbusco è tenuta a riattivare il procedimento sanzionatorio, seguendo la scansione procedurale di cui all'art. 34 DPR n. 380/01, come dianzi illustrata. Sussistono giusti motivi - attesa la particolarità e complessità della fattispecie - per disporre la compensazione delle spese di giudizio fra le parti».

Cons. Stato Sez. V, Sent., 12-09-2011, n. 5102: «Svolgimento del processo 1. Con provvedimento n. 3535 del 7 novembre 1997 l'Ufficio tecnico - Settore urbanistica - Condono edilizio - del Comune di Potenza determinava la somma dovuta dal sig. N. D. a titolo di conguaglio oblazione (Lire 4.895.394) e di contributo per oneri di urbanizzazione (Lire 1.531.758) in relazione alla richiesta in data 30 aprile 1986 di condono edilizio riguardante un fabbricato per civile abitazione con annessi adibiti a deposito e garage, sito in Potenza, Contrada Dragonara (realizzato in difformità dalla concessione edilizia rilasciatagli per la costruzione di un fabbricato rurale, con mutamento della destinazione d'uso). Il Tribunale amministrativo regionale per la Basilicata con la sentenza n. 630 del 19 luglio 2001 respingeva il ricorso proposto dall'interessato per l'annullamento del predetto provvedimento, ritenendo infondate tutte le censure sollevate (violazione di legge - difetto di comunicazione dell'avvio del procedimento; violazione di legge - prescrizione del diritto al conguaglio; eccesso di potere; eccesso di potere per disparità di trattamento; eccesso di potere e difetto di motivazione), a prescindere dall'eccezione di irricevibilità formulata dall'intimata amministrazione comunale. 2. Con atto di appello notificato il 10 settembre 2002 il signor N. D. ha chiesto la riforma della predetta sentenza, deducendone l'erroneità alla stregua di tre articolati ordini di motivi. In particolare, l'appellante ha innanzitutto sostenuto che la somma ingiunta dall'amministrazione a titolo di conguaglio sull'oblazione originariamente autoliquidata era da considerasi prescritta per il decorso del termine di 36 mesi dalla presentazione della domanda di condono, ai sensi dell'articolo 35, comma 18, della legge 28 febbraio 1985, n. 47, infondata ed erronea essendo la interpretazione di quest'ultimo da parte dei primi giudici, secondo cui il termine prescrizione in questione poteva decorrere soltanto dal momento dell'accoglimento della domanda di condono ovvero dalla formazione del silenzio accoglimento sulla stessa; invero identico era il termine iniziale di decorrenza sia dei 24 mesi per la formazione del silenzio accoglimento sulla domanda di condono, sia dei 36 mesi per la prescrizione delle somme eventualmente dovute a titolo di conguaglio dell'oblazione e dei contributi per oneri di urbanizzazione, a nulla rilevando la presunta carenza o incompletezza della domanda di condono (salva l'ipotesi di dolosa infedeltà della stessa, non ricorrente nel caso di specie), tanto più che l'incompletezza documentale poteva dar luogo solo ad una eventuale integrazione o chiarimento della domanda già presentata, di cui non poteva negarsi il valore autocertificativo (senza alcuna incidenza sulla validità ed esistenza dell'originaria domanda di condono); ciò senza contare, sotto altro concorrente e decisivo profilo, che nel caso in esame non ricorreva neppure alcuna delle ipotesi (tassative) che impediva la formazione del silenzio - assenso. Ad analoghe conclusioni doveva giungersi, secondo l'appellante, anche per quanto riguardava l'operatività del termine di prescrizione per gli oneri di concessori, non potendo applicarsi, diversamente da quanto ritenuto dai primi giudici, il termine di prescrizione decennale che riguardava soltanto il rilascio della concessione edilizia ordinaria (ex lege 28 gennaio 1977, n. 10) e non anche quella in sanatoria (ciò anche a voler prescindere dall'ulteriore constatazione che dal giorno della presentazione della domanda di condono erano trascorsi oltre dodici anni, così che anche l'eventuale termine decennale di prescrizione era ampiamente spirato): peraltro la somma richiesta a tale titolo dall'amministrazione comunale era stata illegittimamente liquidata in base a parametri del 1986 invece che secondo quelli esistenti al momento del rilascio della originaria concessione edilizia (1978). Con il secondo ordine di gravame l'appellante, proprio in ragione della considerazioni svolte in ordine all'avvenuto spirare del termine di prescrizione delle somme di cui l'amministrazione comunale aveva chiesto il pagamento, ha ribadito la censura relativa alla omessa comunicazione di avvio del procedimento, osservando in particolare come l'attività amministrativa che aveva condotto all'adozione del provvedimento impugnato non poteva considerarsi quale logica continuazione dell'istanza di condono. Infine, con il terzo ordine di gravame l'appellante ha lamentato che i primi giudici avevano inopinatamente ritenuto legittimo l'impugnato provvedimento, malgrado esso si fondasse su di un macroscopico vizio di qualificazione dell'abuso edilizio (quale opera realizzata in difetto di concessione, di cui al n. 1 della tabella allegata alla legge 28 febbraio 1985, n. 47), laddove esso era consistito nella meno grave fattispecie di mutamento di destinazione d'uso, cosa che comportava l'applicazione dei punti 1 e 4 della ricordata tabella, applicazione congiunta immotivatamente ritenuta non consentita dai primi giudici: del resto, sempre secondo la ricostruzione dell'appellante, l'abuso edilizio aveva riguardato solo il corpo di fabbrica A della costruzione, senza pertanto dar luogo a modifiche sostanziali dei parametri edilizio - urbanistici (l'aumento di superficie e di cubatura essendo inferiore al 15%), ed inoltre la stessa delibera della Giunta regionale della Basilicata n. 2436 del 12 aprile 1997 aveva stabilito che le variazioni d'uso da annessi agricoli a residenze per immobili non costituenti insediamenti non comportava variazione degli standards urbanistici, non implicando un ampliamento volumetrico, non incideva sugli indici di fabbricabilità e non contrastava con le norme e le previsioni degli strumenti urbanistici. Ancora, secondo l'appellante, il Comune di Potenza non aveva provato che la cubatura in zona agricola complessivamente realizzata (di gran lunga inferiore all'indice di fabbricabilità esistente) esorbitasse dai limiti di edificabilità pari a 0,13 mc/mq. sia con riferimento alla superficie di estensione complessiva della zona, sia al totale degli abusi edilizi complessivamente realizzati. 3. Il Comune di Potenza ha resistito all'appello, deducendone l'inammissibilità e l'infondatezza e chiedendone il rigetto. 4. Con istanza depositata il 12 novembre 2010 l'appellante, cui era stato recapitato l'avviso di perenzione ultraquinquennale del ricorso, ha ritualmente dichiarato di avere tuttora interesse alla sua decisione. All'udienza pubblica del 21 giugno 2011, dopo la rituale discussione, la causa è stata trattenuta in decisione. Motivi della decisione 5. L'appello è infondato. 5.1. Con riferimento al primo motivo di gravame la Sezione rileva che, secondo un consolidato indirizzo giurisprudenziale dal quale non vi è motivo di discostarsi, il decorso dei termini fissati dal diciottesimo comma dell'articolo 35 della legge 28 febbraio 1985, n. 47 (ventiquattro mesi per la formazione del silenzio - accoglimento sulla istanza di condono edilizio e trentasei mesi per la prescrizione dell'eventuale diritto al conguaglio delle somme dovute) presuppone in ogni caso la completezza della domanda di sanatoria (accompagnata in particolare dall'integrale pagamento dell'integrale versamento di quanto dovuto a titolo di oblazione per quanto attiene la formazione del silenzio - accoglimento) (C.d.S., sez. IV, 16 febbraio 2001, n. 1012; 7 luglio 2009, n. 4350; 19 febbraio 2008, n. 554; sez. V, 19 aprile 2007, n. 1809; 21 settembre 2005, n. 4946). E' stato ulteriormente affermato che "la mancata allegazione della documentazione prevista dall'art. 35, comma 3, della legge 28 febbraio 1985, n. 47, ha come effetto la preclusione per l'istante di ottenere la concessione in sanatoria per silenzio prevista dal successivo comma 18 e non di far considerare inesistente la domanda stessa" (C.d.S., sez. V, 25 giugno 2002, n. 3441; 14 ottobre 1998, n. 1468; 17 ottobre 1995, n. 14401) e che qualora l'amministrazione comunale, a fronte di un'istanza di sanatoria, abbia invitato l'interessato a presentare documentazione integrativa di quella già prodotta "...interviene l'interruzione del termine biennale necessario al formarsi del silenzio assenso della p.a. previsto dall'art. 35 comma 17 della stessa legge, e l'inizio di un nuovo termine dalla data di deposito di quanto richiesto" (C.d.S., sez. V, 1° ottobre 2001, n. 5190). Tali arresti costituiscono peraltro puntuale applicazione del principio di cui all'art. 2935 C.C., secondo cui la prescrizione non può decorrere se non dal giorno in cui il diritto possa essere fatto valere. Nel caso in esame, come già evidenziato nella sentenza impugnata e ribadito dall'amministrazione appellante nei propri scritti difensivi, senza che sul punto l'appellante abbia svolto alcuna puntuale contestazione, fu chiesto con nota prot. 3609 del 26 marzo 1997 l'integrazione documentale della originaria domanda di condono edilizio con il deposito del calcolo delle superfici e del volume abusivo, di una perizia giurata (ove l'opera superasse i 450 mc.) e un certificato attestante l'idoneità sismica delle opere eseguita, richiesta che fu adempiuta parzialmente (mancando del certificato di idoneità sismica depositata al Genio Civile, chiesto nuovamente il 7 novembre 1997) con nota del 14 luglio 1997: risulta pertanto non implausibile la circostanza della incompletezza della originaria domanda di condono, priva in particolare degli elementi fondamentale per lo stesso effettivo apprezzamento dell'entità e della stessa tipologia dell'abuso edilizio realizzato, non essendo sufficiente a scalfire tali rilievi le mere soggettive deduzioni circa la non indispensabilità ovvero la strumentalità di tale richiesta di integrazione documentale (ciò senza contare che in ogni caso non risulta tempestivamente impugnata la nota, evidentemente di valore provvedimentale, contenente la predetta richiesta). Non merita pertanto censura la sentenza impugnata che, diversamente da quanto sostenuto dall'appellante, ha ritenuto non formatosi il silenzio - accoglimento sull'istanza di condono presentata nel 1986, né spirato il termine triennale di prescrizione: ciò con riguardo sia alle somme dovute a titolo di conguaglio dell'oblazione sia a quelle relative agli oneri concessori. 5.2. Anche con riguardo al profilo concernente la concreta determinazione delle somme richieste a titolo di oneri di urbanizzazione con il provvedimento impugnato le argomentazioni svolte dai primi giudici sono esenti dalle critiche mosse, non sussistendo la asserita incomprensibilità della motivazione. E' sufficiente rilevare al riguardo che il secondo comma dell'articolo 37 (contributo di concessione) della legge 28 febbraio 1985, n. 47 ha dato facoltà alle regioni di modificare, ai fini della sanatoria, le norme di attuazione degli articoli 5, 6 e 10 della legge 28 gennaio 1977, n. 10, precisando che "la misura del contributo di concessione, in relazione alla tipologia delle costruzioni, alla loro destinazione d'uso ed alla loro localizzazione in riferimento all'ampiezza e all'andamento demografico dei comuni, nonché alle loro caratteristiche geografiche, non può risultare inferiore al 50 per cento di quello determinato secondo le disposizioni vigente all'entrata in vigore della presente legge". La Regione Basilicata ha esercitato tale facoltà con la legge regionale 26 aprile 1985, n. 22 ("Primi adempimenti regionali in materia di controllo dell'attività urbanistico - edilizia, sanzioni, recupero e sanatoria delle opere abusive"), stabilendo all'art. 4 ("Opere abusive eseguite dall'entrata in vigore della legge 28.1.1977 n. 10 al 1 ottobre 1983") che "il contributo è dovuto per il rilascio della concessione o autorizzazione in sanatoria per le opere abusivamente eseguite dall'entrata in vigore della legge 28 gennaio 1977 n. 10 al 1° ottobre 1983 è determinato nella misura prevista dalla legge regionale n. 28 del 6 luglio 1978" (primo comma) e che "Il contributo è aumentato in ragione del 100% degli oneri dovuti alle opere di urbanizzazione per le categorie di opere abusive di cui al precedente articolo" (secondo comma) ed al successivo articolo 5 ("Opere realizzate in zona agricola ed in area non classificate a destinazione residenziale") che "Per le opere abusive realizzate in zona agricola e nelle aree non classificate dallo strumento urbanistico vigente a destinazione residenziale il Comune applica il contributo di concessione riferito alla zona C di espansione residenziale, vigente nel territorio comunale con le modalità di cui ai precedenti artt. 3 e 4". Come risulta dalla documentazione in atti (in particolare dall'allegato alla nota prot. n. 664 del 17 ottobre 1992 del dirigente dell'Unità di direzione "Edilizia" del Comune di Potenza) quest'ultimo con delibera consiliare n. 18 del 26 giugno 1986 (che non è neppure oggetto di impugnazione) ha dato attuazione alle disposizioni contenute nella ricordata legge regionale, stabilendo che l'aliquota da applicare alle opere abusive realizzate in zona agricola ad uso residenziale doveva corrispondente al valore medio fra quelli che la tabella approvata con la precedente deliberazione consiliare n. 353 del 22 settembre 1978 indicava per la zona C. Sulla scorta di tali elementi fattuali la tesi sostenuta dall'appellante, secondo cui la quantificazione delle somme dovute a titoli di oneri concessori, sarebbe avvenuta con riferimento a parametri stabiliti nel 1986 è priva di qualsiasi fondamento e costituisce una mera apodittica affermazione di principio, priva di qualsiasi sia pur minimo supporto probatorio. 5.3. E' ugualmente infondato il secondo motivo di gravame, con il quale l'appellante, riproponendo l'identico motivo di censura sollevato in primo grado, ha lamentato l'omessa comunicazione di avvio del procedimento concluso con il provvedimento impugnato. Invero la tesi dell'appellante è fondata sull'erroneo presupposto dell'avvenuto inutile decorso dei termini rispettivamente di 24 mesi e di 36 mesi dalla presentazione dell'istanza di condono edilizio, con conseguente formazione del silenzio - accoglimento sull'istanza stessa e intervenuta prescrizione del diritto al conguaglio, circostanza che avrebbero in sostanza determinato l'esaurimento del procedimento del condono edilizio avviato proprio con l'istanza del marzo 1986. Sennonché, come si è avuto modo di rilevare sub 5.1., la istanza di condono era incompleta e non poteva far decorrere i ricordati termini e di conseguenza non si è verificato l'esaurimento del procedimento di condono edilizio, così che non solo la richiesta di integrazione documentale ricordata, ma anche il provvedimento impugnato, si inseriscono logicamente e giuridicamente proprio in quel procedimento di condono edilizio, così che non era necessaria ai fini della legittimità del provvedimento impugnato la comunicazione di avvio del procedimento, coerentemente al consolidato indirizzo giurisprudenziale secondo cui la predetta comunicazione non è dovuta quanto il procedimento è attivato ad istanza di parte (tra le tante, C.d.S., sez. IV, 7 aprile 2010, n. 1986; sez. V, 8 febbraio 2011, n. 858). 5.4. Con l'ultimo motivo di gravame l'appellante sostiene, in sintesi, che l'abuso edilizio per il quale era stata avanzata domanda di sanatoria non integrava gli estremi della costruzione in difetto di concessione, bensì la meno grave fattispecie del mutamento di destinazione d'uso, senza peraltro comportare alcuna variante essenziale, atteso che l'incremento di superficie e di volume era stato assolutamente modesto, inferiore infatti al 15%. Tale assunto non può essere condiviso. I primi giudici hanno correttamente fondato il proprio convincimento sulle risultanze della ricordata relazione del dirigente dell'Unità di direzione "Edilizia" del Comune di Potenza in data 17 ottobre 2002 da cui emerge che all'appellante era stata rilasciata una concessione edilizia per un fabbricato rurale in zona agricola, per la quale era previsto (art. 24 delle norme di attuazione del piano regolatore generale, come modificato ed integrato dal D.P.G.R. 7 maggio 1975, n. 706): a) un lotto minimo di 1500 mq; b) un indice di edificabilità di 0,03 mc/mq per abitazione; c) un indice di edificabilità di 0,10 mc/mq per annessi agricoli; d) la distanza dai confini di proprietà di ml. 10,00. Nella predetta relazione è altresì ricordato che ai sensi dell'articolo 3, comma 1, lett. c), della legge regionale 14 dicembre 1991, n. 28 ("Norme in materia di controllo dell'attività edilizia e di recupero delle opere abusive"), come modificata dalla successiva legge 17 gennaio 1994, n. 2, la percentuale di incremento volumetrico ammissibile deve essere calcolata in ragione dei singoli indici di edificabilità previsti per la zona agricola (e cioè sia per quelli relativi alle abitazione, sia per quelli per gli annessi agricoli). Ciò precisato occorre rilevare in punto di fatto che, anche a prescindere dalla violazione della distanza dai confini della proprietà (non essendo stato rispettato il limite dei 10 ml., circostanza peraltro neppure contestata dall'appellante), come si evince dalla stessa domanda di condono edilizio e come del resto ammesso dall'appellante nello stesso atto introduttivo del giudizio e nell'atto di appello, è stata in realtà realizzata una costruzione del tutto diversa da quella assentita, giacché in luogo di un fabbricato rurale composto da un piano terra, destinato in parte ad abitazione ed in parte ad annessi agricoli, e da un piano sottotetto destinato ad annessi agricoli, sono stati realizzati un corpo di fabbrica (A), composto di piano terra e primo piano tutto destinato a civile abitazione, nonché, sempre sullo stesso lotto, altri due corpi di fabbrica. Del tutto correttamente, pertanto, come evidenziato dai primi giudici, l'abuso edilizio è stato fatto rientrare nel punto 1 della tabella allegata alla legge 28 febbraio 1985, n. 47, quale opera realizzata in assenza o difformità della licenza edilizia o concessione e non conforme alle norme urbanistiche ed alle prescrizioni degli strumenti urbanistici, non potendo neppure invocarsi il punto 4 della predetta tabella che prevede la ben diversa ipotesi di opere realizzate in difformità dalla licenza edilizia o concessione che non comportino aumenti della superficie utile o del volume assentito ovvero che abbiano determinato mutamento di destinazione d'uso), non potendosi ragionevolmente contestare né la assoluta diversità di quanto realizzato rispetto a quanto assentito, né il notevole incremento dei volumi e della superficie, né il diverso impatto urbanistico della destinazione di tutti fabbricati a civile abitazione rispetto a quella ad annessi agricoli e tanto meno che, come timidamente propugnato dall'appellante, nel caso di specie il mutamento di destinazione possa essere considerato l'abusivo prevalente rispetto agli incrementi di superficie e cubatura destinata a civile abitazione. Ciò peraltro, come pure rilevato dall'amministrazione comunale nelle proprie difese, rende del tutto infondato il richiamo dell'appellante all'applicabilità della delibera di Giunta regionale n. 2436 del 12 aprile 1997 ("Indirizzi e direttive in materia di controllo e sanatoria dell'attività edilizia per le variazioni di destinazioni d'uso e norme per la determinazione della misura del pagamento degli oneri concessori per effetto dell'art. 39 L. n. 724"), difettando il presupposto fondamentale, cioè la mera variazione di destinazione d'uso da annessi agricoli a residenza, laddove nel caso di specie il mutamento di destinazione d'uso costituisce solo una parte del più ampio abuso realizzato. 6. In conclusione l'appello deve essere respinto».

T.A.R. Sicilia Palermo Sez. III, Sent., 09-08-2011, n. 1563: «Svolgimento del processo - Motivi della decisione 1. Con ricorso (r.g. n. 124/2006) notificato il 28 dicembre 2005 e depositato il 17 gennaio 2006 i ricorrenti, proprietari a vario titolo delle distinte porzioni dell'immobile sito in Palermo, Via G.L. Bernini n. 56/58, hanno impugnato - chiedendone l'annullamento, vinte le spese - il diniego di concessione edilizia in sanatoria già richiesto dalla loro dante causa S. s.p.a. e, per essa, dal suo legale rappresentante in data 03.04.1987 (prot. n. 4291 di pari data). Il ricorso si sviluppa in un unico, complesso ed articolato motivo di censura con cui si deducono i vizi di violazione e falsa applicazione dell'art. 39 della l. 23 dicembre 1994, n. 724, in relazione all'art. 4, comma 6, della l. n. 10 del 1977, carenza di istruttoria, difetto di motivazione ed erroneità dei presupposti. 2. Avverso il medesimo provvedimento ha proposto ricorso (r.g. n. 140/2006), notificato il 5 gennaio 2006 e depositato il 19 gennaio seguente, la S. s.p.a., la quale dopo la vendita delle unità immobiliari di che trattasi è stata sottoposta a sequestro ai sensi della l. n. 575 del 1965 (decreto Trib. Palermo, sez. misure prev., datato 1 aprile 1993) è stata confiscata con successivo decreto del 27.7.1995, divenuto definitivo in data 27.06.2007. 3. Tale ultimo ricorso si articola, anch'esso, in un unico motivo di doglianza con cui viene revocata in dubbio la legittimità dell'impugnato diniego in ragione dell'asserita ininfluenza della sopravvenuta condanna penale del S.G., Amministratore unico della Società al momento della proposizione dell'istanza di condono, e ciò alla luce, da una parte, della (altrettanto asserita) formazione del silenzioassenso sull'originaria istanza, e, dall'altra, poiché l'abuso non sarebbe riferibile alla persona del S. (poi condannato in sede penale) quanto alla persona giuridica S. s.p.a. Conclude parte ricorrente che, in ogni caso, l'istanza di concessione in sanatoria andrebbe valutata avuto riguardo agli effettivi destinatari del medesimo titolo abilitativo, individuati negli acquirenti dell'immobile di che trattasi, del tutto estranei alle vicende personali dell'ex amministratore unico della Società dante causa, oggi confiscata. 4. Le parti intimate con entrambi i ricorsi non si sono costituite in giudizio. 5. Con memorie depositate in prossimità dell'udienza di merito, le parti ricorrenti hanno insistito nelle rispettive prospettazioni. In particolare, la difesa degli acquirenti dell'immobile ha depositato specifico documento (cfr. produzione del giorno 1 giugno 2011) da cui si evince che l'Amministratore giudiziario ha proceduto alla riattivazione del procedimento di sanatoria secondo il disposto di cui all'art. 39, comma 1bis della l. n. 724 del 1994. 6. All'udienza del 12 luglio 2011 i ricorsi, su richiesta delle parti ricorrenti, sono stati trattenuti in decisione. 7. Va preliminarmente disposta, ai sensi dell'art. 70 cod. proc. amm. la riunione dei due ricorsi in epigrafe, vertenti sulla medesima pretesa sostanziale, stante la loro connessione oggettiva e la parziale connessione soggettiva. 8. Per una migliore intelligenza delle questioni sottoposte alla cognizione del Collegio giova ricostruire succintamente la complessa vicenda su cui si è innestata la presente controversia. 9. I signori P.G.A., P.M.A., M.U., M.A. negli anni compresi tra il 1989 ed il 1990 hanno acquistato dalla Società S. s.p.a. distinte unità immobiliari rispetto alle quali nei singoli contratti di compravendita, rogati da distinti notai, si dà atto dell'avvenuta presentazione di istanza di sanatoria edilizia di cui alla l. n. 47 del 1985 stante la dichiarata avvenuta realizzazione di opere in difformità alla concessione edilizia n. 124 del 18 febbraio 1983. La domanda di sanatoria era stata presentata dal S.G. nella qualità, all'epoca rivestita, di amministratore unico della S. s.p.a. a carico del quale, a seguito degli accertamenti effettuati dal Comune di Palermo prima della definizione del procedimento di sanatoria - poi conclusosi con il provvedimento impugnato - è risultata una condanna per il reato di cui all'art. 416bis c.p. nonché un procedimento pendente per il reato di cui all'art. 648 c.p. Nel 1997 la S. s.p.a è stata sottoposta a sequestro giudiziario ex l. n. 575 del 1965 e confiscata con decreto divenuto definitivo nel 2007 (27 giugno 2007). Alla luce delle risultanze penali a carico del S.G., il Comune di Palermo nel 2005, ha opposto il diniego al rilascio della concessione in applicazione dell'art. 39 della l. n. 724 del 1994. 10. Così delineato l'ambito fattuale della controversia, ritiene il Collegio di dover preliminarmente scrutinare i motivi di doglianza contenuti nel ricorso proposto dalla S. s.p.a., soggetto giuridico che ha proposto l'originaria istanza di sanatoria, per poi giungere all'esame delle questioni poste dagli aventi causa della compravendita. Anche questi ultimi hanno sottolineato i diversi profili di illegittimità che - secondo la relativa prospettazione - involgerebbero il medesimo diniego di sanatoria per cui è causa. 11. Con una prima censura la S. s.p.a. deduce l'illegittimità del diniego poiché sull'istanza di condono presentata il 31 marzo 1987 si sarebbe formato il silenzio assenso ai sensi dell'art. 35, comma 16, della l. n. 47 del 1985, ciò che avrebbe dato luogo ad un provvedimento implicito di accoglimento al trascorrere dei 24 mesi di cui alla surrichiamata disposizione di legge, ossia alla data del 31 marzo 1989. Ne deriverebbe l'inapplicabilità dell'art. 2, comma 37 della l. n. 662 del 1996, di modifica dell'art. 39 della l. n. 724 del 1994, disposizione, questa, successiva alla dedotta formazione implicita del provvedimento concessorio. Il Collegio non intende discostarsi, sul punto, dall'interpretazione del Giudice d'appello secondo cui il silenzioassenso di cui all'art. 35 della legge n. 47 del 1985 sulle domande di sanatoria degli abusi edilizi richiede per la sua formazione, quale presupposto essenziale, oltre al completo pagamento delle somme dovute a titolo di oblazione, che siano stati integralmente assolti dall'interessato gli oneri di documentazione (che si risolvono evidentemente nella sussistenza del requisito sostanziale), relativi al tempo di ultimazione dei lavori, all'ubicazione, alla consistenza delle opere e ad ogni altro elemento rilevante affinché possano essere utilmente esercitati i poteri di verifica dell'Amministrazione comunale, differenziandosi il tacito accoglimento della domanda di condono dalla decisione esplicita solo per l'aspetto formale (C.g.a., sez. giur., 28 aprile 2011, n. 320; Cons. St., IV, 3 giugno 2010, n. 4174). Così definito il perimetro dei presupposti per il formarsi del silenzioassenso in relazione alle istanze di condono presentate ai sensi della l. n. 47 del 1985, va rilevato, quanto al caso di specie, che l'esistenza del parere parzialmente contrario della Commissione per il recupero edilizio del 31.03.1993, nonché la mancata definitività della liquidazione degli oneri (la cui rideterminazione costituiva condizione del parere della medesima Commissione) impedivano comunque la formazione di siffatto provvedimento abilitativo implicito. La doglianza va pertanto rigettata. 12. Con una seconda censura la S. s.p.a. in liquidazione deduce che gli abusi edilizi oggetto del diniego di concessione non risultano imputabili al S., in ragione della cui condanna opera l'art. 39 comma 1 della l. n. 724 del 1994, ai sensi del quale "(...) Il procedimento di sanatoria degli abusi edilizi posti in essere dalla persona imputata di uno dei delitti di cui agli articoli 416bis, 648bis e 648ter del codice penale, o da terzi per suo conto, è sospeso fino alla sentenza definitiva di non luogo a procedere o di proscioglimento o di assoluzione. Non può essere conseguita la concessione in sanatoria degli abusi edilizi se interviene sentenza definitiva di condanna per i delitti sopra indicati (...)". Sostiene la parte ricorrente che la stessa S. s.p.a. costituiva un soggetto di diritto, oggi confiscato, avente una propria ed autonoma personalità giuridica, del quale il S. rivestiva la carica di amministratore unico. Aggiunge, ancora, che gli immobili sono stati trasferiti a terzi anteriormente all'emanazione del divieto di cui all'art. 2, comma 37 della l. n. 662 del 1996 e che, tuttavia la S. s.p.a. conserverebbe oggi l'interesse alla caducazione dell'impugnato provvedimento per le evidenti conseguenze risarcitorie che in caso contrario ne a suo carico deriverebbero. Ad analoghe conclusioni, attraverso una prospettazione compiutamente argomentata, giunge la difesa degli aventi causa, odierni proprietari dell'immobile di che trattasi. Ed infatti le considerazioni dalla stessa difesa espresse nell'unico motivo di gravame - la cui trattazione è qui anticipata per evidenti ragioni di logicità ed economia processuale - si sostanziano nelle seguenti affermazioni: a) né al momento della presentazione dell'istanza di sanatoria né al momento della comunicazione del diniego il sig. S. rientrava nel novero dei soggetti di cui all'art. 39 della l. n. 724 del 1994 ai quali è interdetto il conseguimento della concessione edilizia in sanatoria di immobili (o parti di essi) abusivi; b) la mancata voltura della pratica di sanatoria in favore degli aventi causa che hanno presentato una loro istanza non può incidere sul diritto di proprietà, per cui gli unici soggetti che rilevano sono i medesimi acquirenti e non il dante causa ormai condannato; c) essendo stati tutti i beni del S. sequestrati, anche se intestati o trasferiti ad altri soggetti, gli stessi risultano estranei a qualsiasi coinvolgimento in misure di prevenzione, tant'è che l'amministratore giudiziario ha anche riattivato il procedimento di sanatoria ai sensi dell'art. 14 comma 1bis della l. n. 724 del 1994. Le doglianze esposte dalle parti ricorrenti sono fondate. La questione di diritto da sciogliere è quella concernente la possibilità o meno da parte dell'Autorità comunale, di rilasciare la concessione edilizia in sanatoria in un'ipotesi peculiare, quale quella di specie, caratterizzata dai seguenti elementi: a) al momento della presentazione dell'istanza il soggetto rappresentante della persona giuridica richiedente non era condannato né presentava procedimenti pendenti a proprio carico per i reati di cui al medesimo art. 39 della l. n. 724 del 1994; b) detto amministratore unico della società è stato successivamente alla vendita degli immobili condannato per reati che ostano al rilascio della concessione edilizia ai sensi del medesimo art. 39, disposizione, questa, sopravvenuta alla medesima compravendita; c) al momento della definizione del procedimento i beni risultano venduti a soggetti terzi, persone fisiche del tutto immuni - secondo quanto prospettato - da situazioni ostative al rilascio della concessione, e detta persona giuridica risulta essere stata confiscata ai sensi della l. n. 575 del 1965 e gestita da un amministratore giudiziario. I dati fattuali che qui vengono in rilevo sono il mancato travolgimento degli atti di compravendita dalle vicende che poi hanno condotto alla confisca della S. s.p.a. e la circostanza che, al momento della definizione del procedimento di sanatoria, nessuna influenza diretta od indiretta - secondo ciò che è incontestato - il S.G. aveva, ormai, sia sulla S. s.p.a. sia in relazione alle utilità ritraibili dal procedimento edilizio in argomento. Sotto l'aspetto ordinamentale, il comma 1 dell'art. 39 della l. n. 724 del 1994 (nel testo risultante dall'art. 2, comma 37, della l. 662/1996) stabilisce che "Il procedimento di sanatoria degli abusi edilizi posti in essere dalla persona imputata di uno dei delitti di cui agli articoli 416bis, 648bis e 648ter del codice penale, o da terzi per suo conto, è sospeso fino alla sentenza definitiva di non luogo a procedere o di proscioglimento o di assoluzione. Non può essere conseguita la concessione in sanatoria degli abusi edilizi se interviene sentenza definitiva di condanna per i delitti sopra indicati". Il seguente comma 1bis, stabilisce che "Qualora l'amministratore di beni immobili oggetto di sequestro o di confisca ai sensi della legge 31 maggio 1965, n. 575, sia autorizzato dal giudice competente ad alienare taluno di detti beni, il medesimo giudice, sentito il pubblico ministero, può altresì autorizzarlo a riattivare il procedimento di sanatoria sospeso ai sensi del quinto periodo del comma 1. In tal caso non opera nei confronti dell'amministratore o del terzo acquirente il divieto di concessione in sanatoria di cui al sesto periodo del medesimo comma". Il senso della norma che se ne astrae è quello che vede, al comma 1, la coincidenza tra soggetto che ha commesso l'abuso e che richiede la concessione edilizia in sanatoria e quello che la consegue, con un divieto che il comma 1 - bis estende al terzo acquirente. La disposizione mostra evidenti finalità antielusive per evitare che una volta conosciuta l'esistenza del procedimento penale ovvero la condanna a suo carico, il proprietario dismetta il bene proprio al fine di ottenere il rilascio della concessione in sanatoria attraverso l'interposizione di altro soggetto e dunque con lo scopo di non incorrere nel divieto di legge. Diverse considerazioni vanno svolte in relazione alle ipotesi di amministrazione giudiziaria e confisca del soggetto giuridico già titolare del diritto di proprietà del bene. Allorché il soggetto richiedente abbia subito le vicende ablative di cui alla l. n. 575 del 1965, già perfezionatesi al momento della definizione del procedimento edilizio, la circostanza che lo stesso sia stato destinatario di una condanna ex art. 1 comma 1 l. n. 724 del 1994 (o di altra causa ostativa ivi prevista) non rileva quale elemento di preclusione al rilascio del titolo edificatorio in favore dei nuovi proprietari poiché nessun vantaggio di alcun genere l'originario istante potrebbe trarne. Detta ininfluenza è inalterata sia che il bene si trovi ancora nel patrimonio del soggetto giuridico confiscato sia che (a maggior ragione) sia stato anteriormente dismesso. Tale è la logica che sottende la previsione del surrichiamato comma 1bis che consente all'amministratore giudiziario di riattivare - a seguito della prevista sospensione - il procedimento di condono il quale è indifferente alla situazione soggettiva del soggetto colpito dalla misura penale e patrimoniale,e ciò nell'ipotesi in cui l'amministratore giudiziario abbia deciso di dismettere il bene su cui è stato realizzato l'abuso (ed alla cui vendita è preordinata l'autorizzazione del giudice ivi stabilita). Ciò detto, quando il bene sia fuoriuscito anteriormente all'avvio del procedimento penale ed il procedimento di condono sia stato definito in un momento ricadente nel periodo di amministrazione giudiziaria post confisca valgono le medesime considerazioni. Anche qui si crea uno iato tra la posizione di chi ha originariamente chiesto il rilascio della concessione, il cui patrimonio (anche giuridico) costituisce oggi bene dello Stato, e quella degli aventi causa divenuti titolari del diritto di proprietà anteriormente alla condanna (e qui anteriormente anche all'entrata in vigore della legge che pone il divieto). Sono costoro, per effetto della nuova situazione giuridica venutasi a creare, i fruitori del beneficio del condono e non già l'originario richiedente la cui posizione soggettiva avrebbe precluso, per sé o per suoi aventi causa, il rilascio del titolo. Diversamente opinando si giungerebbe alla conclusione di un'impossibilità di rilascio della concessione edilizia ai terzi, estranei alle vicende personali dell'amministratore della società venditrice, divenuti proprietari in un'epoca in cui non sussisteva - secondo quanto dedotto dalle parti - né la condanna né tampoco il divieto di rilascio della concessione. Un tale assunto si porrebbe in contrasto con il principio di proporzionalità - di derivazione comunitaria e reso immanente nel nostro ordinamento sia dal novellato art. 117, comma primo, Cost. che dall'art. 1 della l. n. 241 del 1990 (modificato dalla l. n. 15 del 2005) - in applicazione del quale le singole situazioni di carattere privato (cioè, facenti capo a determinati soggetti) e, in genere, a contenuto patrimoniale, non devono venire sacrificate al di là di ciò che è strettamente necessario per il soddisfacimento dell'interesse pubblico primario perseguito in concreto. In ipotesi quali quelle per cui è causa, peraltro, l'amministratore giudiziario non potrebbe neppure effettivamente valersi della possibilità della riattivazione del procedimento di condono offerta dal comma 1bis del richiamato art. 39 l. n. 724 del 1994 poiché i beni sono stati già venduti. Ne deriva che i terzi acquirenti (qui odierni ricorrenti) rimarrebbero privi di strumenti idonei ad ottenere l'utilità richiesta. Il provvedimento di diniego della concessione in sanatoria non resiste pertanto alle dedotte censure. 13. Al lume delle suesposte considerazioni, assorbito ogni ulteriore motivo irrilevante ed ininfluente ai fini del presente giudizio, entrambi i ricorsi, previa riunione degli stessi, vanno accolti secondo quanto sopra specificato, con conseguente annullamento del provvedimento con gli stessi impugnato. Vanno ovviamente fatte salve le ulteriori determinazioni di competenza dell'Amministrazione. 14. La complessità delle questioni trattate e la mancata costituzione in giudizio delle parti intimate impongono, in via di eccezione, la declaratoria di irripetibilità delle spese ed onorari del giudizio».

T.A.R. Toscana Firenze Sez. III, Sent., 15-07-2011, n. 1214: «Svolgimento del processo - a ricorrente, nel marzo 2002, ha presentato domanda di concessione edilizia in sanatoria avente ad oggetto varie opere abusive (ampliamento e modifica di ovile assentito con concessione edilizia dell'8/7/1992 e con autorizzazione della Comunità Montana del 10/1/1991; ampliamento e modifica di box legittimato da concessione edilizia del 10/7/1978; costruzione di ricovero per bestiame, in legno e lamiera; costruzione di tettoia in legno per ricovero di attrezzi agricoli). In data 17/3/2003 l'istante, su richiesta del Comune, ha presentato il programma di miglioramento agricolo ambientale, sul quale hanno espresso parere favorevole con prescrizioni la Provincia di Grosseto (20/10/2003) e la Comunità Montana (11/5/2005). Tuttavia il Comune di Massa Marittima non ha concluso il procedimento, ma in data 26/11/2009 ha adottato l'ingiunzione a demolire alcuni fabbricati abusivi, tra i quali i manufatti oggetto della domanda di sanatoria edilizia. Avverso tale provvedimento la ricorrente è insorta deducendo: 1) eccesso di potere per contraddittorietà, disparità di trattamento, ingiustizia manifesta; violazione dell'art. 36, comma 1, del D.P.R. n. 380/2001; 2) violazione dell'art. 7 della legge n. 241/1990 in relazione all'art. 31 del D.P.R. n. 380/2001; 3) violazione dell'art. 3 della legge n. 241/1990; difetto di motivazione circa le ragioni di interesse pubblico a sostegno della misura repressiva adottata. Si è costituito in giudizio il Comune di Massa Marittima. Con ordinanza n. 154 del 26/2/2010 è stata respinta l'istanza cautelare. Tale pronuncia è stata riformata dal Consiglio di Stato con ordinanza n. 3127 del 7/7/2010. All'udienza del 26 maggio 2011 la causa è stata posta in decisione. Motivi della decisione Con il primo motivo la deducente lamenta la contraddittorietà dell'azione amministrativa del Comune, il quale ha ordinato la demolizione senza prima concludere il procedimento di sanatoria edilizia; aggiunge che ai sensi dell'art. 36, comma 3, del D.P.R. n. 380/2001 la determinazione sulla richiesta di sanatoria deve essere supportata da idonea motivazione. La censura non può essere accolta. Occorre innanzitutto considerare che solo una parte delle opere per le quali è stata presentata istanza di attestazione di conformità rientra tra quelle oggetto della contestata sanzione demolitoria. Come evidenziato nella attestazione del responsabile del Settore Urbanistica del Comune di Massa Marittima (documento n. 2 depositato in giudizio il 24/2/2010), la prima opera oggetto dell'istanza (ampliamento e modifica di ovile -foglio 205, mappale 50) è descritta nell'atto impugnato con dimensioni maggiori (lettera J della nota della Polizia municipale datata 25/2/2009 -documento n. 3 depositato in giudizio il 24/2/2010; penultimo manufatto elencato nella premessa della gravata ordinanza); il secondo abuso elencato nella richiesta di sanatoria (ampliamento e modifica del box in metallo di cui alla concessione edilizia n. 128 del 10/7/1978) risulta avere, secondo l'atto impugnato (primi due manufatti ivi elencati; lettere A e B della citata nota della Polizia municipale del 25/2/2009), destinazione abitativa (mentre invece la pratica di sanatoria edilizia lo descriveva come "destinato a magazzino, officina, ripostiglio e rifugio per gli addetti all'azienda agraria con servizio igienico"); il terzo abuso per il quale è stata presentata domanda di sanatoria (ricovero per bestiame, costruito in legno e lamiera) non è indicato nell'impugnata misura repressiva (la citata attestazione comunale -documento n. 2- puntualizza che tale manufatto è stato demolito, secondo quanto risulta nella determina della Comunità Montana n. 463 dell'11/5/2010); il quarto abuso edilizio per il quale è stata presentata l'istanza (tettoia in legno per ricovero di attrezzi) è indicato alla lettera E della menzionata nota della Polizia municipale e rientra nella descrizione del quarto abuso edilizio elencato nell'impugnata ingiunzione. Ciò premesso, in punto di diritto si osserva quanto segue. L'art. 36, comma 3, del D.P.R. n. 380/2001 prevede che, decorsi 60 giorni dalla richiesta di permesso di costruire in sanatoria, la stessa si intende rifiutata. Pertanto, trascorso il suddetto termine, si forma un tacito provvedimento di diniego (TAR Toscana, III, 2/3/2011, n. 418). Non depone in senso contrario l'art. 140 della L.R. n. 1/2005, il quale da un lato non qualifica espressamente il silenzio mantenuto dal Comune sulla richiesta di attestazione di conformità, dall'altro prevede, richiamando l'art. 83, una procedura sostitutiva connotata dall'intervento della Regione. Invero la predetta norma regionale va interpretata in modo costituzionalmente orientato, nel senso della sua neutralità circa la qualificazione del silenzio sulla domanda di sanatoria edilizia, dovendosi tenere conto che la qualificazione, da parte del legislatore nazionale, del silenzio come atto tacito di diniego esprime un principio fondamentale della materia urbanistica, come tale non derogabile dal legislatore regionale (TAR Campania, Napoli, III, 17/9/2010, n. 17440). Alla stessa interpretazione si presta l'analogo, previgente art. 37 della L.R. n. 52/1999. Occorre infatti considerare che la statuizione di cui all'art. 36, comma 3, del D.P.R. n. 380/2001 (che ripete quanto già sancito dall'art. 13, comma 2, della legge n. 47/1985) da un lato risponde allo scopo di evitare il protrarsi di situazioni di incertezza suscettibili di incentivare l'abusivismo, dall'altro lato pone una presunzione relativa di difformità urbanisticoedilizia dei lavori realizzati senza titolo, accollando ragionevolmente al soggetto che ha violato la legge e versa in una condizione illecita l'onere di attivarsi prontamente, anche nelle sedi giudiziarie, affinchè sia dimostrata la natura solo formale e non sostanziale dell'illecito (TAR Campania, Napoli, III, 17/9/2010, n. 17440; idem, VI, 15/12/2010, n. 27356; Cons. Stato, IV, 7/7/2008, n. 3373). Orbene, nel caso di specie la contestata ordinanza è sopraggiunta allorquando erano ampiamente decorsi oltre 60 giorni non solo dalla presentazione dell'istanza, ma anche dall'acquisizione dei pareri della provincia di Grosseto e della Comunità Montana, e quindi assume a presupposto il diniego di sanatoria edilizia formatosi per effetto dell'infruttuoso decorso del tempo. Né può sostenersi che il provvedimento formatosi secondo il meccanismo del silenzio rigetto è illegittimo per difetto di motivazione, in quanto non ha senso prospettare l'obbligo di motivazione per un diniego tacito (Cons. Stato, IV, 3/3/2006, n. 1037; idem, 13/1/2010, n. 100): configurare la motivazione del provvedimento tacito significherebbe infatti incorrere in una contraddizione in termini. E' vero che il citato art. 36, comma 3, del D.P.R. n. 380/2001 stabilisce che il Comune "si pronunci con adeguata motivazione", ma siffatta statuizione si riferisce alla pronuncia espressa, la quale deve essere motivata anche in caso di accoglimento dell'istanza, così da dimostrare, anche nell'interesse della collettività e degli eventuali proprietari confinanti (interessati al regolare assetto del territorio), la correttezza del provvedimento adottato. Al contrario, il difetto di motivazione non inficia la validità della implicita, negativa determinazione dell'Ente, a fronte della quale è invece necessario che l'interessato operi una puntuale confutazione, tesa a dimostrare la compatibilità edilizia e urbanistica del manufatto abusivo, in sede di impugnazione del silenzio significativo entro il termine di decadenza, termine che peraltro nel caso di specie è ampiamente scaduto (TAR Piemonte, I, 27/11/2007, n. 3508; TAR Campania, Napoli, VI, 19/6/2007, n. 6206; Cons. Stato, V, 11/2/2003, n. 706). In definitiva è il privato interessato, il quale ha costruito in assenza di previo titolo, che, in sede di impugnazione del silenziorigetto, deve dimostrare la conformità edilizia allegando le disposizioni che consentono la intervenuta realizzazione, con indicazione della zona in cui urbanisticamente l'intervento ricade e l'assenza di vincoli ostativi (TAR Campania, Napoli, VI, 19/6/2007, n. 6206). La seconda doglianza è incentrata sull'omessa comunicazione di avvio del procedimento. Il rilievo è infondato. L'ordine di demolizione non presuppone necessariamente la comunicazione di avvio del procedimento, stante il suo carattere di atto dovuto e vincolato, basato su meri accertamenti tecnici e privo di apprezzamenti discrezionali. Invero la giurisprudenza amministrativa ha ripetutamente precisato che gli atti repressivi di abusi edilizi hanno natura urgente e strettamente vincolata, con la conseguenza che, ai fini della loro adozione, non sono richiesti apporti partecipativi del destinatario e quindi non devono necessariamente essere preceduti dalla comunicazione di avvio del procedimento (ex multis: Cons.Stato, VI, 24/9/2010, n. 7129; TAR Puglia, Lecce, III, 9/2/2011, n. 240; TAR Campania, Napoli, IV, 13/1/2011, n. 84). Con la terza censura la ricorrente deduce che il Comune era a conoscenza degli abusi edilizi in questione almeno dal marzo 2002 (allorquando è stata presentata istanza di sanatoria edilizia), con la conseguenza che, stante il lungo tempo trascorso, l'impugnata ingiunzione avrebbe dovuto essere motivata in ordine all'interesse pubblico a ripristinare l'originario stato dei luoghi. L'assunto non ha alcun pregio. Da un lato occorre considerare che non vi è coincidenza piena tra opere oggetto dell'istanza di sanatoria e opere oggetto della contestata ingiunzione, la quale riguarda manufatti in gran parte diversi dalle prime o risultanti da trasformazione delle stesse, dall'altro lato non può annettersi alcun legittimo affidamento alla conservazione di una situazione di fatto abusiva che il tempo non può di per sé legittimare (Cons.Stato, V, 11/1/2011, n.79; TAR Puglia, Lecce, III, 9/2/2011, n. 240). Sotto altro profilo, in alcuni casi la giurisprudenza ha ritenuto sussistente l'obbligo di esternare ragioni di pubblico interesse concreto e attuale a sostegno dell'ordine di demolizione, ma solo a fronte di opere realizzate da lunghissimo tempo, come ad esempio 30 anni (TAR Abruzzo, L'Aquila, 17/9/2003, n.799) o 40 anni (TAR Lazio, Roma, II, 4/12/2009, n.12554), mentre va escluso che 7 anni intercorsi fra la conoscenza, da parte del Comune, degli abusi edilizi e la data di adozione della misura repressiva possano di per sé integrare un enorme lasso di tempo, tale da rendere necessaria una specifica motivazione in ordine all'interesse pubblico giustificante l'ordine di demolire. Alla stregua del predetto orientamento giurisprudenziale, nemmeno prendendo in considerazione il periodo di realizzazione degli abusi edilizi (risalenti all'arco temporale tra il 1993 e il 2000, come risulta dalla comunicazione ex art. 4 della legge n. 47/1985 della Polizia municipale datata 25/2/2009, costituente il documento n. 3 depositato in giudizio dal Comune) risultano sussistere le condizioni che rendono necessaria la motivazione dell'interesse pubblico alla rimessa in pristino dello stato dei luoghi. In conclusione, il ricorso va respinto. Le spese di giudizio, inclusi gli onorari difensivi, sono determinate in euro 3.500 (tremilacinquecento) oltre IVA e CPA, che la ricorrente dovrà corrispondere al Comune di Massa Marittima. Nulla per le spese nei confronti della Provincia di Grosseto, non essendosi la stessa costituita in giudizio».


CGA 1138/2010: « Questo Consiglio ritiene che l'impianto della sentenza impugnata sia sufficientemente saldo da resistere alle numerose critiche dell'appellante.
I punti nevralgici della controversia sembrano essere: a) la mancata produzione della integrale documentazione richiesta per l'esame delle diverse pratiche; b) la mancata dimostrazione da parte dell'interessata della sussistenza dei requisiti per beneficiare di una sanatoria per opere sostanzialmente conformi alla normativa urbanistica.
Ora, per quanto riguarda il primo punto (sub a) sembra a questo Collegio che il Giudice di primo grado - facendo specifico riferimento alla corrispondenza tra le due parti - abbia mostrato in modo abbastanza convincente come la ricorrente non sia mai riuscita a provare documentalmente di aver ottemperato alle diverse richieste dell'Amministrazione in proposito. Lo stesso discorso - mutatis mutandis - vale per il punto sub b). La ricorrente invero qualifica la sanatoria come rientrante nella tipologia 2 senza tuttavia darsi minimamente carico di provare che effettivamente quanto realizzato sia conforme agli strumenti urbanistici.
Appare invero singolare che la ricorrente - pur essendo artefice di un abuso edilizio plurimo - invochi il principio di "buona amministrazione" per non avere il Comune provveduto a proprie cure alla ricostruzione di un quadro così incerto e problematico, basato più su elementi assertivi che probatori.
Essendo questi i termini essenziali della controversia il Collegio - adeguandosi al verdetto del primo Giudice - ritiene che non sia possibile nella fattispecie né invocare l'avvenuta prescrizione, né tampoco il silenzio-assenso.
Per tutte le considerazioni che precedono, questo Consiglio ritiene che l'appello sia infondato. Ritiene altresì il Collegio che ogni altro motivo od eccezione di rito e di merito possa essere assorbito in quanto ininfluente ed irrilevante ai fini della presente decisione.
Nulla per le spese, non essendosi costituito il Comune»

CDS 5895/2010: « Con atto notificato il 13 novembre 2006, ritualmente depositato, il Comune di Imola ha proposto appello avverso la sentenza del T.A.R. EmiliaRomagna n. 1487/2006, che aveva accolto il ricorso proposto dal signor V.V. - in qualità di acquirente di un immobile già appartenuto alla signora A.F. - inteso all'annullamento dell'atto emesso dal detto Comune, di constatazione di abuso edilizio, n. 746 del 21 dicembre 2004, e della conseguente ordinanza di demolizione n. 535 del 6 luglio 2005, nonché inteso all'annullamento degli atti presupposti e connessi, ed in particolare del provvedimento comunale in data 20 ottobre 2004, di diniego di accertamento di conformità delle opere eseguite.
2. - Il T.A.R. esaminando la fattispecie aveva rilevato che nel 1996 i comproprietari dell'immobile in questione avevano dovuto provvedere - in ottemperanza ad apposita ordinanza comunale - alla rimozione di un tratto di facciata per l'altezza del secondo piano dell'immobile stesso, allo scopo di eliminare il pericolo di eventuale crollo sulla pubblica via; successivamente, nell'anno 2003, i predetti presentavano una D.I.A. per la realizzazione di opere di risanamento conservativo e restauro del medesimo immobile e, nel corso dei lavori, si era tra l'altro proceduto ad abbattere le murature perimetrali essendosene riscontrata la pericolosità. A seguito di ciò il Comune avviava il procedimento per accertare l'inefficacia della D.I.A. per la non corrispondenza alla realtà dello stato di fatto rappresentato, in relazione alla attuale inesistenza del secondo piano.
Gli interessati, quindi, in data 12 febbraio 2004 presentavano una D.I.A. in sanatoria (integrata in data 23 aprile 2004) per le opere anzidette; con provvedimento del competente dirigente comunale in data 20 ottobre 2004, tuttavia, l'accertamento di conformità veniva dichiarato non ammissibile in quanto l'intervento realizzato non sarebbe stato riconducibile ad un intervento di restauro e risanamento conservativo, integrando invece una ristrutturazione edilizia, non ammessa dalla vigente disciplina urbanistica ed, in particolare, dalla scheda n. 5 dell'appendice 2 alle N.T.A. del Piano regolatore generale di Imola.
L'anzidetto provvedimento del 20 ottobre 2004 è stato impugnato dai predetti comproprietari con ricorso straordinario al Presidente della Repubblica, che allo stato non risulta essere stato ancora deciso.
Passando al merito il primo giudice aveva ritenuto fondate le doglianze dei ricorrenti qualificando come intervento di restauro e risanamento conservativo le opere oggetto della D.I.A. sul presupposto che si trattava in sostanza di opere preordinate al ripristino di un edificio in parte demolito per causa di forza maggiore.
3. - Nell'atto di appello in esame il Comune di Imola contesta nel merito le suesposte statuizioni rilevando, preliminarmente, che il T.A.R. non si era pronunciato sulla eccezione pregiudiziale relativa alla necessità della sospensione del processo, ai sensi dell'art. 295 c.p.c., essendo ancora pendente il giudizio sul ricorso straordinario avverso il menzionato atto del 20 ottobre 2004, ossia avverso l'atto che costituisce il presupposto ed il fondamento giuridico dei provvedimenti impugnati in sede giurisdizionale. Con memoria depositata in vista della discussione dell'appello, il Comune ha ulteriormente ribadito le proprie tesi.
4. - L'intimato signor Costantino Vece non si è costituito per resistere in giudizio.
5. - L'istanza cautelare presentata dal Comune di Imola è stata respinta con ordinanza di questa Sezione n. 654/2007, recante la seguente motivazione: "Considerato che la questione merita di essere definita nella appropriata sede di merito e, nelle more di tale finale decisione, la situazione va conservata "re adhuc integra', non sussistendo alcun pregiudizio imminente per il Comune appellante".
6. - La causa è passata in decisione all'udienza pubblica del 13 luglio 2010.
7. - La Sezione ritiene che, come rilevato dal Comune appellante, nel caso di specie sussistano i presupposti per la sospensione necessaria del processo, ai sensi dell'art. 295 c.p.c., risultando che dalla definizione del ricorso straordinario proposto dagli originari proprietari dell'immobile avverso il provvedimento comunale in data 20 ottobre 2004 (relativo alla dichiarazione di inammissibilità dell'accertamento di conformità e della sanatoria della D.I.A. precedentemente presentata) dipenda la decisione della causa ora in esame.
Trattasi invero di atto che, comportando la dichiarazione di abusività non sanabile dell'intervento eseguito, risultava immediatamente pregiudizievole per gli interessati, condizionando in maniera stringente gli ulteriori provvedimento dell'Amministrazione, e non poteva quindi essere tardivamente impugnato quale mero atto "presupposto".
A tal proposito va ricordato che l'atto di constatazione di abuso edilizio n. 746, in data 31 dicembre 2004, impugnato dinanzi al T.A.R., risulta essere stato adottato proprio "visto l'esito negativo dell'accertamento di conformità art. 37 comma 4 D.P.R. n. 380/2001 delle opere abusive realizzate, avvenuto con decisione dirigenziale del 20 ottobre 2004 prot. gen. 53533".
Non può sorgere dubbio, quindi, in ordine alla stretta correlazione ed al carattere consequenziale, rispetto all'accertamento di conformità, dall'atto di constatazione di abuso edilizio in parola, così come delle successive ordinanze di demolizione, poste in essere per l'esecuzione del medesimo atto di constatazione di abuso.
Né alcun ostacolo può sorgere, ai fini dell'applicazione della norma succitata, dalla circostanza che l'impugnazione dell'atto pregiudiziale sia stata promossa con ricorso straordinario al Capo dello Stato, atteso che la sospensione del giudizio costituisce espressione dell'esigenza di ordine generale di ovviare a possibili contrasti fra giudicati ed è, quindi, immanente nel sistema della giustizia amministrativa comprensivo del rimedio del ricorso straordinario, stante il carattere definitorio delle relative decisioni, insuscettibili di annullamento, revoca o riforma da parte dell'amministrazione interessata (cfr. tra le tante: Cons. Stato, Sez. IV, 26 aprile 2006, n. 2290).
8. - Per le ragioni sopra esposte deve disporsi, ai sensi dell'art. 295 c.p.c., la sospensione del presente giudizio.
9. - Ogni ulteriore statuizione sul rito sul merito e sulle spese resta riservata».

TAR NA 17069/2010: «Quanto alla pavimentazione ed alla realizzazione di impianti, in data 26 maggio 2010 la ricorrente ha presentato al Comune istanza di accertamento di conformità ai sensi dell'art. 36 del T. U. n. 380\2001, sicchè per questa parte il ricorso, successivamente proposto, è inammissibile per difetto d'interesse, in quanto, come da consolidata e condivisa giurisprudenza, il riesame dell'abusività dell'opera provocato dall'istanza di sanatoria determina la necessaria formazione di un nuovo provvedimento, di accoglimento o di rigetto (espresso o tacito), che vale comunque a rendere inefficace il provvedimento sanzionatorio oggetto dell'originario ricorso, e l'interesse del responsabile dell'abuso edilizio si sposta, dall'annullamento del provvedimento sanzionatorio già adottato e divenuto inefficace, all'annullamento dell'eventuale provvedimento di rigetto della domanda di sanatoria e degli eventuali ulteriori provvedimenti sanzionatori (per tutte, T.A.R. Campania Napoli, sez. VII, 16 dicembre 2009, n. 8815)».

TAR NA 8343/2010: « 10)Fondata risulta invece - anche in riferimento al realizzato cambio di destinazione d'uso, con conseguente aumento della superficie residenziale - la censura di difetto di motivazione contenuta nel sesto motivo del ricorso principale e nel quinto motivo del ricorso per motivi aggiunti, per la non sufficienza del richiamo alla pretesa abusività delle opere, in quanto la repressione dell'abuso edilizio, disposta a distanza di tempo ragguardevole richiede una puntuale motivazione sull'interesse pubblico al ripristino dello status quo ante.
Ed invero, per un orientamento giurisprudenziale del Consiglio di Stato, seguito di recente da questa Sezione (cfr TAR Campania (NA) Sez. IV n. 2357 del 5 maggio 2009; TAR Campania (NA) Sez. IV n. 9620 del 28/12/2009) la repressione dell'abuso edilizio, disposta a distanza di tempo ragguardevole, richiede una puntuale motivazione sull'interesse pubblico al ripristino dei luoghi.
In tali casi, infatti, per il lungo lasso di tempo trascorso dalla commissione dell'abuso ed il protrarsi dell'inerzia dell'amministrazione preposta alla vigilanza, si ritiene che si sia ingenerata una posizione di affidamento nel privato, in relazione alla quale l'esercizio del potere repressivo è subordinato ad un onere di congrua motivazione che, avuto riguardo anche all'entità e alla tipologia dell'abuso, indichi il pubblico interesse, evidentemente diverso da quello ripristino della legalità, idoneo a giustificare il sacrificio del contrapposto interesse privato; C.d.S., Sez. V, 4 marzo 2008, n. 883; C.d.S. Sez. V, n. 3270/2006).
Ed invero nell'ipotesi de qua, nonostante le opere di cui è stata contestata l'abusività fossero state realizzate in data remota, sicuramente in epoca antecedente al 1973 - secondo quanto evincibile dal verbale di sopralluogo -, e verosimilmente in data prossima al 1952, data di rilascio della cennata licenza edilizia, l'Amministrazione non ha adempiuto siffatto onere motivazionale.
11)Stante la fondatezza del ricorso, anche in relazione alle opere eseguite in difformità alla licenza edilizia, risulta assorbita la censura di carattere procedimentale contenute nel primo motivo del ricorso principale.
12)Il ricorso va pertanto accolto, con salvezza della successiva attività provvedimentale dell'amministrazione in riferimento alle opere non assentite, la quale dovrà essere improntata al rispetto dell'onere motivazionale di cui sopra».

TAR NA 1890/2010: « Con il primo il ricorrente deduce l'illegittimità del provvedimento gravato, per inesistenza dei presupposti di fatto e di diritto e per carenza di motivazione e di istruttoria, sotto diversi profili.
Le censure vanno esaminate separatamente, con priorità di quelle concernenti l'assenza dei presupposti di fatto e di diritto.
Del tutto infondata è la censura relativa all'inesistenza dei presupposti di fatto, e alla correlativa carenza motivazionale del provvedimento gravato, basata sul rilievo della conformità delle opere edilizie oggetto di contestazione alle prescrizioni urbanistiche del Comune di Napoli, non avendo il ricorrente medesimo presentato istanza di accertamento in conformità al fine di sanare ex post l'abuso.
Infatti per giurisprudenza costante "l'eventuale compatibilità delle opere con la normativa urbanistica vigente non può assumere efficacia dirimente in assenza di un'istanza di sanatoria, potendo tale profilo assumere precipuo rilievo, ai fini dell'accertamento di conformità in sede di procedura di sanatoria dell'opera abusiva, ma non potendo esso costituire - come è ovvio - un implicito surrogato dell'assenso edilizio concretamente non rilasciato; del resto, va aggiunto per inciso, chi ha costruito senza concessione, seppur in conformità allo strumento urbanistico vigente, non gode nemmeno di un'aspettativa alla sanatoria (che, si ribadisce, nella specie non risulta peraltro essere stata richiesta) incondizionata e illimitata nel tempo. Per questo motivo, ed è elemento direttamente connesso alle lagnanze dei ricorrenti, la conformità urbanistica non costituisce elemento che porta di per sé a declassare l'interesse pubblico a reagire contro l'abuso edilizio, con le conseguenze del caso sotto il profilo del corredo motivazionale del provvedimento ingiuntivo contestato. Più in generale, va ribadito che il presupposto per l'adozione dell'ordine di demolizione di opere edilizie abusive resta essenzialmente la constatata realizzazione dell'opera in assenza del titolo abilitativo (o in totale difformità da esso), con la conseguenza che nella ricorrenza del predetto requisito l'ingiunzione demolitoria costituisce praticamente un atto dovuto"(Consiglio di Stato sez. V, sentenza n.3443/02).
Il motivo si rivela del pari infondato quanto al difetto di istruttoria e di motivazione, in relazione alla esatta individuazione delle opere abusive.
Ed invero nell'atto è specificato l'iter procedimentale percorso in ragione della compiuta istruttoria, con il richiamo al verbale di sopralluogo redatto dagli agenti della P.G. della Procura della Repubblica in data 5/06/2008 e con la constatazione che le opere, da qualificarsi quali opere di nuova costruzione ex art. 31 D.P.R.. 380/01, sono state realizzate senza il prescritto permesso di costruire.
Le opere poi sono esattamente specificate nella loro consistenza quantitativa e qualitativa.
Del tutto inveritiera è poi l'affermazione in merito alla mancata specificazione dei dati catastali dell'area in cui insistono le opere abusive, risultante per contro per tabulas tanto dall'atto gravato che dal verbale di sopralluogo., che, in quanto richiamato nel provvedimento gravato, costituisce corredo motivazionale del medesimo.(ex multis Consiglio di Stato, sez. IV, 16 ottobre 2006, n. 6165)
Peraltro il motivo oltre che erroneo si rileva infondato, atteso che per giurisprudenza costante l'indicazione dell'area di sedime non costituisce elemento essenziale dell'ingiunzione di demolizione ma solo dell'ordinanza di acquisizione: "siffatta specificazione è elemento essenziale del provvedimento di accertamento della mancata ottemperanza alla demolizione: la legge n. 47 del 1985 ha infatti distinto, nell'ambito dell'articolo 7, i due atti, di ingiunzione e acquisitivo, basando il primo sul presupposto dell'abuso, con il contenuto proprio della contestazione della trasgressione e dell'ordine di demolizione, e, il secondo, sul presupposto della verifica di inottemperanza al primo, con l'effetto proprio dell'acquisizione. Requisiti dell'ingiunzione di demolizione sono perciò l'esistenza della condizione che la rende vincolata, cioè l'accertata esecuzione di opere abusive, e il conseguente ordine di demolizione, non anche la specificazione puntuale della portata delle successive sanzioni, richiamate nell'atto quanto alla tipologia preordinata dalla legge, ma recate con successivo, eventuale provvedimento" (ex multis C.d.S., Sez. V, 26 gennaio 2000, n. 341; Consiglio di Stato Sezione IV26 settembre 2008 n.. 4659).
Irrilevante, sotto il profilo dell'annullamento dell'atto, è poi la censura relativa all'erronea indicazione del ricorrente, quale soggetto responsabile, per avere lo stesso acquistato il manufatto abusivo in data da in data 7/03/1997, per atto del Notaio Giuseppe Transo rep. N. 85932 - racc. n. 18642 da Incoronato Laura, per cui l'acquisizione gratuita non poteva essere disposta nei suoi confronti.
Ed invero, va rilevato che oggetto del ricorso è l'ingiunzione di demolizione che, come noto, può essere emanata anche nei confronti del proprietario estraneo all'abuso, e non la successiva ed eventuale acquisizione, soltanto preannunciata nel provvedimento de quo.
Per giurisprudenza costante l'ordinanza di demolizione di una costruzione abusiva può essere emanata nei confronti del proprietario attuale, anche se non responsabile dell'abuso, considerando che l'abuso edilizio costituisce un illecito permanente e che l'ordinanza stessa ha carattere ripristinatorio e non prevede l'accertamento del dolo o della colpa del soggetto (cfr ex multis Tar Sardegna, Cagliari, sez. II, 8 agosto 2008, n. 1649).
Alla luce di tali considerazioni il motivo si rileva infondato atteso che nel provvedimento de quo il ricorrente è indicato non solo quale soggetto responsabile ma anche quale proprietario, per cui l'eventuale erroneità dell'indicazione dello stesso quale responsabile risulta del tutto irrilevante, potendo il provvedimento legittimante fondarsi sull'altro presupposto, del pari indicato nel provvedimento, della proprietà dell'immobile sui cui insistono le opere abusive.
Del pari infondata è la censura relativa alla mancanza nel provvedimento de quo di qualsivoglia riferimento al procedimento per la dichiarazione dell'interesse pubblico ostativo alla demolizione, dovendo tale procedimento attivarsi solo a seguito del provvedimento di acquisizione, laddove non si addivenga alla demolizione d'ufficio.
3)Analogamente del tutto infondate sono le censure articolate nel secondo motivo di ricorso, in quanto del pari relative al provvedimento di acquisizione che non costituisce oggetto del presente giudizio.
4) Fondata si rileva invece la censura, posta a base dell'ordinanza di sospensiva, contenuta nel primo motivo di ricorso, relativa al difetto di congrua motivazione, in ragione del notevole lasso di tempo trascorso dalle realizzazione delle opere abusive.
Ed invero, per un orientamento giurisprudenziale del Consiglio di Stato, seguito di recente da questa Sezione (cfr TAR Campania (NA) Sez. IV n. 2357; 5 maggio 2009 n. 09620/2009) la repressione dell'abuso edilizio, disposta a distanza di tempo ragguardevole, richiede una puntuale motivazione sull'interesse pubblico al ripristino dei luoghi.
In tali casi, infatti, per il lungo lasso di tempo trascorso dalla commissione dell'abuso ed il protrarsi dell'inerzia dell'amministrazione preposta alla vigilanza, si ritiene che si sia ingenerata una posizione di affidamento nel privato, in relazione alla quale l'esercizio del potere repressivo è subordinato ad un onere di congrua motivazione che, avuto riguardo anche all'entità e alla tipologia dell'abuso, indichi il pubblico interesse, evidentemente diverso da quello ripristino della legalità, idoneo a giustificare il sacrificio del contrapposto interesse privato; C.d.S., Sez. V, 4 marzo 2008, n. 883; C.d.S. Sez. V, n. 3270/2006).
E invero nell'ipotesi de qua, nonostante le opere di cui è stata contestata l'abusività fossero state realizzate in data remota, sicuramente in epoca antecedente al 1973, secondo quanto evincibile dal verbale di sopralluogo, l'Amministrazione non ha adempiuto siffatto onere motivazionale.
5)Stante la fondatezza di tale motivo di gravame, che assorbe le censure di carattere procedimentale contenute nel terzo motivo, il ricorso va accolto, con salvezza della successiva attività provvedimentale dell'amministrazione, la quale dovrà essere improntata al rispetto dell'onere motivazionale di cui sopra»

T.A.R. Campania Napoli Sez. IV, 09-02-2006, n. 1880: « 1. In via preliminare il Collegio ritiene di dover confermare la riunione dei ricorsi in epigrafe, già disposta con l'ordinanza n. 835/2005, in quanto gli stessi risultano connessi sotto il profilo oggettivo e parzialmente connessi sotto il profilo soggettivo. Infatti entrambi i gravami hanno ad oggetto gli abusi edilizi realizzati presso il complesso denominato Villa Manzo, in relazione ai quali viene dedotta in sostanza l'omessa adozione dei doverosi provvedimenti repressivi da parte delle competenti autorità, individuate nel Comune di Napoli e nella Soprintendenza per i beni Ambientali e Architettonici di Napoli.
A tal riguardo si deve preliminarmente rammentare che, nel caso di immobili soggetti a vincolo storico-artistico e/o paesaggistico, l'attività edificatoria è soggetta a controllo sia da parte dell'Amministrazione Comunale, ai sensi dell'art. 27, comma 1 del D.P.R. n. 380/2001 (recante il Testo unico in materia edilizia), sia da parte dell'Amministrazione dei beni culturali, ai sensi degli articoli 18 e 155 del D. Lgs. n. 42/2004 (recante il Codice dei beni culturali e del paesaggio).
Pertanto la legislazione in materia di condono edilizio ha previsto che per gli abusi edilizi relativi ad immobili vincolati il rilascio del titolo abilitativo in sanatoria sia subordinato al parere favorevole delle Amministrazioni preposte alla tutela del vincolo stesso (art. 32 della legge n. 47/1985, che fa comunque salve le fattispecie previste dal successivo articolo 33, relativo alle opere non suscettibili di sanatoria).
In particolare, nel caso di immobili di interesse storico o artistico, l'Amministrazione preposta alla tutela del vincolo deve essere individuata, ai sensi degli articoli 21 e 22 del D.Lgs. n. 42/2004, nella competente Soprintendenza. Invece, laddove si tratti di aree ed immobili sottoposti a vincolo paesaggistico l'Amministrazione preposta alla tutela del vincolo deve essere individuata, ai sensi dell'articolo 146 del D.Lgs. n. 42/2004, nella Regione o nell'ente locale al quale la Regione stessa ha affidato la relativa competenza.
2. Nel caso in esame non vi è contestazione sul fatto che nell'ambito del complesso di Villa Manzo siano stati realizzati numerosi abusi edilizi , documentati nelle perizie allegate agli atti di diffida notificati dal ricorrente al Comune ed alla Soprintendenza, nel verbale di sequestro del 25 ottobre 2001 (depositato dal Comune di Napoli in data 20 aprile 2005) e nei verbali relativi ai sopralluoghi eseguiti in data 6 e 12 maggio 2005 (depositati dal Comune di Napoli in data 11 ottobre 2005).
Né vi è contestazione sul fatto che tali abusi costituiscano oggetto di più domande di condono ai sensi delle leggi n. 47/1985, n. 724/1994 e n. 326/2003. Infatti, come già evidenziato nella parte in fatto, nella nota del Servizio Condono edilizio n. 644/2005 vengono elencate quattro domande di condono presentate dalla G. s.a.s e dalla signora S.I. ai sensi delle leggi n. 47/1985 e n. 724/1994, nonché un'ulteriore domanda di condono presentata ai sensi della legge n. 326/2003 per opere di completamento funzionale. Inoltre il controinteressato nella sua memoria difensiva, oltre a confermare tali circostanze, riferisce di altre tre domande presentate ai sensi della legge n. 326/2003 (aventi i numeri di protocollo n. 6086/2004, n. 7201/2004 e 7254/2004 e concernenti opere di completamento funzionale dei manufatti già oggetto delle domande di condono n. 13652/1995, n. 11174/1995 e n. 11175/1995, richiamate nella suddetta nota n. 644/2005).
Ciò posto e considerato altresì che il complesso di Villa Manzo (ossia la villa ed il relativo terreno) risulta sottoposto non solo a vincolo paesistico, ma anche a vincolo storico e artistico, imposto con il Decreto Ministeriale in data 24 aprile 1993, non v'è dubbio che un'eventuale sanatoria dei predetti abusi sia subordinata all'acquisizione del parere favorevole delle Amministrazioni preposte alla tutela dei vincoli, ossia della competente Soprintendenza di settore, per quanto riguarda il vincolo storico e artistico, e dello stesso Comune di Napoli (quale ente locale delegato dalla Regione Campania), per quanto riguarda il vincolo paesistico. Ed infatti nella nota n. 644/2005 viene specificato che le suddette istanze di condono "non sono ancora state istruite per l'espressione del parere del vincolo di cui all'art. 32 della legge n. 47/1985".
3. Poste tali premesse occorre procedere all'esame delle eccezioni di inammissibilità e di infondatezza dei ricorsi in esame, sollevate dal Comune di Napoli e dal controinteressato costituito in giudizio. Innanzi tutto il G. evidenzia che le Amministrazioni chiamate in giudizio non solo hanno tempestivamente attivato i rispettivi poteri, sia prima che dopo la proposizione dei ricorsi in esame, ma hanno consentito altresì al ricorrente di accedere alla documentazione relativa all'attività repressiva posta in essere, attività che è stata peraltro condizionata dalla pendenza delle istanze di condono relative agli abusi in questione.
Anche il Comune di Napoli eccepisce che al ricorrente sono stati forniti i chiarimenti richiesti e che gli è stato consentito di accedere agli atti, mentre con riferimento all'attività svolta deduce che il Servizio Antiabusivismo edilizio si è attivato per la repressione degli abusi non oggetto di domande di condono (adottando le ordinanze n. 1307 del 27 novembre 2001 e n. 1308 del 28 novembre 2001) e che per gli abusi per i quali è stato richiesto il condono edilizio vige la sospensione dei procedimenti repressivi in corso, pur trattandosi di immobili vincolati.
3.1. Con particolare riferimento alla domanda di fissazione di un termine affinché l'Amministrazione competente provveda negativamente sulle domande di condono relative ai predetti abusi, il controinteressato sostiene che l'inammissibilità di tale richiesta deriva dalla vigente disciplina dei termini previsti per la definizione di tale domande. In particolare evidenzia che i termini per la definizione del condono richiesto ai sensi della legge statale n. 326/2003 sono fissati dall'art. 7 della legge regionale n. 10/2004, secondo il quale "le domande di sanatoria sono definite dai comuni competenti con provvedimento esplicito da adottarsi entro ventiquattro mesi dalla presentazione delle stesse" (fermo restando che il termine "può essere interrotto una sola volta se il comune richiede all'interessato integrazioni documentali e decorre per intero dalla data di presentazione della documentazione integrativa" e che, decorso tale termine, si applicano le disposizioni di cui all'art. 4 della legge regionale n. 19/2001, che disciplinano l'esercizio dell'intervento sostitutivo da parte della competente amministrazione provinciale).
Invece per le istanze di sanatoria presentate ai sensi della legge n. 47/1985 e della legge n. 724/1994 - in mancanza di previsioni che fissino un termine per provvedere su tali domande e alla luce di quanto previsto dall'art. 9 della legge regionale n. 10/2004 (che impone la preventiva valutazione delle domande di sanatoria presentate ai sensi della legge n. 47/1985 e della legge n. 724/1994) - secondo il G. deve trovare applicazione il criterio generale che impone di seguire l'ordine cronologico di presentazione delle domande, fermo restando che "per procedere all'emissione del definitivo provvedimento" le istanze presentate ai sensi della legge n. 326/2003 per le opere di completamento funzionale delle costruzioni abusive in questione devono "integrarsi" con quelle ancora pendenti.
3.2. La seconda eccezione sollevata dal controinteressato è incentrata sulla carenza di legittimazione del terzo a pretendere la definizione delle domande di condono altrui mediante il rito speciale previsto dall'art. 21 bis della legge n. 1034/1971, perché il silenzio serbato dall'Amministrazione sull'istanza di condono lede il soggetto che ha richiesto la sanatoria edilizia e non certo il terzo che si oppone al rilascio della sanatoria, "rispetto al quale non si configura alcun interesse qualificato e differenziato alla celere definizione delle istanze di condono".
3.3. Viene poi eccepita la circostanza che le Amministrazioni resistenti abbiano comunque riscontrato le diffide notificate dal ricorrente e, quindi, l'impossibilità di configurare il silenzio inadempimento su tali diffide. In particolare il Grimaldi sottolinea che il Comune di Napoli con la nota n. 644/2005 ha comunicato al ricorrente gli estremi di tutte le istanze di condono pendenti, informandolo che è tuttora in corso la relativa istruttoria. Pertanto essendo venuta meno l'inerzia dell'Amministrazione, da un lato, è venuto meno anche l'interesse a ricorrere ai sensi dell'art. 21 bis della legge n. 1034/1971 e, dall'altro, il ricorrente avrebbe dovuto impugnare con un autonomo ricorso la suddetta nota n. 644/2005.
Anche la quarta eccezione del controinteressato è incentrata sulla carenza di interesse ad agire per ottenere la definizione delle pratiche di condono e l'adozione dei conseguenti provvedimenti repressivi, dovendosi ritenere, secondo il controinteressato, che i pregiudizi per la proprietà del ricorrente, cagionati dagli abusi in questione, siano venuti meno per effetto della transazione da questi stipulata in data 13 febbraio 1998 con la G. s.a.s e la signora S.I.. Infatti attraverso tale accordo transattivo il ricorrente "ha riconosciuto la consistenza immobiliare insistente sul suolo a valle della Villa Manzo" in cambio di molteplici concessioni e della costituzione di servitù negative e positive a favore della sua proprietà.
3.4. Da ultimo il controinteressato eccepisce che la definizione delle istanze di condono non è stata oggetto di una specifica richiesta nell'ambito della diffida notificata al Comune di Napoli il 21 gennaio 2005, sicché la domanda giudiziale relativa alla definizione di tali istanze costituisce una domanda nuova, sulla quale non si è affatto formato il silenzio inadempimento.
4. Quest'ultima eccezione risulta palesemente infondata alla luce della nuova disciplina del ricorso avverso il silenzio contenuta nel comma 4 bis dell'art. 2 della legge n. 241/1990 (comma introdotto dall'articolo 2 della legge 11 febbraio 2005, n. 15), che può trovare applicazione nel caso in esame perchè il ricorso n. 2311/2005 è stato depositato in data 17 marzo 2005. Infatti, benché la diffida notificata al Comune di Napoli non contenga effettivamente alcuna specifica richiesta volta a sollecitare l'adozione di provvedimenti che definiscano i procedimenti di condono pendenti, tuttavia si deve rammentare che, secondo la disciplina dettata dal comma 4 bis dell'art. 2 della legge n. 241/1990 (attualmente recepita nel quinto comma dell'art. 2, introdotto dall'articolo 3, del D.L. 14 marzo 2005, n. 35), "il ricorso avverso il silenzio dell'Amministrazione, ai sensi dell'articolo 21 bis della legge 6 dicembre 1971, n. 1034, può essere proposto anche senza necessità di diffida all'Amministrazione inadempiente".
5. Quanto alla carenza di legittimazione ad agire del ricorrente, oggetto della seconda eccezione sollevata dal controinteressato, il Collegio osserva che tale eccezione ha trovato effettivamente un riscontro in una recente decisione giurisprudenziale, secondo la quale non sussiste il dovere di provvedere alla immediata definizione della pratica di condono, su istanza del terzo estraneo alla medesima, in quanto il vero soggetto interessato è colui che ha inoltrato l'istanza (Cons. Stato, Sez. IV, 29 novembre 2005, n. 7568)
Tuttavia, tale orientamento non può essere condiviso.
Occorre infatti distinguere nettamente l'interesse del responsabile dell' abuso edilizio all'accoglimento dell'istanza di condono dall'interesse ad una celere definizione del procedimento avviato a seguito della presentazione di tale istanza.
Non vi è dubbio che l'interesse all'accoglimento dell'istanza di condono si radichi esclusivamente in capo al responsabile dell'abuso e non possa quindi essere riferito al proprietario confinante che abbia subito un pregiudizio per effetto della realizzazione dell'opera abusiva, il quale nutre semmai un interesse alla reiezione della domanda di condono. Tuttavia queste considerazioni non possono essere estese al distinto interesse alla conclusione del procedimento di condono entro i termini previsti dalla legge, che ben può vantare il proprietario confinante danneggiato dalla realizzazione dell'opera abusiva.
Con ciò non si intende certo negare che anche il responsabile dell'abuso possa avere un interesse alla celere definizione della domanda di condono. Si deve infatti rammentare che l'articolo 21, comma 3, del vigente Regolamento edilizio del Comune di Napoli dispone che "per gli edifici costruiti successivamente all'entrata in vigore della legge 765 del 6 agosto 1967 non possono essere consentiti gli interventi di cui al comma 1, nel caso in cui le opere di cui si chiede l'esecuzione determinino modifiche di parti dell'edificio abusivamente realizzate anche se oggetto di richiesta di sanatoria ai sensi dell'articolo 31 e seguenti della L 47/85 e dell'art. 39 della L 724/94, non ancora esitata, ovvero per le quali è stato disposto il rigetto dell'istanza di sanatoria; la preclusione di cui al presente comma riguarda, in via esclusiva, le parti dell'edificio abusivamente realizzate con l'esclusione delle altre parti del medesimo edificio, e inoltre i suoli di pertinenza di costruzioni illegittime, limitatamente agli interventi di cui alla lettera b) del comma 2 che, nell'ipotesi, ove consentiti, sono subordinati a provvedimento autorizzativi". Risulta quindi evidente, ad esempio, che il proprietario di un immobile abusivamente realizzato può avere interesse alla definizione della domanda di condono laddove intenda eseguire, con il prescritto titolo abilitativo, una ristrutturazione con aumento di volumetria di tale immobile.
Si intende piuttosto evidenziare che anche il proprietario confinante può avere un interesse alla celere definizione della domanda di condono nel caso in cui la mera pendenza di tale domanda impedisca la rimozione del pregiudizio dallo stesso subito per effetto della realizzazione dell'opera abusiva. Infatti, secondo una consolidata giurisprudenza (ex multis, T.A.R. Liguria, Sez. I, 17 giugno 2005, n. 922; T.A.R. Umbria, 7 giugno 2005, n. 313; Cons. Stato, Sez. V, 7 novembre 2003, n. 7132) il proprietario confinante, nella cui sfera giuridica incida dannosamente il mancato esercizio dei poteri repressivi degli abusi edilizi da parte dell'organo preposto, è titolare di un interesse legittimo all'esercizio di detti poteri e può quindi ricorrere avverso l'inerzia dell'organo preposto alla repressione di tali abusi edilizi . Tuttavia l'esercizio di tali poteri repressivi potrebbe essere inibito proprio dalla mera pendenza di una domanda di condono perché, in base all'art. 44 della legge n. 47/1985 (che trova applicazione anche nel caso di domande di condono presentate ai sensi della legge n. 326/2003, attraverso il richiamo contenuto nell'art. 32, comma 25, del D.L. n. 269/2003), fatti salvi i casi di domande palesemente infondate (Consiglio Stato, Sez. V, 3 agosto 2004, n. 5412), fino alla definizione di tale domanda opera la sospensione dei procedimenti amministrativi finalizzati alla repressione degli abusi edilizi (ex multis, Cons. Stato, Sez. IV, 15 febbraio 2005, n. 760).
Ne consegue l'infondatezza dell'eccezione in esame, perché la legittimazione del terzo a ricorrere ai sensi dell'art. 21 bis della legge n. 1034/1971 avverso il silenzio inadempimento serbato dal Comune sulla domanda di condono deriva proprio dal fatto che tale silenzio preclude sia all'Amministrazione comunale, sia alle altre Amministrazioni (come la Soprintendenza) titolari di poteri repressivi delle attività edilizie realizzate in assenza dei prescritti titoli abilitativi, di agire per la repressione degli abusi edilizi non suscettibili di sanatoria (si pensi, ad esempio, alle ipotesi in cui la gravità dell'abuso comporti l'espressione del parere contrario alla sanatoria da parte delle Amministrazioni preposte alla tutela dei vincoli, alle quali si riferisce l'art. 32 della legge n. 47/1985).
6. Quanto alla carenza di interesse ad agire (oggetto della quarta eccezione di inammissibilità dei ricorsi in esame) discende, secondo il G., della transazione stipulata dal ricorrente in data 13 febbraio 1998 con la G. s.a.s e la signora S.I., dovendosi ritenere che i pregiudizi per la proprietà S.V. cagionati dagli abusi edilizi in questione siano venuti meno per effetto di tale accordo transattivo.
In proposito il Collegio osserva che il contratto di transazione richiamato dal controinteressato non è stato prodotto in giudizio e che dagli scarni riferimenti all'oggetto di tale contratto, contenuti nella relazione del consulente d'ufficio nominato dal Tribunale civile di Napoli (allegata alla memoria di costituzione in giudizio del controinteressato), si evince soltanto che in base a tale accordo transattivo si consente al ricorrente "di trasformare in vedute tutte le luci esistenti lungo la facciata del proprio edificio che guarda verso la proprietà G.e versi i capannoni ed i comodi rurali di S.I., di aprire una finestra al livello del piano terra, tre finestre a livello del primo piano, e tre finestre al livello del secondo piano, di chiudere con un muro l'attuale piccola balconata posta all'angolo sud-est del primo piano del suo fabbricato" e si costituisce a favore della proprietà S.V. la servitù "di non edificare sulle zone scoperte del complesso dopo la risistemazione della vecchia Villa Manzo, la costruzione di quattro manufatti e dei beni della signora I. ..., di due vasche interrate". Nulla si evince invece riguardo ad un'eventuale rinuncia del ricorrente a tutelare dinanzi al giudice amministrativo il proprio interesse legittimo all'esercizio dei poteri repressivi degli abusi edilizi da parte degli organi competenti.
Ne consegue che, a parte ogni considerazione sull'impossibilità di configurare una rinuncia preventiva alla tutela giurisdizionale dell'interesse legittimo (Cons. Stato, Sez. V, 26 ottobre 1998, n. 1540), l'eccezione in esame risulta comunque infondata perché la predetta transazione riguarda aspetti di carattere prettamente civilistico, tipici dei rapporti tra confinanti, che nulla hanno a che vedere con l'abusività delle opere in questione e con la facoltà riconosciuta dall'ordinamento al proprietario confinante di stimolare la repressione degli abusi edilizi posti in essere dal vicino.
7. Altrettanto infondata risulta la terza eccezione di inammissibilità, incentrata anch'essa sul difetto di interesse ad agire, derivante dalla nota del Servizio Condono edilizio n. 644/2005, con la quale sono stati comunicati al ricorrente gli estremi di tutte le istanze di condono pendenti, informandolo che è tuttora in corso la relativa istruttoria.
Non ignora il Collegio l'orientamento richiamato dal G., secondo il quale l'adozione di qualsivoglia atto da parte dell'amministrazione, in risposta alla diffida dell'interessato, fa venir meno il presupposto per l'azione di condanna ai sensi dell'art. 21 bis della legge n. 241/1990, indipendentemente dal soddisfacimento dell'interesse sostanziale sottostante (da ultimo Cons. Stato, Sez. IV, 25 maggio 2005, n. 2685). Tuttavia la giurisprudenza ha in più occasioni precisato che tale orientamento presuppone che l'Amministrazione, nell'esercizio del proprio potere provvedimentale, abbia effettivamente disposto in ordine alla situazione giuridica del soggetto che si avvale del rimedio approntato dall'art. 21 bis della legge n. 1034/1971, facendo cessare il proprio comportamento inadempiente, sicché l'adozione un atto meramente interlocutorio non fa certo venir meno l'interesse a ricorrere avverso il silenzio inadempimento (T.A.R. Puglia Lecce, Sez. I, 1 aprile 2005, n. 1797; T.A.R. Sicilia Catania, Sez. II, 16 novembre 2004, n. 3280).
Orbene, nel caso in esame il carattere meramente interlocutorio della nota n. 644/2005 emerge chiaramente dal fatto che l'Amministrazione, dopo aver indicato gli estremi delle domande di condono ancora pendenti, si limita a comunicare al ricorrente che tali domande "non sono ancora state istruite per l'espressione del parere di vincolo di cui all'art. 32 l. 47/85", sicché non si vede come tale atto a contenuto meramente informativo possa essere considerato espressione del potere provvedimentale in materia di condono edilizio.
8. Passando al merito, i ricorsi in esame risultano innanzi tutto infondati nella parte in cui viene dedotta l'illegittimità dell'inerzia delle Amministrazioni resistenti nell'adozione dei provvedimenti repressivi di rispettiva competenza.
Infatti, anche alla luce del verbali relativi ai sopralluoghi del 25 ottobre 2001 e del 12 maggio 2005 (ai quali hanno preso parte anche un rappresentante della Soprintendenza e rappresentanti del Servizio Condono e del Servizio Antiabusivismo del Comune di Napoli), si può affermare che le Amministrazioni chiamate in giudizio, anche dopo le diffide del ricorrente, si sono attivate per accertare la consistenza degli abusi posti in essere all'interno del Complesso di Villa Manzo ed hanno adottato i conseguenti provvedimenti cautelari (sequestro delle opere), ma non hanno potuto procedere all'adozione dei conseguenti provvedimenti repressivi stante la preclusione derivante dall'art. 44 della legge n. 47/1985, alla quale si è già fatto riferimento in precedenza. Ed infatti quando sono stati accertati abusi non oggetto di condono il Servizio Antiabusivismo edilizio si è attivato per reprimerli, come testimoniano gli ordini di demolizione n. 1307 del 27 novembre 2001 e n. 1308 del 28 novembre 2001, citati nella memoria depositata dal Comune all'udienza dell'11 gennaio 2006.
9. Riguardo alla dedotta illegittimità dell'inerzia delle Amministrazioni resistenti nella definizione delle domande di condono edilizio aventi ad oggetto gli abusi edilizi in questione occorre tenere distinte le domande di sanatoria da ultimo presentate ai sensi della legge n. 326/2003, da quelle presentate ai sensi delle leggi n. 47/1985 e n. 724/1994.
Infatti l'art. 7 della legge regionale n. 10/2004, relativo alle domande presentate ai sensi della legge n. 326/2003, dispone che tali domande devono essere definite con un provvedimento espresso entro il termine di ventiquattro mesi dalla presentazione delle stesse, termine che non risulta ancora scaduto, perché secondo l'art. 32, comma 32, del D.L. 269/2003 la domanda di condono doveva essere presentata, a pena di decadenza, tra l'11 novembre 2004 e il 10 dicembre 2004.
Quanto alle domande presentate ai sensi delle leggi n. 47/1985 e n. 724/1994, si deve invece rilevare che tali leggi non prevedono disposizioni sui tempi per la conclusione del procedimento di condono, all'infuori dell'art. 35 della legge n. 47/1985 in materia di formazione del silenzio assenso. Tuttavia il legislatore regionale ha introdotta una specifica disciplina per le domande di sanatoria presentate ai sensi della legge n. 47/1985 e della legge n. 724/1994 ed ancora pendenti. Infatti l'art. 9 della legge regionale n. 10/2004 dispone (al comma 1) che tali domande sono definite dai comuni entro il 31 dicembre 2006 e disciplina (nei commi 2, 3, e 4) una speciale procedura finalizzata a consentire la celere definizione di tale domande, incentrata sulla presentazione da parte degli interessati di una dichiarazione sostitutiva redatta ai sensi del D.P.R. n. 445/2000, fermo restando che tali previsioni sono dichiarate (al comma 5) inapplicabili agli abusi edilizi realizzati sulle aree del territorio regionale sottoposte ai vincoli di cui all'articolo 33 della legge 47/85.
Si deve quindi ritenere che, in presenza di termini fissati per legge, il ricorrente non abbia alcun titolo per pretendere che vengano assegnati al Comune termini più brevi per provvedere sulle domande di condono in questione (T.A.R. Lombardia, Milano, Sez. II, 27 maggio 2005, n. 1110).
Pertanto anche la domanda di fissazione di un termine per la definizione delle numerose domande di condono relative agli abusi realizzati nel Complesso di Villa Manzo è infondata, perché su tali domande non si è ancora formato il silenzio inadempimento.
Resta fermo tuttavia l'obbligo dell'Amministrazione Comunale di attivarsi tempestivamente (come richiesto anche dal rappresentante della Soprintendenza in occasione del Sopralluogo del 12 maggio 2005) per richiedere alle autorità preposte alla tutela dei vincoli i pareri di cui all'art. 32 della legge n. 47/1985, al fine di pronunciarsi sulle domande di condono oggetto del presente ricorso entro i termini stabiliti dagli articoli 7 e 9 della legge n. 10/2004, e che laddove tali termini non venissero rispettati potrà allora essere utilmente esperita la procedura di cui all'art. 21 bis della legge n. 1034/1971».
 
T.A.R. Marche Ancona Sez. I, 28-02-2008, n. 155: « 1) Va disattesa la preliminare censura di violazione di legge diretta a denunciare la parte del provvedimento impugnato con cui si é dato luogo alla revoca della precedente sanzione demolitoria degli abusi edilizi contestati alla parte ricorrente ai fini della successiva applicazione della sanzione pecuniaria sostitutiva.
Infatti, non va ignorato al riguardo che la riconsiderazione del proprio precedente operato da parte del Responsabile dell'Ufficio Tecnico del Comune intimato che ha portato alla revoca del precedente ordine di demolizione e ripristino intimato alla società ricorrente, ha trovato giustificazione nella richiesta di sanatoria degli abusi edilizi contestati presentata dalla stessa, a seguito della tutela cautelare accordata dal Giudice amministrativo sul precedente ricorso n. 172 del 2005, avente ad oggetto l'impugnazione del presupposto provvedimento di demolizione delle accennate opere edilizie abusive.
Senza contare, che già prima della presentazione della suddetta domanda d sanatoria, secondo quanto risulta dagli atti di causa, la stessa società SACIF, nella immediatezza della notifica della precedente ordinanza di demolizione, ebbe a richiedere in data 3.2.2005 la revoca della stessa.
Donde, a fronte delle accennate iniziative di parte, ritiene il Collegio non si imponeva alcun ulteriore preventivo adempimento procedimentale e notiziale a carico dell'Amministrazione in sede di esame della suddetta domanda di sanatoria, dal momento che, a ben vedere, la disposta revoca del precedente provvedimento di demolizione, oltre ad essere stata compulsata dalla suddetta società SACIF ricorrente, determinava sicuramente effetti vantaggiosi per la parte ricorrente destinataria della precedente ordinanza di ripristino; per cui, francamente, ritiene il Collegio che non avesse alcun senso rendere la parte oggi ricorrente ulteriormente partecipe dell'iniziativa di rimuovere il presupposto provvedimento sanzionatorio che, indirettamente, come si è avuto modo di evidenziare, era stata dalla medesima sollecitata.
2) Passando a questo punto all'esame delle altre censure dedotte con il ricorso, va precisato che le stesse sono rivolte a contestare la legittimità della quantificazione della sanzione pecuniaria sostitutiva comminata dall'Amministrazione con il provvedimento impugnato, in quanto, a detta dei difensori di parte attrice, per effetto del parziale innalzamento del solaio del piano garage cui ha dato luogo l' abuso edilizio contestato, non si sarebbe realizzato alcun aumento di valore dell'edificio e degli spazi adibiti a garage, tenuto conto che gli stessi non sono affatto destinati ad un uso residenziale, come erroneamente ritenuto dagli uffici comunali.
Tali assunti sono meritevoli di accoglimento per i motivi di seguito precisati.
Giova in primo luogo evidenziare che, come è stato confermato anche a seguito della verificazione istruttoria disposta dal Tribunale, l' abuso edilizio di cui si controverte ha trovato motivo nell'avvenuta realizzazione da parte della ditta ricorrente di un incremento di altezza di circa 35 cm., rispetto a quella di mt.2,40 consentita dal permesso di costruire nel piano interrato dell'edificio destinato ad autorimesse.
Per la regolarizzazione di tale parziale difformità delle costruzioni assentite, la ricorrente società Sacif ebbe a presentare, in data 27.10.2004, una denuncia di inizio di attività - D.I.A. - in variante, all'originario permesso di costruire, respinta dal Comune con provvedimento n.5336 del 19.11.2004 che, secondo quanto risulta dagli atti di causa, non è stato fatto oggetto di sindacato giurisdizionale o amministrativo, per cui a tale riguardo non può essere condiviso l'assunto di parte ricorrente preordinato a negare la sussistenza dell' abuso edilizio suddetto, in quanto asserito sanato a seguito della presentazione dell'accennata DIA, poiché, come si è avuto modo di evidenziare, tale richiesta di variante tramite DIA è stata esitata negativamente dal Comune con formale provvedimento divenuto incontestabile, visto che non è stato mai impugnato in sede giurisdizionale o amministrativa.
Donde, acclarata quindi la esistenza e la consistenza dell' abuso edilizio di cui si controverte, ai fini della decisione delle dedotte censure di parte ricorrente, si tratta di valutare la correttezza della quantificazione della sanzione pecuniaria sostitutiva comminata dall'Amministrazione comunale intimata con il provvedimento impugnato in questa sede.
Da quanto è dato desumere dalle conclusioni fornite dal verificatore, indirettamente avallate dallo stesso consulente tecnico di parte ing. A.B. nominato dall'Amministrazione resistente, nella perizia allegata alla memoria conclusionale depositata in data 21.11.2007 dal difensore di quest'ultima, l'abuso sanzionato con il provvedimento oggetto di gravame non ha dato luogo ad incremento dell'altezza del fabbricato misurata dalla linea di terra del piano terreno alla copertura dell'edificio, ma si è sostanziato nella realizzazione di un incremento di altezza del solo piano seminterrato di circa cm.35,00, secondo il verificatore e di cm 50,00, secondo il consulente del Comune.
Ciò premesso, ritiene il Collegio, che risulta più attendibile il dato fornito dal verificatore a seguito della ricognizione degli atti progettuali allegati all'originario permesso di costruire ed alla successiva DIA, in quanto il dato relativo alla scostamento di altezza nel piano seminterrato fornito dal verificatore(cm.35,00) si avvicina in eccesso a quello desumibile dal rilievo plani-volumetrico eseguito dal geom. M. per conto del Comune (cm.30,00) cui fa riferimento il verificatore nella sua relazione conclusiva depositata in atti(vedi paragrafi nn.2.3, 2.4, pagg.8, 9 e 10).
Per cui, una volta acclarata la consistenza dell'abuso costituito dall'incremento di altezza di cm.35,00 realizzato nel piano seminterrato dell'edificio, destinato ad autorimesse, ai fini della decisione della causa, si tratta di valutare la correttezza della quantificazione della sanzione pecuniaria sostituiva della demolizione comminata con il provvedimento impugnato.
A tale proposito va precisato che l'art.34 del D.P.R. 6 giugno 2001, n. 380, recante il Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia edilizia, prevede che le opere realizzate in parziale difformità del permesso di costruire, per le quali non si può far luogo alla demolizione senza pregiudizio della parte eseguita in conformità, come si è verificato appunto nella vicenda di cui è causa, in luogo del ripristino si applica una sanzione pecuniaria sostitutiva rapportata al doppio del costo di costruzione della parte dell'opera difforme, se ad uso residenziale, mentre per le opere destinate ad usi diversi da quello residenziale, la sanzione è rapportata al doppio del valore venale della parte abusiva.
Per quanto riguarda la esatta determinazione dell'ammontare della sanzione suddetta, ritiene il Collegio che bisogna considerare la maggiore cubatura realizzata nel piano seminterrato dell'edificio assentito con il permesso di costruire n. 14 del 2003 di cui è causa, in quanto riferibile ad opera adibita ad uso diverso da quello residenziale, poiché gli ambienti del fabbricato situate al di sotto del piano stradale sono state destinate ad uso autorimessa nel progetto dell'edificio in questione assentito dal Comune.
A fronte di tale segnalata situazione d'uso dell'immobile, non vi è dubbio che la superficie dei locali posti al piano seminterrato del fabbricato di cui è causa, non può essere assimilata a quella degli ambenti dei piani superiori che sono utilizzati per scopi residenziali in senso lato che ricomprendono l'uso per abitazione, per ufficio e per servizi diversi.
Peraltro, il convincimento del Collegio al riguardo, risulta avvalorato dallo stesso pregresso comportamento tenuto dal Comune che, con lettera n.1596 del 5.4.2005, ebbe a richiedere all'Agenzia del Territorio di Ancona la determinazione dell'aumento di valore venale subito dall'edificio in questione, in conseguenza dell'incremento di altezza realizzata dal costruttore nel piano seminterrato, sull'evidente presupposto che la parte dell'opera realizzata in difformità dal permesso di costruire fosse da considerare adibita ad uso diverso da quello residenziale, altrimenti non c'era motivo di coinvolgere nel procedimento di quantificazione della sanzione pecuniaria sostitutiva l'Agenzia del Territorio, stante l'espressa previsione dell'art.34, comma 2 del citato D.P.R. n. 380 del 2000.
Peraltro, non va neppure trascurato che l'orientamento del Collegio trova ulteriore conferma anche nella sopravvenuta previsione normativa recata dall'art.2, comma 9, della legge 28 gennaio 2005, n.249 che ha escluso l'esistenza di vincoli pertinenziali per i parcheggi ed i garage realizzati per garantire il rispetto dello standard urbanistico stabilito dall'art.41/sexies, comma 1, della legge 17 agosto 1942, n.1150 che imponeva di riservare nelle nuove costruzioni appositi spazi per parcheggi in misura non inferiore a 1 mq. per ogni 20 mc. di costruzione.
Pertanto, anche a fronte di tale innovativa disposizione normativa, non vi è dubbio, ad avviso del Collegio, che per quanto concerne la vicenda di cui è causa, gli spazi e gli ambienti situati al piano seminterrato destinati a parcheggio, non costituivano pertinenze delle sovrastanti superfici residenziali dell'edificio, potendo le stesse essere oggetto di separati atti di alienazione in favore di soggetti diversi dei titolari delle abitazioni poste ai piani superiore del fabbricato, come del resto di fatto è avvenuto secondo la parte ricorrente.
Ciò posto, una volta assodata la destinazione non residenziale dei locali nell'ambito dei quali si è realizzato l' abuso edilizio contestato dal Comune con il provvedimento impugnato ed addotto a motivo della sanzione pecuniaria comminata in luogo della demolizione e ripristino delle parti abusive, fondati debbono essere valutati i profili di doglianza dedotti dalla parte ricorrente e diretti a denunciare l'illegittimità dei criteri di determinazione della sanzione pecuniaria inflitta con il provvedimento impugnato, in quanto per la sua quantificazione l'Amministrazione intimata ha applicato il criterio di calcolo previsto per le opere difformi ad uso residenziale che , nel caso di specie è da considerare errato e, quindi, illegittimo poiché, come si è avuto modo di evidenziare gli spazi nell'ambito dei quali si è realizzato l' abuso edilizio contestato consistente nell'incremento dell'altezza di circa 35 cm., hanno una destinazione non residenziale essendo essi adibiti ad uso autorimessa.
Tenuto conto di tale rilevata illegittimità del provvedimento impugnato, ritiene quindi il Collegio che la sanzione pecuniaria sostitutiva relativa a tale tipo di abuso deve essere rapportata al doppio del valore venale delle maggiori cubature realizzate per effetto del segnalato abusivo incremento dell'altezza del piano seminterrato.
Al riguardo, secondo l'organo giudicante, in sede di delibazione del ricorso in epigrafe, il giudice amministrativo non deve limitarsi al solo riscontro della illegittimità del provvedimento impugnato, potendo spingersi anche all'accertamento dell'esatto ammontare della sanzione pecuniaria dovuta dalla parte ricorrente la cui domanda è insita nel petitum del ricorso, tenuto conto che, ai sensi dell'art.34 del D.Lgs. 31 marzo 1998, n.80, come sostituito dall'art.7 della legge 21 luglio 2000, n. 205, anche alla luce della interpretazione fornita dalla Corte Costituzionale con la sentenza n. 281 del 28 luglio 2004, sussiste la giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo anche nei giudizi con i quali il privato propone opposizione avverso il provvedimento comunale di irrogazione di una sanzione pecuniaria sostitutiva per infrazioni edilizie e in tal caso la cognizione del giudice adito si estende ad ogni contestazione inerente all'an ed al quantum della pretesa creditoria e resta ferma anche dopo la nuova disciplina in materia di sanzioni amministrative pecuniarie introdotta dalla legge 24 novembre 1981, n.689, in virtù della espressa riserva contenuta nell'art.12 della stessa legge (Cass. Civile, SS.UU., 12 marzo 2004, n.5166; C.G.A., 2 marzo 2007, n.64; TAR Campania, Sez. VIII, 2 aprile 2007, n.3033).
Ciò premesso, passando a questo punto a delibare gli assunti di parte ricorrente preordinati a contestare la correttezza dei criteri di calcolo della sanzione pecuniaria contestata dal Comune con il provvedimento impugnato, ritiene il Collegio che, al contrario di quanto chiarito dall'Agenzia del Territorio interpellata dal Comune circa il mancato incremento del valore dell'edificio per effetto del modesto incremento dell'altezza del piano seminterrato (vedi lettera n. 3376 del 6.5.2005 in atti) ai fini della corretta applicazione dell'art.34 del D.P.R. n. 380 del 2000, non occorre necessariamente procedere alla quantificazione del maggior valore subito dall'edificio principale in conseguenza di abusi coinvolgenti alcune sue componenti, imponendosi piuttosto la quantificazione del valore commerciale degli incrementi parziali di cubatura o di superficie realizzati abusivamente, ai fini del calcolo della sanzione pecuniaria sostitutiva, nel caso di impossibilità di far luogo al ripristino delle parti abusive.
A tale proposito, per quanto concerne la vicenda di cui è causa, il verificatore ha accertato che secondo la DIA presentata dalla società ricorrente gli spazi interessati dall'incremento di altezza di cm. 35, si sviluppano per una superficie complessiva di mq.627,00, di cui mq.348,85 si riferiscono ai locali destinati a garage e cantine e mq.278,10 a spazi destinati alle corsie di distribuzione e manovra dei veicoli e delle persone di uso comune.
Orbene, se si tiene conto che ai fini commerciali la superficie che rileva nelle normali operazioni di compravendita dei locali destinati ad autorimessa e box situati nei piani seminterrati dei fabbricati, è normalmente quella destinata effettivamente a tale uso e non quella di proprietà condominiale corrispondente agli spazi di manovra dei veicoli, tutto induce a ritenere, secondo il Collegio, che sia corretto e logico sotto l'aspetto merceologico e, quindi, della determinazione del valore commerciale delle autorimesse sotterranee, prendere in considerazione la sola superficie degli ambienti utilizzati per il ricovero delle autovetture o per uso cantina e deposito che, nel caso di specie, secondo le rilevazioni compiute dal verificatore, ammontano complessivamente a mq. 348,85.
Donde, con riferimento a tale dato, bisogna considerare che per effetto dell'accennata maggiore altezza di cm.35 come accertato dal verificatore, relativamente alla superficie degli spazi destinati all'effettivo ricovero delle autovetture o a cantina-deposito (mq.348,85) si è realizzato un incremento di cubatura di mc.122,00 (0,35 x 348,85) che costituisce il vero abuso edilizio realizzato dalla società ricorrente da punire con la comminazione di una sanzione pecuniaria sostitutiva pari al doppio del suo valore commerciale.
Ovviamente, dal momento che i valori di mercato delle accennate i tipologie edilizie (autorimesse sotterranee e box-garage) sono calcolati normalmente in rapporto all'unità di misura della loro superficie, ne deriva che, ai fini della corretta quantificazione della sanzione suddetta, occorre convertire e ragguagliare la cubatura abusiva eccedentaria in superficie che, per quanto riguarda la fattispecie oggetto del presente giudizio, secondo quanto attestato dal verificatore, risulta attendibilmente quantificabile in 48 mq. (122 mq./mt.2,55 di altezza di interpiano del piano seminterrato).
Donde, una volta individuata nei modi suddetti la superficie costituente la parte dell'opera edilizia realizzata in difformità dalla società ricorrente, ai fini della determinazione del suo valore commerciale, ritiene il Collegio che possa razionalmente farsi applicazione del valore medio di mercato individuato dal verificatore sulla base dei dati comunicati dall'Agenzia del Territorio, desunti dai contratti registrati relativi alle compravendite di locali destinati ad autorimessa, riferibili ad aree contigue a quella di localizzazione dell'edificio di cui si controverte che risulta pari ad Euro 418,33 al metro quadrato; il che comporta, per quanto riguarda la vicenda oggetto del presente giudizio, l'applicazione a carico della società ricorrente di una sanzione pecuniaria sostitutiva base di Euro 20.079,00 (Euro mq. 418,33 x 48 mq. corrispondente alla superficie abusiva realizzata desunta dalla conversione della maggiore cubatura derivante dalla maggiore altezza di cm.35,00 del piano seminterrato).
Non va inoltre trascurato che l'ammontare della sanzione suddetta deve essere raddoppiato, ai sensi di quanto stabilito dall'art.34, comma 2, del D.P.R. n. 380 del 2000, il che comporta per la società ricorrente l'obbligo di corrispondere una sanzione del complessivo ammontare di Euro 40.158,00 (20.079,00 x 2).
In conclusione, per tutte le ragioni esposte, il ricorso deve dunque essere accolto nei limiti sopraprecisati, con il conseguente annullamento dell'impugnato provvedimento sanzionatorio, relativamente alla quantificazione effettuata dall'Amministrazione intimata dell'importo della sanzione pecuniaria sostitutiva da porre a carico della società ricorrente che va invece determinata nel diverso ammontare di Euro 40.158,00 calcolato dal Collegio».
 
T.A.R. Toscana Firenze Sez. III, 07-08-2009, n. 1381: « Con il primo motivo dell'impugnativa n.2842/98 il ricorrente deduce che il Sindaco non era competente ad adottare l'impugnato ordine di demolizione, essendo invece legittimato in via esclusiva il dirigente del Settore urbanistico.
Il rilievo non può essere accolto.
L'art.7 della legge n.47/1985 demanda al Sindaco la competenza ad adottare l'ordine di demolizione.
Successivamente l'art.51 della legge n.142/1990, nel testo novellato dall'art.6 della legge n.127/1997, ha posto il problema di stabilire se il dirigente abbia la competenza ad emanare gli atti di gestione per effetto diretto di tale norma di legge o se invece l'applicazione del nuovo sistema di competenze sia condizionata all'emanazione di norme statutarie o regolamentari che specifichino gli atti di gestione demandati alla competenza degli organi burocratici.
Al riguardo il Consiglio di Stato, con interpretazione che il Collegio condivide, ha statuito che lo spostamento delle competenze ai dirigenti degli enti locali, previsto dall'art.6, comma 2, della legge n.127/1997, non è automatico, ma è subordinato alla previa approvazione delle modifiche statutarie e regolamentari idonee a determinare le modalità relative a detto spostamento: tale norma introduce una statuizione vincolante ma con valenza di principio, destinata perciò ad essere recepita da ciascun ente locale secondo il proprio ordinamento. A differenza dell'amministrazione statale, nella quale il passaggio delle competenze gestionali in capo ai dirigenti avviene ope legis, per i Comuni l'operatività del nuovo riparto di attribuzioni è subordinata all'emanazione di atti normativi di livello subprimario (Cons.Stato, I, 28/4/1999, n.535; TAR Lombardia, Milano, III, 2/2/2000, n.492).
Occorre altresì considerare che solo in virtù dell'art.2 della legge n.191 del 16/6/1998 (in vigore dal 5/7/1998, ovvero successivamente all'adozione dell'atto impugnato), il legislatore ha univocamente ricompreso tra gli atti di gestione i provvedimenti repressivi degli abusi edilizi , inducendo a ritenere che la competenza ad adottare le ordinanze di demolizione possa far capo al dirigente solo dopo l'entrata in vigore della predetta norma (TAR Campania, Napoli, IV, 22/2/2000, n.465; idem, I, 5/7/2000, n.2642).
Con il secondo motivo il ricorrente deduce che il nuovo fabbricato sul lato ovest del piazzale e l'ampliamento mediante realizzazione di due pareti, oggetto dell'ordine di demolizione del 15/5/1998 e già indicati nell'ordinanza del 1995, sono in realtà riconducibili alla ristrutturazione di manufatti preesistenti regolarizzati con concessione in sanatoria, con la conseguenza che il Comune avrebbe dovuto applicare la sanzione prevista dall'art.9, anziché dall'art.7, della legge n.47/1985 (ovvero la sanzione pecuniaria a fronte di impossibilità di ripristinare lo stato dei luoghi).
Il rilievo è infondato.
Come risulta dal punto 8 della relazione del tecnico comunale datata 20/9/1994 (documento n.6 depositato in giudizio dall'Ente il 15/1/2004), in un primo momento il ricorrente ha realizzato abusivamente un capannone adibito a stalla; nel corso di successivo sopralluogo l'amministrazione ha accertato che tale manufatto era stato in parte demolito, e che al suo posto è stato realizzato un riporto di terreno alto m.2,50 circa; è stata anche accertata la costruzione di un nuovo fabbricato sul lato ovest del piazzale e un ampliamento del capannone parzialmente demolito (si vedano il rapporto della Polizia municipale del 3/10/1995, costituente integrazione della notizia di reato n.152/95, ed il verbale di sopralluogo del 12/9/1995, costituenti il documento n.3 depositato in giudizio il 16/11/1998).
Da tale descrizione, contenuta in atti pubblici facenti prova fino a querela di falso, non è desumibile alcuna ristrutturazione, ma una serie di abusi edilizi , di diversa tipologia e conformazione, che si sono succeduti nel tempo (l'uno a modifica, integrazione o aggiunta dell'altro) e che hanno costretto il Comune ad una continua attività di aggiornamento delle precedenti verifiche e misure repressive.
Peraltro, a fronte delle puntuali indicazioni contenute nelle relazioni tecniche comunali e nei rapporti della Polizia municipale, oltre che nelle ordinanze di demolizione, il ricorrente si limita ad obiezioni non supportate da alcun documento probatorio.
 
Con il terzo motivo l'esponente osserva che il piccolo locale in muratura, il muro in cemento armato, lo scavo per la posa di tubo di cemento e di fossa biologica, l'installazione di deposito di gpl, costituiscono pertinenze, come tali non soggette a regime concessorio ed a sanzione demolitoria.
La doglianza non può essere accolta.
I predetti interventi interagiscono con altre opere, contribuendo alla realizzazione di un vero e proprio villaggio, funzionale alle esigenze abitative e di lavoro agricolo del signor Ghisu, di forte impatto sul territorio. Gli abusi edilizi realizzati, essendo strettamente connessi per scopo e ubicazione, non possono essere scorporati.
Inoltre non si vede quale utilità potrebbe ricavare il ricorrente dalla conservazione di opere la cui unica funzione è quella di essere a servizio di imponenti manufatti abusivi i quali dovrebbero comunque essere demoliti anche se valutati singolarmente.
La quarta censura riguarda l'illegittimità derivata dell'ordine di demolizione, nella parte riferita alla "realizzazione di muri divisori interni nell'edificio posto sul lato nord, e riporto di terreno", stante l'illegittimità del diniego di condono avente ad oggetto la stessa opera, impugnato con ricorso n.4614/95.
Il rilievo è infondato sulla base delle considerazioni espresse dal Collegio in ordine a quest'ultimo gravame.
Con la stessa censura l'esponente deduce altresì che trattasi di intervento soggetto a d.i.a., e quindi non suscettibile di sanzione demolitoria.
L'assunto non è condivisibile.
La relazione tecnica comunale del 12/9/1995 (annessa al rapporto della Polizia municipale del 3/10/1995), nel recepire l'esito di uno dei sopralluoghi, precisa al punto 10 che "nell'edificio posto al lato nord, già descritto al punto 4 della relazione tecnica allegata alla notizia di reato n.137/94, sono in corso di esecuzione alcuni divisori interni al fine di ricavare, visti gli impianti, un bagno e una cucina; è in corso l'installazione dell'impianto elettrico e dell'impianto termico" (documento n.3 depositato in giudizio il 16/11/1998); la richiamata relazione annessa alla notizia di reato n.137/94 a sua volta precisava che all'epoca (cioè alla data del 20/9/1994) "sul lato nord del complesso rurale è stato realizzato un fabbricato con fondazioni in cemento armato e le pareti in muratura intonacate, suddiviso in tre locali con due tramezzi in forati, esternamente sono state realizzate sul lato nord n.4 finestre e sul lato sud n.3 aperture per accedere all'interno..." (documento n.6 depositato in giudizio dal Comune il 15/1/2004).
Coerentemente la prima ordinanza di demolizione, al punto 4, fa riferimento al manufatto de quo come risultante dal sopralluogo del 1994, mentre l'ordinanza del 15/5/1998, valorizzando maggiormente il contenuto del sopra citato rapporto della Polizia municipale del 3/10/1995, si sofferma anche sullo sviluppo dei lavori abusivi svoltisi all'interno del predetto edificio.
Pertanto la realizzazione dei muri divisori interni non può essere valutata singolarmente, ma deve essere considerata insieme all'edificio abusivo in cui i muri stessi si trovano: la lettura combinata della prima e della seconda ordinanza impone legittimamente al signor Ghisu di demolire l'intero fabbricato ricadente sul lato nord, compresi i muri interni.
Con il quinto motivo l'esponente deduce che l'ordine di demolizione del 15/5/1998 fa riferimento, incomprensibilmente, ad opere già sanzionate con ordinanza del 12/12/1995, nonostante non vi sia stata modifica dello stato dei luoghi.
La censura non ha alcun pregio.
I rapporti di polizia municipale e le relazioni tecniche del Comune che si sono succedute nel tempo dimostrano una incessante attività edilizia di modifica abusiva dell'assetto del territorio; inoltre, la molteplicità e la notevole estensione degli interventi abusivi hanno indotto il Comune a ripetuti accertamenti ai fini di una esauriente attività istruttoria.
Con la prima censura introdotta con il ricorso n.680/2003 l'esponente ripropone, per la parte dell'impugnata ordinanza riferita alla trasformazione in resede ed al muretto in blocchi di cemento con ringhiera, cancelli e percorsi pedonali in cotto, nonché per la parte riguardante la costruzione di muro con tre gradini, i motivi dedotti con il ricorso n.1126/96; aggiunge che le opere in argomento vanno considerate singolarmente e che, in particolare, la recinzione costituisce legittimo esercizio del diritto di proprietà; quanto alla parte dell'impugnato provvedimento riguardante l'avvenuta realizzazione del muro con tre gradini, il ricorrente richiama le censure sollevate con il ricorso n.2842/98.
Il motivo è infondato alla stregua delle valutazioni espresse dal Collegio nella trattazione dei ricorsi n.1126/96 e 2842/98.
Con il secondo rilievo l'istante deduce che la contestata ordinanza di demolizione rientra nella competenza del Sindaco, e non del dirigente, stante il disposto dell'art.31 della L.R. n.52/1999.
La censura non può essere accolta.
L'art.2 della legge n.191 del 16/6/1998 ha ricompreso tra gli atti di gestione le misure repressive degli abusi edilizi ; coerentemente l'art.107, comma 3, lettera "g", del d.lgs. n.267/2000 attribuisce ai dirigenti le competenze in materia di repressione dell' abusivismo edilizio . Il comma 5 del predetto art.107 statuisce inoltre, analogamente a quanto precedentemente previsto dal citato art.2, che le disposizioni che conferiscono agli organi politici (tra cui il Sindaco) l'adozione di atti di gestione o di provvedimenti amministrativi, si intendono nel senso che la relativa competenza spetta ai dirigenti.
Orbene, la legge regionale che attribuisce al Sindaco la potestà di ingiungere la demolizione di opere abusive deve essere interpretata, in base all'art.107, comma 5, del d.lgs. n.267/2000, in senso conforme ai principi generali dell'ordinamento, in modo tale da tenere ferma la competenza del dirigente nell'adozione degli atti di gestione, comprendenti l'ordinanza demolitoria (TAR Toscana, III, 18/12/2002, n.3398).
Il terzo motivo riguarda l'illegittimità derivata dal diniego di sanatoria impugnato con il ricorso n.2409/96.
Il rilievo è infondato alla stregua delle considerazioni espresse dal Collegio nella trattazione di detto gravame.
Con la quarta censura il deducente lamenta la mancata comunicazione di avvio del procedimento e la mancanza di un interesse pubblico giustificante la sanzione demolitoria de qua.
La doglianza non può essere accolta.
L'urgenza dell'adozione dell'atto impugnato, tale da esonerare dall'obbligo di comunicare l'avvio del procedimento, è in re ipsa, trattandosi di azienda agricola abusiva di forte impatto sul territorio, prossima ad una discarica e all'argine del Fosso Reale o di Dogaia, necessitante anche di verifiche di fattibilità sotto il profilo del rischio idraulico (nota del tecnico comunale datata 23/4/2003, costituente il documento n.1 depositato in giudizio dal Comune il 15/1/2004 in relazione ai primi sette ricorsi).
Peraltro l'interessato ha avuto modo di partecipare al procedimento culminato nell'impugnata ordinanza di demolizione, come dimostrano le domande di sanatoria edilizia e l'avvenuta notifica a lui destinata dell'ordine di sospensione dei lavori del 13/9/1995, il quale fa espresso riferimento alla relazione di accertamento del tecnico comunale datata 7/9/1995 (documento n.7 depositato in giudizio dal Comune il 15/1/2004).
Né può essere messa in discussione la sussistenza di un interesse pubblico posto a fondamento della contestata ordinanza. Invero a fronte dell' abuso edilizio non può opporsi alcuna valutazione discrezionale con riguardo alla sanzione demolitoria, in quanto il giudizio di antigiuridicità o illiceità della condotta del privato è contenuto nella legge, sicchè non v'è ragione di evidenziare la preminenza dell'interesse pubblico (ex multis: Cons.Stato, V, 30/9/2002, n.5058).
Il quinto motivo è incentrato sulla mancata identificazione dei beni che sarebbero acquisiti al patrimonio comunale a seguito dell'inottemperanza all'ordine di demolizione.
L'assunto non ha alcun pregio.
L'esatta indicazione delle aree è necessaria solo ai fini del procedimento di acquisizione coattiva, successivo all'accertamento dell'inosservanza dell'ordine di demolizione, e non può incidere sulla legittimità della sanzione demolitoria, il cui contenuto ha lo scopo di porre in condizione il destinatario di eliminare le opere abusive, scopo che nel caso di specie è stato raggiunto con la puntuale descrizione dei manufatti realizzati senza titolo (Cons.Stato, V, 6/9/1999, n.1015; TAR Toscana, III, 20/1/2009, n.24; idem, 6/2/2008, n.117; TAR Campania, Napoli, III, 17/12/2007, n.16311).
In conclusione, i ricorsi vanno respinti».
 
T.A.R. Lazio Roma Sez. II bis, 27-02-2007, n. 1816: « Con il secondo motivo di censura la società ricorrente ha dedotto, in via principale, che il previo rilascio del parere favorevole al condono da parte dell'autorità preposta al vincolo di cui all'art. 32 della L. n. 47/1985 ( nel caso di specie il Comune di Cerveteri in subdelega) escluderebbe in radice l'applicabilità dell'indennità risarcitoria ex art. 15 della L. n. 1497/1939, in quanto le opere sarebbero state valutate compatibili con la tutela del vincolo e dunque inidonee a cagionare il cd. danno ambientale e, in via subordinata, che, ove si volesse aderire all'orientamento giurisprudenziale che ritiene la compatibilità del rilascio del parere paesaggistico favorevole con l'irrogazione della sanzione per il cd. danno ambientale, in ogni caso i provvedimenti impugnati sarebbero ugualmente illegittimi, in quanto, attesa la natura indennitaria e, pertanto, risarcitoria della sanzione di cui al citato art. 15 della L. n. 1497/1939, e non invece meramente affittiva o punitiva, il relativo provvedimento impositivo necessiterebbe, comunque, dell'indicazione specifica del danno subito con una congrua e puntuale motivazione ( considerato, altresì, che la sua misura deve essere commisurata alla maggiore somma tra il danno arrecato ed il profitto conseguito) che, invece, nel caso di specie, difetterebbe completamente, atteso che il Comune si è limitato a determinarne la misura nel " 3% del valore di estimo dell'unità immobiliare", con una valutazione del profitto presunto attraverso una mera operazione di tipo materiale, in applicazione del disposto di cui all'art. 4 del D.M. del 26.9.1997, che, a sua volta, sarebbe illegittimo per le medesime considerazioni di cui in precedenza, ossia per ritenuta impossibilità dell'applicazione dell'indennità di cui all'art. 15 nel caso in cui non sia stato possibile riscontrare in concreto la sussistenza del danno ambientale ai sensi del precedente art. 2 del D.M. 26.9.1997.
Anche il detto complesso motivo è infondato nel merito e va, pertanto, respinto, muovendo dall'erroneo presupposto della natura risarcitoria e non sanzionatoria dell'indennità in questione.
L'art. 15, comma 1, della L. 29 giugno 1939, n. 1497, così dispone: "Indipendentemente dalle sanzioni comminate dal codice penale, chi non ottempera agli obblighi e agli ordini di cui alla presente legge è tenuto, secondo che il Ministero dell'educazione nazionale ritenga più opportuno, nell'interesse della protezione delle bellezze naturali e panoramiche, alla demolizione a proprie spese delle opere abusivamente eseguite o al pagamento di una indennità equivalente alla maggiore somma tra il danno arrecato e il profitto conseguito mediante la commessa trasgressione".
Sulla base di tale disposizione la giurisprudenza amministrativa ha definito alcuni principi in materia (Cfr. Cons. Stato, Sez. IV, 15 novembre 2004, n. 7405; 12 novembre 2002 n. 6279, Sez. V, 2.6.2000, n. 3184; 9 ottobre 2000 n. 5373 e 8 giugno 1994 n. 614, nonché TAR Liguria, Sez. I, 20 febbraio 2004 n. 181):
a) l'art. 15 della L. 29 giugno 1939 n. 1497 va interpretato nel senso che l'indennità prevista per abusi edilizi in zone soggette a vincoli paesaggistici costituisce una vera e propria sanzione amministrativa che prescinde dalla sussistenza effettiva di un danno ambientale, non rappresentando una forma di risarcimento del danno;
b) condonabilità degli abusi commessi in zone soggette a tutela ambientale purchè sia intervenuto il parere favorevole dell'autorità competente, ai sensi dell'art. 32 della L. n. 47 del 28 febbraio 1985;
c) applicabilità della sanzione di cui al predetto art. 15 anche in caso in cui sia intervenuto il previsto nulla osta, come precisato dall'art. 2, comma 46, della L. n. 662 del 23 dicembre 1996, norma di natura chiaramente interpretativa.
Pertanto, posto che la sanzione pecuniaria amministrativa di cui all'art. 15 prescinde dalla sussistenza effettiva di un danno ambientale, la circostanza che l' abuso edilizio in zona vincolata sia ritenuto condonabile perché compatibile con gli interessi paesistici, non esclude l'applicabilità della sanzione medesima, per espresso dettato normativo.
Il sistema non è in sé contraddittorio, perché se da un lato si consente la sanatoria di abusi edilizi in zone protette, se compatibili con l'ambiente (art. 32, L. n. 47 del 1985), tuttavia dall'altro lato il condono edilizio riguarda, appunto, e soltanto, gli abusi edilizi , e non quelli paesistici.
L'illecito paesistico che sia compatibile con l'ambiente, se consente il condono dell' abuso edilizio , non viene però sanato dal condono edilizio medesimo, e deve perciò trovare sanzione con le misure di cui all'art. 15, L. n. 1497 del 1939, e, segnatamente, con il pagamento della sanzione amministrativa pecuniaria."
Con la restante parte del secondo motivo di censura si lamenta che i criteri di quantificazione della sanzione pecuniaria di cui all'art. 15, L. n. 1497 del 1939, contenuti nel D.M. impugnato, sarebbero illogici e incongruenti, in quanto il decreto non terrebbe conto del criterio del pregiudizio ambientale, consentendo di commisurare la indennità di cui all'art. 15 esclusivamnete al profitto nel caso in cui il parametro danno sia pari a zero.
La censura è infondata per le medesime considerazioni di cui in precedenza.
Dal complesso sistema normativo concernente la materia che interessa è dato evincere infatti il principio, in precedenza ribadito, secondo cui si prescinde, ai fini della detta indennità, dalla sussistenza effettiva del danno ambientale.
Ne consegue che l'impugnato art. 4 del D.M. citato, nella parte in cui in sostanza conferma le dette conclusioni non può fondatamente essere ritenuto illegittimo (Cfr. Consiglio di Stato, Sez. VI, sent. Cit. n. 3184/2000).
Con il terzo ed ultimo motivo di censura la società ricorrente ha dedotto che il Comune ha condizionato il rilascio delle richieste concessioni edilizie in sanatoria al previo pagamento dell'indennità di cui al citato art. 15, in applicazione delle prescrizioni di cui alle delibere comunali nn. 26/2000 e 182/2001, impugnate in via principale con il ricorso introduttivo, in quanto atti presupposti, che sarebbero, tuttavia, illegittime per violazione degli artt. 35 della L. n. 47/1985 e 164 del D. Lgs. n. 490/1999 e della L.R. n. 11/1993, che non prevedono espressamente, tra le condizioni per il rilascio della sanatoria, il previo pagamento dell'indennità di cui trattasi.
Anche il detto ultimo motivo di censura è infondato nel merito e va, pertanto, respinto.
Ed infatti il comune può legittimamente subordinare il rilascio della concessione o autorizzazione in sanatoria oltre che al pagamento dell'oblazione, degli oneri concessori ed eventualmente degli interessi anche alla corresponsione dell'indennità di cui all'art. 15 l. n. 1497 del 1939.
L'art. 2, comma 42, della L. n. 662 del 1996 stabilisce che il rilascio della concessione o autorizzazione in sanatoria è subordinato al pagamento della oblazione, degli oneri concessori, ove dovuti, e degli interessi.
Tuttavia, il successivo comma 46 del medesimo articolo stabilisce che il versamento dell'oblazione non esime dall'applicazione dell'indennità di cui all'art. 15, L. n. 1497 del 1939.
Pertanto, sebbene il comma 42 dell'art. 2, L. n. 662 del 1996 non subordini il rilascio della concessione in sanatoria al pagamento della indennità di cui all'art. 15, L. n. 1497 del 1939, e sebbene neppure il D.M., che ha dato attuazione al citato comma 46, disponga in tal senso, non può escludersi il potere dei Comuni di stabilire ulteriori condizioni per il rilascio delle concessioni in sanatoria, caso per caso, a garanzia del puntuale adempimento degli obblighi di legge da parte dei destinatari degli atti di condono "(Cfr. Cons. Stato, Sez. VI, 2 giugno 2000 n. 3184).
Con il ricorso per motivi aggiunti del 23.1.2006-3.2.2006 è stata impugnata l'ingiunzione 10.11.2005 del pagamento della sanzione risarcitoria di cui all'art. 15 del R.D. n. 1497/1939, come quantificata con il provvedimento impugnato con il ricorso introduttivo.
Si premette che l'ingiunzione impugnata costituisce un mero atto esecutivo consequenziale al provvedimento impugnato con il detto ricorso introduttivo, che, come rilevato in precedenza, è stato ritenuto scevro dalle censure di illegittimità dedotte in quella sede; ne consegue che, per le medesime considerazioni, il ricorso per motivi aggiunti deve ritenersi infondato nella parte in cui deduce la illegittimità dell'impugnata ingiunzione in via sostanzialmente derivata.
In particolare, con il primo motivo di censura di cui al detto ricorso per motivi aggiunti ( indicato, invece, dalla società ricorrente formalmente in ricorso come quarto motivo in quanto aggiunto ai tre motivi di censura di cui al ricorso introduttivo), è stata dedotta la illegittimità dell'impugnata ingiunzione in quanto sull'istanza di condono di cui trattasi sarebbe intervenuta la formazione del silenzio-assenso ai fini del rilascio della concessione in sanatoria, di cui all'art. 35 della l. n. 47/1985, per l'inutile decorso del termine di 24 mesi a fare data dal rilascio del preventivo parere paesaggistico favorevole di cui al precedente art. 32 da parte del Comune di Cerveteri in subdelega nel corso dell'anno 2000, con la conseguente inapplicabilità dell'indennità in questione, ai sensi del disposto di cui all'art. 38 della L. n. 47/1985, nella parte in cui statuisce che " concessa la sanatoria edilizia non si applicano le sanzioni amministrative".
Nè sarebbe applicabile l'art. 2, co. 46, della L. n. 662/1996, nella parte in cui statuisce che " il versamento dell'oblazione non esime dall'applicazione dell'indennità risarcitoria prevista dall'art. 15 della citata legge n. 1497 del 1939", atteso che il richiamato disposto normativo si applicherebbe alle sole fattispecie di abusi commessi successivamente alla sua entrata in vigore.
Con il detto complesso motivo di censura, si deduce, nella sostanza, in primo luogo, nel merito del procedimento di condono, il ritenuto intervenuto rilascio tacito della richiesta concessione edilizia in sanatoria e comunque l'inapplicabilità del disposto di cui all'art. 15 del R.D. n. 1497/1939 nel caso in cui il procedimento di sanatoria edilizia si sia appunto favorevolmente concluso per l'interessato con l'adozione tacita della concessione in sanatoria.
In via preliminare alla trattazione nel merito di detta censura, deve ritenersi che il suddetto motivo di censura sia tardivo in quanto la società ricorrente avrebbe potuto e dovuto dedurlo avverso il provvedimento impugnato con il ricorso introduttivo del giudizio che costituisce il presupposto essenziale dell'ingiunzione impugnata con i motivi aggiunti che invece, come in precedenza evidenziato nelle premesse della trattazione di detto motivo, è un mero atto esecutivo del primo.
Ed infatti con il ricorso introduttivo del giudizio la società ricorrente non ha mai dedotto formazione del silenzio-assenso nè la violazione e falsa applicazione del disposto di cui al richiamato art. 38 della L. n. 47/1985 ai fini di sostenere l'inapplicabilità della sanzione in esame, pur avendo censurato la disposizione con cui il Comune di Cerveteri aveva subordinato il rilascio della concessine in sanatoria al pagamento dell'indennità risarcitoria.
Per completezza di esame può, comunque, rilevarsi che come affermato dalla più volte citata sentenza Consiglio di Stato n. 3184/2000, "la giurisprudenza si è espressa nel senso che la sospensione dei procedimenti sanzionatori e la inapplicabilità delle sanzioni amministrative riguarda solo le violazioni previste dalla normativa urbanistico-edilizia e non anche quelle previste dalla normativa a tutela del paesaggio e ciò in quanto gli illeciti paesistici non sono presi in considerazione dalla normativa sul condono edilizio per disporne la sanatoria ma solo per configurarli quali eventuali cause ostative al condono edilizio".
Ne consegue che l'intervenuta sanatoria edilizia non esclude l'applicazione della sanzione pecuniaria paesistica.
Tale interpretazione ha trovato conferma nel già cit. disposto dell'art. 2, comma 46, della L. n. 662/1996, il quale chiarisce che la inapplicabilità, a seguito del condono edilizio, delle sanzioni amministrative, sancita in termini generali dall'art. 38 l. n. 47 del 1985, non si estende alle sanzioni in materia paesistica di cui all'art. 15 l. n. 1497 del 1939, anche se l' abuso edilizio sia stato ritenuto condonabile dall'autorità preposta alla tutela del vincolo ( Consiglio Stato , sez. IV, 12 novembre 2002 , n. 6279).
Nè, trattandosi di disposizione avente portata interpretativa e non innovativa della disciplina preesistente, può considerarsi fondatamente posta, con il motivo in esame, la questione di una sua applicazione retroattiva da parte dell'Amministrazione.
Con il secondo motivo aggiunto è stata, infine, dedotta la incompetenza del Responsabile dell'Ufficio tecnico comunale che ha emesso l'ingiunzione impugnata sotto un duplice profilo, ed ossia, in primo luogo, in quanto sarebbe stato, invece, competente, ai detti fini, esclusivamente il Responsabile del Servizio tributi del Comune, trattandosi di ingiunzione ai sensi dell'art. 2 del R.D. n. 639/1910, come peraltro da espressa indicazione al riguardo di cui alla delibera impugnata in via principale con il ricorso originario e, in secondo luogo, in quanto vi avrebbe dovuto provvedere il dirigente comunale, ai sensi dell'art. 107, co. 3, del T.U. n. 267/2000 e dell'art. 25 del Regolamento comunale richiamato nella premessa del detto motivo di censura, trattandosi dell'esercizio del potere di irrogazione delle sanzioni amministrative in materia di repressione dell' abusivismo edilizio e paesaggistico-ambientale.
Anche detto ultimo motivo di censura è infondato e va, pertanto, respinto.
Ed infatti, in via preliminare, giova evidenziare la assoluta irrilevanza, ai fini che interessano, della richiamata previsione di cui al provvedimento impugnato con il ricorso introduttivo nella parte in cui testualmente dispone che il responsabile del servizio tributi attiverà, in caso di inadempienza nel termine indicato, il procedimento di iscrizione al ruolo ai sensi del R.D. n. 639/1910 ai fini del recupero coattivo delle somme dovute, atteso che la competenza degli organi amministrativi comunali per l'adozione dei relativi provvedimenti è stabilita per legge e dai regolamenti comunali nella materia e che, pertanto, il disporre da parte di organo amministrativo comunale la eventuale e successiva attivazione del procedimento esecutivo non determina la individuazione vincolante dell'organo competente all'emanazione dell'ordinanza-ingiunzione ai sensi del R.D. n. 639/1910 nei sensi ivi indicati qualora in contrasto con le disposizioni normative e regolamentari nella materia.
Ed al riguardo è sufficiente evidenziare come secondo il combinato disposto degli artt. 107 del D.Lgs. 18.8.2000 n. 267, nonchè 25 del Regolamento degli Uffici e Servizi del Comune di Cerveteri, adottato con la deliberazione comunale n. 144 del 29.5.2001, spetta al Dirigente del Servizio in materia di concessioni, autorizzazioni e licenze urbanistiche, nell'ambito dei poteri di vigilanza e di irrogazione delle sanzioni amministrative, anche l'adozione di tutti i relativi provvedimenti.
Ed infatti il richiamato art. 25 del Regolamento comunale, rubricato " Competenze del Dirigente in materia di concessioni, autorizzazioni e licenze", dispone testualmente che "1. Al Dirigente avente competenza in materia fa capo il rilascio delle concessioni edilizie.
2. Al Dirigente compete altresì, nell'ambito delle rispettive materie, il rilascio in genere di concessioni, autorizzazioni, licenze e ogni altro provvedimento analogo, nonchè tutti i provvedimenti di sospensione dei lavori, abbattimento e riduzione in pristino di competenza comunale, nonchè i poteri di vigilanza edilizia e di irrogazione delle sanzioni amministrative previsti dalla vigente legislazione statale e regionale in materia di prevenzione e repressione dell' abusivismo edilizio e paesaggistico-ambientale.".
Ed è evidente che la competenza interessata ai fini in questione è proprio quella concernente la materia delle sanzioni per abusivismo edilizio e paesaggistico-ambientale.
E, con i provvedimenti del Sindaco del Comune di Cerveteri nn. 104/2004 del 21.10.2004 e 107/2005 del 27.9.2005 sono state attribuite le funzioni di cui in precedenza, proprio al geom. Passerini in quanto con le richiamate deliberazioni questi è stato nominato responsabile dapprima del Settore Gestione del territorio e, successivamente, sebbene solo ad interim, ed a fare data dal marzo 2005 ( comunque antecedentemente all'adozione dell'ordinanza-ingiunzione impugnata in questa sede che riporta la data del 23.11.2005) anche del Settore urbanistica.
Né può fondatamente sostenersi che la competenza in materia spettasse esclusivamente a funzionario con qualifica dirigenziale ai sensi del richiamato art. 107 del D. Lgs. n. 267/2000, atteso il tenore testuale del disposto di cui al successivo art. 109, co, 2 del detto T.U., il quale prevede che "2. Nei comuni privi di personale di qualifica dirigenziale le funzioni di cui all'art. 107, commi 2 e 3, fatta salva l'applicazione dell'art. 97, comma 4, lettera d ), possono essere attribuite, a seguito di provvedimento motivato del sindaco, ai responsabili degli uffici o dei servizi, indipendentemente dalla loro qualifica funzionale, anche in deroga a ogni diversa disposizione".
Ed è proprio quanto è avvenuto nel Comune di Cerveteri, con l'adozione dei decreti del Sindaco in precedenza richiamati, stante la mancanza di un Dirigente preposto all'Ufficio Urbanistico e gestione del Territorio, ed anzi la effettiva e totale mancanza al momento di personale con qualifica dirigenziale.
Per tutte le ragioni espresse, il Collegio respinge il ricorso perché infondato».
 
T.A.R. Toscana Firenze Sez. III, 16-03-2009, n. 429: « Con il quarto rilievo i deducenti sostengono che la sanzione pecuniaria avrebbe dovuto essere determinata in base all'art.33, comma 2, del D.P.R.n.380/2001, anziché in base all'art.134 della L.R.n.1/2005, osservando che la legge regionale, laddove non prevede lo stesso criterio di quantificazione della sanzione contemplato nella normativa statale, sarebbe in contrasto con i principi generali del D.P.R. n.380/2001 e violerebbe l'art.117, comma 3, della Costituzione.
L'assunto non può essere condiviso.
La regolamentazione delle sanzioni amministrative spetta all'Ente avente competenza nella disciplina della materia la cui inosservanza è con esse punita (Corte Costituzionale, 8/5/2007, n.162).
Orbene, il provvedimento impugnato attiene alla disciplina della materia urbanistica (demandata alla potestà legislativa concorrente della Regione e sulla quale lo Stato può intervenire introducendo principi fondamentali in virtù dell'art.117, comma 3, ultimo periodo, della Costituzione) in quanto le sanzioni amministrative che colpiscono gli abusi edilizi sono uno dei possibili oggetti della competenza regionale di dettaglio in tema di governo del territorio (Corte Costituzionale, 5/5/2006, n.183).
Nel caso delle sanzioni pecuniarie relative ad abusi edilizi l'art.33, comma 2, del D.P.R. n.380/2001 da un lato prevede il principio generale in base al quale il parametro base di calcolo è costituito dall'aumento di valore conseguente alla realizzazione delle opere, dall'altro introduce una regolamentazione di dettaglio per il calcolo stesso, distinguendo tra edifici adibiti ad abitazione e ad uso diverso da quello abitativo.
Nel rispetto di tale principio la Regione Toscana, con l'art.134, comma 2, della L.R.n.1/2005, ha statuito che la sanzione pecuniaria deve corrispondere al doppio dell'aumento di valore venale causato dalle opere abusive, determinato a cura dell'ufficio tecnico comunale, introducendo così una regolamentazione di dettaglio sostitutiva di quella statale.
Infatti quest'ultima non può invadere la competenza regionale facendo assurgere a principi quelli che invece sono precetti di carattere particolare, i quali sono efficaci solo fino a quando la Regione non avrà approvato una propria legislazione di dettaglio, coerente con i principi statali (Corte Costituzionale, n.35/1995).
In altre parole, nelle materie riservate alla competenza legislativa concorrente ai sensi dell'art.117, comma 3, della Costituzione (quale quella del governo del territorio, comprendente le sanzioni pecuniarie per abusi edilizi ) la legge statale può dettare anche una disciplina di dettaglio la quale, però, conserva efficacia solo fino a quando la Regione non adegui la normativa di propria competenza ai principi fondamentali contenuti nella legge dello Stato; detto criterio, che esprime il carattere della cosiddetta cedevolezza della normativa statale in materie di competenza regionale, è recepito nell'art.1, comma 2, della legge n.131/2003, che sancisce l'inapplicabilità delle disposizioni statali di dettaglio in settori oggetto della legislazione concorrente nelle Regioni che hanno emanato proprie leggi e a decorrere dall'entrata in vigore di quest'ultime. Ciò a condizione che l'intervento legislativo regionale sia esauriente, nel senso il medesimo deve essere idoneo da solo a regolare in maniera compiuta la materia, e coerente con i principi fondamentali della legge statale (Cons.Stato, IV, 6/6/2008, n.2693).
Pertanto con l'entrata in vigore dell'art.134, comma 2, della L.R. n.1/2005, non possono più trovare applicazione, in Toscana, le puntuali regole di calcolo della sanzione de qua previste dall'art.33, comma 2, del D.P.R.n.380/2001, fermo restando il principio, da quest'ultimo introdotto e recepito nella legge regionale, secondo cui il parametro base è quello dell'aumento di valore dell'immobile.
Con il quinto motivo i ricorrenti deducono che il Comune ha omesso di utilizzare i criteri di stima previsti dalla legge n.392/1978 ed ha calcolato il valore venale applicando il metodo sintetico comparativo, anziché quello sintetico analitico; aggiungono che sono stati presi a riferimento i valori di abitazioni ristrutturate, mentre invece trattasi di opere di risanamento conservativo; osservano inoltre che non si è tenuto conto né che l'edificio "C" ha finiture parzialmente al grezzo (la relazione tecnica di stima indica che il medesimo ha finiture parzialmente al grezzo, ma di grado più avanzato rispetto all'edificio "A"), né che lo scannafosso asseritamente costruito nell'edificio principale fa diminuire il valore di mercato dell'immobile.
La censura non può essere accolta.
L'art.134, comma 2, della L.R. n.1/2005, a differenza dell'art.33, comma 2, del D.P.R.n.380/2001, non richiama, ai fini della quantificazione della sanzione pecuniaria, la legge n.392/1978, limitandosi a prevedere che la sanzione stessa sia ragguagliata al doppio del valore venale conseguente alla realizzazione delle opere abusive, con stima demandata all'ufficio tecnico comunale.
Nel silenzio della legge il metodo sintetico comparativo, che si avvale delle indicazioni date dal prezzo di mercato pagato per immobili omogenei, costituisce il criterio di valutazione principale, in quanto la concreta situazione di mercato della zona costituisce il più attendibile ed autorevole parametro di raffronto per la determinazione del valore venale cui fa riferimento il legislatore (Cass., I, 29/11/2006, n.25363; Cons.Stato, V, 25/11/1988, n.729).
I valori di riferimento sono quelli di abitazioni ristrutturate in quanto le opere in argomento, come visto nella trattazione della prima censura, costituiscono nell'insieme ristrutturazione edilizia.
Inoltre la contestata stima è stata svolta distinguendo le porzioni abitabili da quelle a grezzo dei due edifici; in particolare, l'edificio "C" è stato considerato allo stato grezzo in tutta la sua superficie commerciale, attribuendogli un valore al metro quadrato sensibilmente inferiore a quello previsto per la parte abitabile dell'edificio "A" (si veda, in particolare, la pagina 12 della relazione di stima costituente documento n.2 depositato in giudizio dai ricorrenti); le ragioni per cui si è ritenuto che le finiture dell'edificio "C", ancorchè al grezzo, presentassero un maggiore avanzamento rispetto all'edificio "A" sono puntualizzate alla pagina 5 della relazione tecnica di stima ("la facciata esterna è stata completamente ristrutturata mediante stuccatura alla cappuccina con riquadratura dei vani finestra e porta,...tutti gli intonaci interni sono stati realizzati, così come la maggior consistenza dei pavimenti, dei rivestimenti e dei relativi impianti, mentre sono ancora da porre in opera sia gli infissi interni che esterni"), e trovano riscontro nella documentazione fotografica ad essa allegata (si confrontino le foto n.8, 9, 10 e 11 relative all'edificio "A" con le foto n.14 e 15 riguardanti l'edificio "C" -documento n.6 depositato in giudizio dall'Ente).
Priva di pregio è l'affermazione secondo cui l'accertata costruzione dello scannafosso comporterebbe una diminuzione del valore di mercato della porzione abitabile del fabbricato "A".
Invero il suddetto intervento assolve allo scopo di preservare dall'umidità l'immobile, e quindi valorizza il medesimo in termini di maggiore salubrità e si risolve in un miglioramento che incide positivamente sul valore economico.
Con il sesto motivo i ricorrenti sostengono che il valore attuale dell'edificio "C" (ex fienile) è stato calcolato considerando la superficie di 229 metri quadrati, a fronte di soli 161 metri quadrati dell'immobile preesistente alle opere abusive, senza che in realtà il Comune abbia accertato un così elevato ampliamento di superficie e motivato circa la determinazione di maggiori superfici; la parte istante osserva al riguardo che nella comunicazione di avvio del procedimento risulta solo la verifica dell'ampliamento relativo ad un vano adibito a servizio igienico di mq.1,57 per 1,89.
Il rilievo è infondato.
La stima dell'Agenzia del Territorio assunta a presupposto dell'atto impugnato è stata effettuata prendendo come dato di partenza per il manufatto in questione le planimetrie allegate alla pratica edilizia n.201/99 riguardanti lo stato di fatto antecedente a quello attuale, l'attendibilità delle quali non è stata contestata nel ricorso. L'attuale stato dei luoghi è stato considerato dall'Agenzia stessa sulla base di sopralluogo esterno (non essendole stato possibile l'accesso interno ai locali) e della documentazione grafica e fotografica, consegnata dal Comune, descrittiva della conformazione dei locali ad esito degli interventi in oggetto (si veda la pagina 3 della relazione costituente il documento n.2 depositato dai ricorrenti).
Inoltre nel verbale di sopralluogo della Polizia municipale e nella comunicazione di avvio del procedimento (documenti n.7 e 9 depositati in giudizio dal Comune) si fa esplicito riferimento alla costruzione di un nuovo solaio al posto del preesistente, collocato ad una quota inferiore rispetto a prima, in posizione idonea ad ottenere due piani fruibili; tale costruzione ha consentito la creazione di un piano abitabile, collegato da scala, con corrispondente incremento della superficie residenziale; a ciò si aggiunge la realizzazione di un nuovo vano ottenuto con scavo esterno al perimetro dell'edificio, anch'esso indicato nei suddetti atti.
Quest'ultimi hanno considerato, come documento descrittivo del precedente stato dell'immobile, una planimetria della pratica edilizia n.324/96.
Tuttavia, sia considerando come dato di partenza la pratica edilizia n.201/99, sia considerando la n.324/96, risulta un significativo aumento di superficie connesso alla costruzione (o ricostruzione su altra quota) del solaio, come visto in sede di trattazione della prima censura.
Le maggiori superfici conseguenti ai citati interventi sono state specificate e vagliate nelle operazioni di stima dell'Agenzia del Territorio, operazioni puntualmente suffragate da planimetrie e documenti fotografici (documento n.6 depositato in giudizio dall'Ente).
In particolare la planimetria costituente allegato n.3/C della relazione di stima indica che lo stato originario (precedente all' abuso edilizio ) dell'edificio "C", al piano terreno, è costituito da una zona adibita a fienile e da due distinte aree costituenti mero volume tecnico, e quindi non conteggiabili come superficie utile; lo stato attuale dell'edificio, sempre nel piano terreno, è invece rappresentato nell'allegato n.3/I, dal quale risulta che i volumi tecnici sono stati sostituiti dalla realizzazione della cucina, della relativa apertura esterna e di un bagno. La trasformazione del preesistente è altresì indicata, per quanto attiene al piano 1°, nell'allegato n.3/L, da confrontare con l'allegato n.3/D.
Un ulteriore riscontro delle trasformazioni effettuate è dato dalle planimetrie e dal materiale fotografico allegato al verbale di accertamento della polizia municipale (documento n.7).
Con il settimo motivo gli esponenti lamentano che la contestata ordinanza non è stata notificata ai reali esecutori delle opere abusive, non avendo il Comune individuato le imprese che hanno curato i lavori; in particolare essi deducono che il provvedimento è stato notificato solo ai proprietari ed al signor Dede Dreni, che si era limitato al rifacimento del muro di cinta, mentre non sono state prese in considerazione le imprese edili di M.F. e P.M., autori del rifacimento del solaio e dell'intonaco, oltre che della stuccatura delle facciate.
La censura non ha alcun pregio.
Al momento del sopralluogo da parte della polizia municipale era presente, quale appaltatore dei lavori, solo il signor Dreni Dede (si veda al riguardo il verbale del sopralluogo eseguito il 22/12/2005 -documento n.7 depositato in giudizio dal Comune); di conseguenza, non avendo i ricorrenti mai comunicato al Comune le generalità delle imprese appaltatrici, quest'ultimo non ha potuto notificare l'ordinanza alle imprese indicate nel ricorso.
Infatti trattandosi di interventi realizzati abusivamente, in assenza di titolo edilizio, solo l'individuazione di fatto dei soggetti presenti in cantiere al momento del sopralluogo ha consentito all'Ente di accertare quali fossero le imprese esecutrici dei lavori cui inoltrare l'atto di irrogazione della sanzione. Né i ricorrenti hanno dimostrato che alle imprese M. e P. fossero ascrivibili le varie opere assunte a presupposto dell'impugnato provvedimento, giacchè le fatture alle stesse intestate, depositate in giudizio (documenti n.23 e 24), si limitano a richiamare lavori di intonaco, restauro e stuccatura.
Inoltre le predette ditte, con memoria depositata in giudizio in data 15 gennaio 2009, hanno precisato che il loro intervento ha riguardato esclusivamente la manutenzione ordinaria ed il rifacimento dei pavimenti, in conformità alle autorizzazioni edilizie relative al fabbricato "A", e che le loro prestazioni sono cessate nel febbraio 2004, allorquando i ricorrenti avrebbero preteso, senza ottenerla, l'esecuzione di opere non autorizzate.
In nessun modo, infine, la mancata notifica ad una o più delle imprese appaltatrici può esentare dal pagamento della sanzione il committente che, non essendosi munito di titolo abilitativo alla realizzazione degli interventi, appare perciò consapevole di compiere un abuso edilizio .
Con l'ottava doglianza i ricorrenti lamentano la violazione degli artt.7 e seguenti della legge n.241/1990 e osservano che la presentazione della domanda di accertamento di conformità edilizia comporta l'interruzione del procedimento sanzionatorio, il quale va ripetuto in caso di diniego della sanatoria richiesta, con la conseguenza che il Comune, ad esito del provvedimento di archiviazione dell'istanza, avrebbe dovuto iniziare un nuovo procedimento repressivo preceduto da idonea comunicazione di avvio del medesimo; aggiungono che, qualora si ritenga che la presentazione di detta istanza sospenda e non interrompa la procedura, l'impugnata ordinanza sarebbe illegittima per omessa comunicazione di riapertura del procedimento sanzionatorio a seguito della conclusione del procedimento di sanatoria edilizia.
Il motivo è infondato.
Il Comune, con lettera notificata l'8 febbraio 2006, ha comunicato agli interessati l'avvio del procedimento poi conclusosi con l'ordinanza impugnata; gli stessi, espresse le proprie osservazioni il 13/4/2006 e ricevute le controdeduzioni del Comune, hanno presentato in data 30 maggio 2006 richieste di concessione edilizia in sanatoria.
L'impugnato atto sanzionatorio è stato poi adottato dando atto dell'archiviazione delle suddette pratiche edilizie attivate dai ricorrenti.
Orbene, se è vero che la presentazione della domanda di sanatoria preclude, ai sensi dell'art.38 della legge n.47/1985, l'adozione di misure repressive dell' abuso edilizio fino alla definizione della domanda stessa, è altrettanto vero che nel caso di specie il Comune, coerentemente con la predetta norma, si è astenuto da ogni provvedimento repressivo fino al momento della conclusione del procedimento di sanatoria.
Non può condividersi la tesi dei ricorrenti secondo cui la pendenza di quest'ultimo procedimento priverebbe di efficacia non solo l'eventuale decisione sanzionatoria già adottata, ma anche gli atti endoprocedimentali, incardinati nella procedura repressiva, anteriori all'istanza di sanatoria, tra i quali la comunicazione di avvio del procedimento, in quanto una tale interpretazione, risolvendosi in un inutile aggravio, collide con l'art.1, comma 2, della legge n.241/1990.
In ogni caso una nuova comunicazione di avvio non assicurerebbe alcun ulteriore apporto partecipativo all'azione amministrativa, avendo gli interessati già compiutamente espresso le proprie considerazioni in contraddittorio con l'Ente. Il Comune pertanto, una volta disposta l'archiviazione delle pratiche di sanatoria edilizia, ben può adottare l'atto sanzionatorio finale sulla base degli accertamenti, delle valutazioni, dei pareri, delle deduzioni e controdeduzioni acquisite prima dell'attivazione delle pratiche stesse.
Con il nono rilievo i ricorrenti lamentano che le citate decisioni di archiviazione non sono state precedute dalla comunicazione dei motivi ostativi all'accoglimento delle istanze, ex art.10 bis della legge n.241/1990.
La censura non è condivisibile.
Il Comune, con note del 7/6/2006 (quanto alla pratica n.121) e del 13/6/2006 (quanto alla pratica n.122) ha elencato la documentazione mancante, necessaria ai fini della decisione finale, ed ha informato che, qualora gli istanti non avessero provveduto a presentare entro 60 giorni le integrazioni richieste, vi sarebbe stata l'archiviazione delle pratiche in conformità all'art.10 del regolamento edilizio.
Successivamente, con lettera del 7/9/2006 indirizzata agli interessati, l'Amministrazione ha concesso una proroga al 30/9/2006.
Ne discende che i ricorrenti sono stati preventivamente resi edotti del fatto che la mancata produzione degli atti richiesti entro il termine prestabilito avrebbe portato all'archiviazione, con la conseguenza che il Comune in realtà ha assolto all'obbligo, previsto dall'art.10 bis della legge n.241/1990, di comunicare tempestivamente i motivi ostativi all'accoglimento dell'istanza.
Con il decimo motivo i ricorrenti deducono l'incostituzionalità dell'art.134, comma 2, della L.R.n.1/2005, in quanto detta norma non differenzia, ai fini dei criteri di calcolo della sanzione, tra destinazione abitativa e non abitativa, discostandosi in ciò da quanto prevede l'art.33, comma 2, del D.P.R.n.380/2001.
Il rilievo è manifestamente infondato per le ragioni indicate dal Collegio nella trattazione del quarto motivo di ricorso.
Invero, premesso che i criteri di calcolo dell'aumento di valore derivante dagli interventi abusivi configurano una disciplina di dettaglio, specificativa del principio fondamentale secondo cui la sanzione pecuniaria deve essere ancorata al doppio dell'aumento di valore dell'immobile, si osserva che la predetta fonte statale di specifica regolamentazione è efficace solo laddove manca una normazione regionale che puntualizzi i predetti parametri di stima; laddove invece, come nel caso in esame, la legge regionale demandi all'ufficio tecnico comunale la determinazione del valore venale, il criterio del valore di mercato ivi previsto è destinato a sostituirsi a quello, più articolato, stabilito dall'art.33, comma 2, del D.P.R.n.380/2001, stante il già visto carattere della cedevolezza della normativa statale di dettaglio nelle materie di competenza regionale.
Passando alla trattazione del primo atto di motivi aggiunti, avente ad oggetto il provvedimento datato 16/11/2007 di diniego della domanda di sanatoria edilizia, si osserva quanto appresso.
Per motivi di priorità logica il Collegio ritiene di soffermarsi sulla dodicesima censura, costituente il secondo rilievo introdotto con i predetti motivi aggiunti, con la quale i ricorrenti deducono che l'istanza di accertamento di conformità può essere presentata fino alla data di notifica dell'ordine di riscossione coattiva della sanzione.
L'assunto è infondato.
Successivamente alla notifica dell'ordinanza con cui il Comune ha irrogato la sanzione pecuniaria e prima della presentazione, in data 10/8/2007, della domanda di sanatoria edilizia cui ha fatto seguito il diniego impugnato con motivi aggiunti, i ricorrenti hanno accettato il piano di rateizzazione proposto dal Comune e provveduto al pagamento della prima rata.
Orbene, l'istanza degli interessati, essendo successiva al pagamento, sia pure parziale, della sanzione, non poteva essere accolta, stante il chiaro disposto dell'art.140, comma 1, della L.R. n.1/2005, secondo cui l'avente titolo può ottenere l'attestazione di conformità fino all'irrogazione delle sanzioni amministrative.
Tale norma sta a significare che l'esistenza di provvedimenti sanzionatori non impedisce la sanatoria purchè gli stessi non siano ancora stati eseguiti o non sia stata iniziata la procedura di riscossione coattiva; l'ordinanza comunale è quindi nel caso di specie preclusiva del rilascio del titolo richiesto in quanto, al momento della domanda di accertamento di conformità edilizia, la parte istante aveva già dato esecuzione, sia pure parzialmente, all'ordinanza stessa.
Non depone in senso contrario la precisazione, espressa nella comunicazione di avvio della procedura sanzionatoria, secondo cui detta istanza avrebbe potuto essere presentata solo entro la data di notifica dell'ingiunzione di riscossione coattiva.
Invero il fatto che le parti abbiano concordato un piano di rateizzazione e che vi sia stato il pagamento spontaneo della prima rata configura esecuzione del provvedimento sanzionatorio, ancor più del ricorso all'ingiunzione di pagamento. Peraltro la necessità della diffida a pagare è venuta meno per effetto dell'iniziativa di adempimento dei ricorrenti, rientrando entrambi gli atti nell'ambito delle possibili operazioni di esazione dell'Ente.
Del resto l'orientamento giurisprudenziale secondo cui per il conseguimento della sanatoria di abusi edilizi , in pendenza di provvedimento sanzionatorio, la procedura di irrogazione della sanzione pecuniaria si conclude con la notifica dell'ingiunzione di pagamento prevista dagli artt.2 e seguenti del R.D.n.639/1910, non ritiene a tal fine necessario l'integrale introito della somma dovuta (TAR Trentino Alto Adige, Trento, 20/10/1987, n.325; idem, 21/12/1988, n.431).
Poiché l'impugnato diniego si sottrae alla censura in esame, la sua legittimità trovando fondamento sulla tardiva presentazione della domanda di accertamento di conformità edilizia, l'undicesimo motivo di impugnazione (con il quale i ricorrenti sostengono che sussistevano i presupposti per il rilascio della cosiddetta concessione a sanatoria giurisprudenziale, come prevede l'art.33 del regolamento edilizio, in quanto anche opere non più conformi alla normativa urbanistica vigente sono comunque sanabili se conformi alla disciplina in vigore al momento della presentazione della domanda di sanatoria; aggiungono che gli artt.5, 24 e 35 delle N.T.A. dello strumento urbanistico vigente consentono per gli immobili in questione la ristrutturazione edilizia, e osservano che se invece l'art.36 del D.P.R. n.380/2001 e l'art.140 della L.R. n.1/2005 dovessero interpretarsi nel senso propugnato dal Comune, sarebbe evidente il contrasto con gli artt.2, 3, 42, 97 e 117 della Costituzione), il tredicesimo (con il quale si sostiene che gli interventi in questione sono stati erroneamente qualificati e valutati dall'Ente) ed il sedicesimo (incentrato sull'inapplicabilità al caso in esame delle misure di salvaguardia del piano strutturale e sulla conformità delle opere rispetto al PRG del 1995 ed al Regolamento urbanistico), attenendo al contenuto dello stesso provvedimento, ove pure fossero accolti non comporterebbero la caducazione dell'atto contestato; pertanto non sussiste interesse alla proposizione degli stessi.
Con il quattordicesimo rilievo gli esponenti lamentano la carenza e l'illogicità della motivazione, sostenendo in particolare che il Comune non ha spiegato perché sono state disattese le osservazioni degli interessati.
Il motivo è infondato.
Il provvedimento di diniego puntualizza le ragioni ostative all'accoglimento, precisando l'iter logico seguito nella decisione; al tempo stesso esso richiama la relazione istruttoria del responsabile dell'Area Gestione del territorio, il quale si sofferma sulla qualificazione degli interventi, discordante da quella propugnata dai ricorrenti, sulle norme urbanistiche ritenute ostative all'accoglimento dell'istanza e sugli elementi di fatto che inducono a ritenere tardiva l'istanza stessa (documento n.22 depositato in giudizio dall'Ente).
La quindicesima doglianza è incentrata sull'illegittimità derivante dall'omessa acquisizione del parere obbligatorio della Commissione tecnica comunale per l'edilizia e la trasformazione urbana (C.e.t.u.).
La censura non può essere accolta.
La relazione tecnica richiamata nell'atto impugnato spiega che la scelta di non sottoporre alla C.e.t.u. la domanda di sanatoria deriva dal fatto che tale organo si era già pronunciato sugli interventi de quibus nella seduta del 27/1/2006; infatti la Commissione stessa, come specificato nella premessa dell'ordinanza di irrogazione della sanzione pecuniaria, aveva a suo tempo articolato il proprio parere qualificando gli interventi in oggetto come ristrutturazione edilizia eccedente le opere ammesse dalle salvaguardie del piano strutturale (documento n.21 depositato in giudizio dai ricorrenti).
Peraltro, quand'anche si ritenesse di accogliere la censura in esame, l'omessa acquisizione del nuovo parere non potrebbe comunque rendere annullabile l'atto impugnato; infatti, come visto nella trattazione del dodicesimo motivo, la tardiva presentazione dell'istanza di sanatoria ne ha reso inevitabile la reiezione, con la conseguenza che l'efficacia del diniego sarebbe salvaguardata dall'art.21 octies, comma 2, primo periodo, della legge n.241/1990 (TAR Veneto, II, 17/4/2008, n.1000; TAR Campania, Salerno, II, 24/10/2005, n.1967).
Con il diciassettesimo motivo i ricorrenti sostengono che il Comune ha omesso qualsiasi motivazione circa la determinazione dell'epoca dei lavori ed ha illogicamente indicato in oltre tre anni il periodo di loro realizzazione, e desumono da ciò che non sarebbe stato perseguito alcun interesse pubblico, ma si sarebbe incorsi nello sviamento di potere.
La censura non ha pregio.
Il Comune, nella relazione istruttoria richiamata nell'atto impugnato, indica gli elementi di fatto in base ai quali si è stabilita l'epoca di realizzazione dell' abuso edilizio, precisando che la stessa ricade "tra il 28/5/2002, data della presentazione della variante finale ai sensi dell'art.39 della L.R.n.52/1999 relativa alla d.i.a. per il rifacimento della copertura dell'edificio, e il 22/12/2005, momento in cui viene effettuato il sopralluogo da parte della Polizia Municipale".
Inoltre la censura in esame, riguardando la questione della conformità rispetto agli strumenti urbanistici, ovvero solo uno dei profili giustificanti il contestato diniego, non ne potrebbe causare la caducazione, in quanto, come visto, la legittimità del medesimo trova comunque fondamento nella tardività della presentazione dell'istanza.
Con il diciottesimo motivo gli esponenti deducono l'illegittimità derivata dal provvedimento di irrogazione della sanzione pecuniaria.
Il rilievo è infondato, stante l'infondatezza del ricorso introduttivo avente ad oggetto quest'ultimo.
Con il secondo atto di motivi aggiunti la parte istante lamenta che il Comune, nel negare il rimborso delle rate pagate della sanzione pecuniaria, ha ignorato la pregressa presentazione, in data 10/8/2007, dell'istanza di sanatoria ed il relativo diniego impugnato con motivi aggiunti e quindi non definitivo.
Il Collegio preliminarmente osserva che l'atto censurato con i motivi aggiunti in esame (con il quale l'Amministrazione, ad esito della domanda di rimborso, dichiara "l'impossibilità di modificare quanto stabilito nell'ordinanza di irrogazione della sanzione pecuniaria") configura una reiezione della domanda di rimborso presentata dai ricorrenti, e costituisce quindi atto di per sé lesivo per il destinatario, autonomamente impugnabile. Non è quindi condivisibile l'eccezione del Comune secondo cui si tratterebbe di nota priva di valenza provvedimentale.
Ciò premesso, nel merito la doglianza è infondata.
L'ordinanza di irrogazione della sanzione ed il successivo diniego di sanatoria edilizia, non essendo stati sospesi in via cautelare ed essendo tuttora efficaci e, come visto, immuni da vizi, costituiscono il legittimo presupposto della reiezione della domanda di rimborso.
I ricorrenti deducono infine l'illegittimità derivata.
La censura è infondata alla stregua delle considerazioni giustificanti il giudizio di infondatezza del ricorso introduttivo e del primo atto di motivi aggiunti.
In conclusione, il ricorso principale ed i due atti di motivi aggiunti vanno respinti».
 
T.A.R. Marche Ancona Sez. I, 27-02-2007, n. 169: « Il ricorso è infondato per i motivi di seguito precisati.
1) Giova premettere in punto di fatto che risulta provato in atti che i manufatti oggetto dell'impugnato provvedimento di demolizione, consistono in capanne di natura precaria realizzate con lamiere ondulate o pannelli di plastica sostenuti da strutture in legno o in metallo, di modeste dimensioni ed adibite per lo più a ricovero di attrezzi agricoli e materiali vari.
Nel caso della ricorrente T.C., secondo quanto risulta dalla documentazione fotografica allegata al ricorso, trattasi invece anche di costruzione prefabbricata in legno con piccola veranda avente un utilizzo anche abitativo.
Tali manufatti insistono su porzioni di terreno facenti parte di un compendio immobiliare originariamente di proprietà della ditta D.D. e P.D. che, a seguito di fallimento della stessa, fu oggetto di frazionamento catastale e di successiva alienazione dei relativi lotti da parte della curatela ad una serie di acquirenti tra i quali anche alcuni dei ricorrenti i quali ebbero a realizzare nel tempo le costruzioni cui si è fatto cenno, per le quali i competenti organi del Comune di Civitanova Marche hanno disposto la demolizione con il provvedimento impugnato in questa sede.
E' bene anche evidenziare che, a seguito del frazionamento catastale dell'originario compendio immobiliare del fallimento D. e vendita dei relativi lotti ad opera del curatore, prese avvio un procedimento penale per lottizzazione abusiva nei confronti dei soggetti coinvolti, conclusosi con sentenza di assoluzione pronunciata in data 23.9.1997 dal Pretore di Civitanova Marche il quale ebbe ad escludere la sussistenza del reato contestato sul presupposto che i lotti di terreno oggetto di alienazione, per la loro caratteristica e dimensione, non erano comunque edificabili con riferimento alla zona urbanistica di ubicazione (agricola) ed agli indici di fabbricabilità previsti dal P.R.G..
Nel contesto della suddetta sentenza, il giudice penale ebbe anche a rilevare che le costruzioni realizzate da alcuni proprietari sui lotti di terreno suddetti, avevano una struttura precaria ed erano adibiti per lo più a ricovero di attrezzi agricoli a fronte dell'attività di coltivazione di ortaggi che i medesimi svolgevano sui relativi terreni.
1/A) Tutto ciò premesso, passando ad esaminare il merito del ricorso, ritiene il Collegio che le censure dedotte con il medesimo siano da valutare tutte prive di fondamento.
Va in primo luogo precisato che, al contrario di quanto sostenuto dal difensore delle parti ricorrenti, nessun ragionevole affidamento alla conservazione dei manufatti oggetto di demolizione potevano vantare i deducenti, dal momento che non risulta contestata la circostanza che gli stessi sono stati realizzati in carenza di qualsiasi atto di assenso da parte della competente Autorità comunale e, quindi, il tempo trascorso dalla realizzazione degli abusi edilizi di cui si controverte, non può giammai essere addotto a giustificazione dell'eventuale consolidamento degli effetti prodotti dall'irregolare utilizzo del territorio.
Infatti, gli illeciti amministrativi in materia urbanistica ed edilizia, ove consistono nella realizzazione di opere senza le prescritte autorizzazioni e concessioni, hanno carattere permanente, con la conseguenza che la loro commissione si protrae nel tempo e viene a cessare solo con il cessare della situazione di illiceità (Cons. St., Sez.VI, 2 giugno 2000, n.3184; Sez.IV, 4 febbraio 2004, n.395; TAR Toscana, 27 maggio 2003, n.2063; TAR Campania, Sez.IV, 29 aprile 2004, n.7512).
Ciò comporta che il potere sanzionatorio amministrativo in materia urbanistico-edilizia e di tutela del paesaggio, non è soggetto a prescrizione o decadenza, per cui l'accertamento dell'illecito amministrativo e l'applicazione della relativa sanzione può intervenire anche a distanza di tempo dalla commissione dell'abuso, senza che il ritardo, nell'adozione della sanzione ripristinatoria o pecuniaria, comporti sanatoria o il sorgere di affidamento a consolidare la situazione abusiva.
Pertanto, con riferimento a quanto precisato, se si tiene conto che il presupposto per l'adozione dell'ordinanza di demolizione di opere edilizie abusive è soltanto la contestata esecuzione dell'opera in totale difformità o in assenza della concessione edilizia, ne consegue che, ove ricorrano i detti requisiti, tale provvedimento sanzionatorio costituisce atto dovuto ed è sufficientemente motivato con l'affermazione dell'accertata abusività dell'opera, essendo in re ipsa l'interesse pubblico alla sua rimozione (Cons. St., Sez.VI, 27 ottobre 2003, n.6624; TAR Campania, 17 aprile 2002, n.2163; TAR Marche, 30 ottobre 2003, n.1313; TAR Sicilia, 7 aprile 2004, n.627).
Peraltro, nella vicenda di cui è causa, non può essere trascurato che nelle premesse del provvedimento impugnato si dà atto che, a prescindere dalla rilevata abusività dei manufatti oggetto di ripristino fatta dipendere dall'assenza di permesso di costruzione, gli stesi hanno comunque determinato un uso improprio dell'area agricola e quindi indirettamente si dà conto delle ragioni di interesse pubblico che impediscono di soprassedere alla loro demolizione, risultando prevalente l'interesse pubblico al ripristino del normale utilizzo delle aree agricole, nell'ambito delle quali la edificazione è limitata rispetto alle zone urbanistiche di completamento e di espansione ed è anche subordinata alla esistenza di ulteriori condizioni di tipo soggettivo ed oggettivo, secondo quanto previsto dalla legge regionale Marche 8 marzo 1990, n. 13, recante norme edilizie per il territorio agricolo.
1/B) Ad identiche conclusioni di infondatezza conduce anche l'esame delle residue censure di violazione di legge e di eccesso di potere preordinate a denunciare nell'operato dell'Amministrazione intimata una illogicità per quanto concerne la qualificazione dell' abuso edilizio contestato ai ricorrenti che non poteva dare luogo alla demolizione dei manufatti abusivi nella loro disponibilità, dal momento che gli stessi sono stati considerati dal giudice penale, nella sentenza che ha mandato assolti i ricorrenti dal reato di lottizzazione abusiva, come costruzioni precarie sottoposte, all'epoca della loro realizzazione, a regime autorizzatorio e non concessorio e come tali non sanzionabili con la demolizione, ma con la sola comminazione di una sanziona pecuniaria.
Al riguardo, deve essere in primo luogo precisato che la richiamata sentenza penale del Pretore di Civitanova Marche con la quale i ricorrenti sono stati assolti dal contestato reato di lottizzazione edilizia abusiva e di esecuzione di lavori in assenza di concessione edificatoria, non può esplicare effetti vincolanti nel presente giudizio amministrativo, poiché, secondo il prevalente orientamento della giurisprudenza, l'art 654 del c.p.p va interpretato nel senso che la sentenza penale di assoluzione dell'imputato pronunciata a seguito di dibattimento, ha efficacia di giudicato nel giudizio civile ed amministrativo, quando in questo si controverte intorno ad un diritto o ad un interesse legittimo il cui riconoscimento dipende dall'accertamento degli stessi fatti materiali che furono oggetto del giudizio penale, soltanto nell'ipotesi in cui l'Amministrazione intimata nel processo amministrativo si sia costituita parte civile nel processo penale ed in quella sede abbia potuto formulare le proprie difese, con la conseguenza che, in caso contrario, i poteri istituzionali della Pubblica Amministrazione rimasta estranea al processo penale,non possono risultare condizionati da valutazioni ed accertamenti compiuti dal giudice penale in un processo in cui la stessa non è stata protagonista o comunque non ha partecipato (Cons.St., Sez. I, 21 agosto 1991, n.1192; Sez. V, 15 gennaio 2003, n.156; TAR Piemonte, 31 gennaio 2003, n.167).
Pertanto, per quanto riguarda la vicenda di cui causa, premesso che in sede penale la competente autorità giudiziaria ha comunque acclarato che i manufatti di cui si controverte in questa sede erano da qualificare come abusivi in quanto realizzati in carenza di preventivo atto di assenso dell'Autorità comunale, è di tutta evidenza che la qualificazione di tali abusi edilizi fornita dal giudice penale per mandare assolti gli imputati autori delle costruzioni abusive, considerate appunto in tale sede come opere precarie sottoposte a regime autorizzatorio e non concessorio, per le ragioni esposte, non poteva esplicare effetti vincolanti sui poteri amministrativi di controllo del territorio riservati agli organi del Comune di Civitanova Marche, visto che quest'ultimo era rimasto estraneo al processo penale.
Donde, una volta acclarata la mancanza di autorità di cosa giudicata della sentenza penale di assoluzione cui si é fatto cenno, ritiene il Collegio che la diversa qualificazione fornita dagli organi comunali degli abusi edilizi sanzionati con il provvedimento impugnato in questa sede, è da considerare immune dai denunciati vizi di violazione di legge e di eccesso di potere, poiché, alla stregua di quanto previsto dal Regolamento edilizio regionale tipo, approvato con DPGR 14 febbraio 1989, n. 23, si ritiene che i manufatti realizzati dai ricorrenti ed oggetto di demolizione, per le loro caratteristiche strutturali, funzionali e di non occasionalità, sono sicuramente da ricomprendere tra gli interventi di trasformazione del territorio soggetti, all'epoca della loro realizzazione, a concessione edilizia, individuati dall'art 2 del citato regolamento regionale tipo, dal momento che gli stessi non possono essere annoverati tra le opere soggette ad autorizzazione gratuita elencate negli artt 3 e 4 dello stesso regolamento.
Infatti, dalla documentazione fotografica versata in atti, il Collegio ha potuto constatare in primo luogo che i manufatti di cui si controverte non hanno un carattere occasionale, visto il notevole tempo trascorso dalla loro realizzazione e si qualificano, a seconda dei casi, come vere e proprie costruzioni assimilabili a garages o a box fuori terra che racchiudono una superficie e cubatura coperta, oppure in interventi assimilabili a chioschi o cabine coperte a carattere tuttavia permanente, con la conseguenza che per la loro realizzazione era comunque necessaria l'acquisizione di una preventiva concessione edilizia, secondo quanto previsto dalle richiamate norme del Regolamento edilizio regionale tipo.
Ciò posto, una volta acclarato che la realizzazione dei manufatti di cui si controverte era subordinata al rilascio di concessione edilizia, ne deriva la infondatezza dell'ulteriore censura di violazione dell'art 31 del D.P.R. n. 380 del 2001, dedotta dai ricorrenti e fatta dipendere dall'asserita assenza di responsabilità dei medesimi nella realizzazione delle costruzioni abusive sanzionate con la demolizione.
In proposito, va tenuto presente che, a prescindere dal fatto che la responsabilità per gli abusi edilizi permane anche se gli interventi repressivi affidati all'Autorità comunale hanno ordinariamente per destinatari gli attuali proprietari del bene, bisogna considerare che sussiste comunque a carico del proprietario di un immobile una presunzione di responsabilità per gli abusi edilizi accertati sul medesimo, con la conseguenza che egli come tale può essere quindi legittimamente destinatario dei provvedimenti e delle misure repressive ripristinatorie dell'ordine urbanistico violato.
Ciò, in quanto l' abuso edilizio costituisce, come si è avuto già modo di precisare, illecito permanente e, quindi, l'ingiunzione a demolire che rappresenta una sanzione prettamente ripristinatoria, può essere adottata anche nei confronti di chi, pur non avendo commesso l'abuso, sia comunque attualmente proprietario dell'opera abusiva a prescindere dalla data di realizzazione della stessa (Cons. St., Sez.V, 29 aprile 2000 n. 2544; Tar Campania, Sez. IV, 10 dicembre 2003, n.15208).
Ad identiche conclusioni di infondatezza conduce anche l'esame della residua censura di violazione di legge fatta dipendere dalla denunciata omessa individuazione dell'area che eventualmente dovrà essere acquisita al patrimonio comunale, nell'ipotesi di mancata ottemperanza all'ordinanza di demolizione da parte dei soggetti destinatari della stessa.
A tale riguardo, va infatti osservato che, al contrario di quanto asserito dai difensori dei ricorrenti, nel provvedimento impugnato risulta espressamente attestato quali saranno le conseguenze negative che deriveranno dal mancato adempimento dell'ordine di demolizione delle opere edilizie qualificate abusive, nei termini fissati dalla legge.
Per cui, i deducenti sono stati formalmente avvertiti che, nell'ipotesi di mancato spontaneo ripristino dello stato dei luoghi, si sarebbe provveduto ai sensi di legge all'acquisizione gratuita al patrimonio comunale dei manufatti abusivi e dell'area di sedime degli stessi, con l'ulteriore precisazione che alla formalizzazione di tale eventuale ulteriore sanzione acquisitiva si sarebbe provveduto con successivo atto ricognitivo con cui si dava per scontato che si sarebbe dato luogo all'accertamento dell'avvenuta inottemperanza all'ordine di demolizione es all'esatta individuazione, anche a mezzo frazionamento catastale, delle porzioni di terreno oggetto di acquisto coattivo da parte del Comune e, quindi, nessun appunto in tal senso può essere mosso all'operato degli organi e degli uffici comunali che hanno sufficientemente adempiuto all'obbligo notiziale imposto dall'art 31, comma 2, del D.P.R. n. 380 del 2001.
Ciò posto, ritiene tuttavia il Collegio che, in ogni caso, la mancata segnalazione nel contesto del provvedimento di demolizione delle opere edilizie abusive delle conseguenze negative derivanti dalla eventuale mancata ottemperanza all'ordine di ripristino, non è comunque in grado di esplicare effetti invalidatori diretti sul provvedimento di demolizione, dal momento che con tale atto l'Amministrazione si è limitata soltanto ad imporre una sanzione meramente ripristinatoria, per la cui esecuzione è richiesta la collaborazione dei destinatari della stessa, essendo scontato che per dare concreta esecuzione autoritativamente alla stessa sanzione, in caso di inottemperanza da parte dei suoi destinatari, l'Amministrazione dovrà comunque adottare un ulteriore provvedimento.
In conclusione, sulla base di quanto argomentato, il ricorso deve dunque essere respinto».
 
T.A.R. Campania Napoli Sez. IV, 29-01-2007, n. 743: « 3. Fermo restando quanto precede, il Collegio osserva che, seppure esistesse un'apposita domanda di condono ai sensi della legge n. 326/2003, relativa alle opere abusive oggetto della diffida presentata dai ricorrenti, tale circostanza di per sé non potrebbe comunque ritenersi ostativa alla definizione del procedimento di repressione dell' abuso edilizio avviato dal Comune di Napoli a seguito della presentazione di tale diffida.
Infatti l'art. 7 della legge regionale campana n. 10/2004, relativo alle domande di condono presentate ai sensi della legge n. 326/2003, dispone che tali domande devono essere definite con un provvedimento espresso entro il termine di ventiquattro mesi dalla presentazione delle stesse, termine che risulta oramai scaduto, perché secondo l'art. 32, comma 32, del D.L. 269/2003 la domanda di condono doveva essere presentata, a pena di decadenza, tra l'11 novembre 2004 e il 10 dicembre 2004.
Inoltre, secondo il prevalente orientamento giurisprudenziale (T.A.R. Campania, Sez. IV, 9 febbraio 2006, n. 1880; Cons. Stato, Sez. VI, 20 luglio 2006, n. 4609), anche il proprietario confinante può avere un interesse alla celere definizione della domanda di condono presentata dal responsabile dell' abuso edilizio , nel caso in cui la mera pendenza di tale domanda impedisca la rimozione del pregiudizio subito dallo stesso confinante per effetto della realizzazione dell'opera abusiva.
Infatti, secondo una consolidata giurisprudenza il proprietario confinante, nella cui sfera giuridica incida dannosamente il mancato esercizio del potere di repressione degli abusi edilizi previsto dall'art. 27 del D.P.R. n. 380/2001, è titolare di un interesse legittimo all'esercizio di detti poteri e può quindi ricorrere avverso l'inerzia dell'Amministrazione preposta alla repressione di tali abusi. Tuttavia l'esercizio di tali poteri repressivi potrebbe essere inibito proprio dalla pendenza di una domanda di condono perché, in base all'art. 44 della legge n. 47/1985 (che trova applicazione anche nel caso di domande di condono presentate ai sensi della legge n. 326/2003, attraverso il richiamo contenuto nell'art. 32, comma 25, del D.L. n. 269/2003) - fatti salvi i casi di domande palesemente infondate (Consiglio Stato, Sez. V, 3 agosto 2004, n. 5412) - fino alla definizione di tale domanda opera la sospensione dei procedimenti amministrativi finalizzati alla repressione degli abusi edilizi (ex multis, Cons. Stato, Sez. IV, 15 febbraio 2005, n. 760). Pertanto la legittimazione del proprietario confinante a ricorrere ai sensi dell'art. 21 bis della legge n. 1034/1971 avverso il silenzio inadempimento serbato dal Comune sulla domanda di condono presentata dal responsabile dell' abuso edilizio deriva proprio dal fatto che tale silenzio preclude all'Amministrazione comunale di agire per la repressione dell' abuso edilizio .
Ne consegue che - potendosi ritenere implicita nella diffida presentata dai ricorrenti in data 9 maggio 2006 anche una richiesta di rimozione di ogni elemento ostativo alla repressione dell' abuso edilizio denunciato - la mera pendenza di una richiesta di condono relativa a tale abuso non potrebbe, di per sé, incidere sull'obbligo del Comune Napoli di esercitare - previa definizione della domanda di condono - i poteri allo stesso attribuiti dall'art. 27 del D.P.R. n. 380/2001 proprio perché il termine per la definizione delle domande di condono presentate ai sensi della legge n. 326/2003 risulta oramai scaduto.
4. Stante quanto precede, risulta evidente la fondatezza della pretesa azionata dai ricorrenti. Infatti l'esistenza dell' abuso edilizio posto in essere dalla signora V. e denunciato dai ricorrenti risulta chiaramente dal verbale della polizia municipale del 3 maggio 2006, ove viene espressamente indicato che trattasi di opere realizzate in assenza del prescritto titolo abilitativo.
Il presente gravame deve quindi essere accolto e, per l'effetto, si deve ordinare al Responsabile del Servizio Antiabusivismo del Comune di Napoli di adottare un provvedimento espresso sulla diffida presentata dai ricorrenti in data 9 maggio 2006, entro il termine di trenta giorni dalla notificazione della presente sentenza.
Inoltre, per il caso in cui l'Amministrazione intimata dovesse rimanere inadempiente oltre il predetto termine, il Collegio nomina sin da ora un Commissario ad acta, nella persona del Dirigente coordinatore dell'Area Pianificazione Territorio ed Urbanistica della Provincia di Napoli, che provvederà sulla predetta istanza su richiesta di parte ricorrente, e liquida in favore del Commissario ad acta, a titolo di acconto per l'attività da svolgere, la somma di euro 500,00, con onere a carico del Comune di Napoli, rinviando la determinazione definitiva alla presentazione di apposita relazione sull'attività svolta».
 
T.A.R. Campania Napoli Sez. II, 19-10-2006, n. 8670: « Il ricorso è ammissibile, stante la posizione legittimante della sig. B., quale proprietaria confinante titolare di un interesse differenziato e qualificato alla esecuzione dei lavori nel rispetto della normativa urbanistica e dei titoli edilizi e relative prescrizioni.
Invero, secondo una consolidata giurisprudenza (ex multis TAR Liguria sez. I 17.6.2005 n. 922,T.A.R. Umbria, 7 giugno 2005, n. 313; Cons. Stato, Sez. V, 7 novembre 2003, n. 7132) il proprietario confinante, nella cui sfera giuridica incida dannosamente il mancato esercizio dei poteri repressivi degli abusi edilizi da parte dell'organo preposto, è titolare di un interesse legittimo all'esercizio di detti poteri e può quindi ricorrere avverso l'inerzia dell'organo preposto alla repressione di tali abusi edilizi .
Rileva il Collegio che, a fronte della persistenza in capo all'Ente preposto alla vigilanza sul territorio del generale potere repressivo degli abusi edilizi , il vicino che - in ragione dello stabile collegamento con il territorio oggetto dell'intervento - gode di una posizione differenziata, ben potrà chiedere al Comune di porre in essere i provvedimenti sanzionatori previsti dall'ordinamento, facendo ricorso, in caso di inerzia, alla procedura del silenzio - inadempimento.
Al riguardo, l'ampia sfera dei poteri di polizia urbana attribuiti in materia urbanistica all'amministrazione comunale non esclude che rispetto ai singoli provvedimenti gli interessati siano portatori di un interesse legittimo: pertanto il proprietario di un'area o di un fabbricato, nella cui sfera giuridica incide dannosamente il mancato esercizio dei poteri ripristinatori e repressivi da parte dell'organo preposto,in particolare perché trattasi di proprietario del fondo limitrofo a quello su cui insistono le opere abusive, è titolare di un interesse legittimo all'esercizio di detti poteri e può pretendere, se non vengono adottate le misure richieste, un provvedimento che ne spieghi esplicitamente le ragioni, con la definitiva conseguenza che il silenzio serbato sull'istanza e sulla successiva diffida dell'interessato integra gli estremi del silenzio rifiuto sindacabile in sede giurisdizionale quanto al mancato adempimento dell'obbligo di provvedere espressamente. Da ciò deriva che il Comune è tenuto, in ogni caso, a rispondere alla domanda con la quale i proprietari di terreni limitrofi a quello interessato da un abuso edilizio chiedono ad esso di adottare atti di accertamento delle violazioni ed i conseguenti provvedimenti repressibi e, ove sussistano le condizioni, anche ad adottare gli stessi (T.A.R. Lazio Latina, 24 ottobre 2003, n. 876).
Per completezza, si evdienzia che la legittimazione attiva ai ricorsi in materia edilizia è collegata ad una pluralità di interessi, i quali sono attinenti non solo all'osservanza delle prescrizioni regolatrici dell'edificazione ma anche alla salvaguardia dell'ambiente e del paesaggio, alla circolazione veicolare, al rispetto degli standards urbanistici, al corretto insediamento di attività commerciali e simili (cfr. TAR Marche, sent. n. 297 del 12 maggio 2004) . Ne consegue che non occorre procedere a specifiche indagini per accertare, in concreto, se i lavori realizzati comportino un effettivo pregiudizio per il soggetto che propone l'impugnazione (TAR Liguria, sent. n. 104 del 28 gennaio 2004).
Il ricorso è altresì ricevibile, alla luce della nuova disciplina del ricorso avverso il silenzio contenuta nel comma 4 bis dell'art. 2 della legge n. 241/1990 (comma introdotto dall'articolo 2 della legge 11-2-2005 n. 15 ) che trova applicazione nel caso in esame ratione temporis.
Secondo la disciplina dettata dal comma 4 bis dell'art. 2 della legge n. 241/1990 (attualmente recepita nel quinto comma dell'art. 2, introdotto dall'articolo 3 del D.L. 14.3.2005 n. 35 conv. in L. n. 80/2005), "il ricorso avverso il silenzio dell'Amministrazione, ai sensi dell'art. 21 bis legge 1034/71, può essere proposto anche senza necessità di diffida all'Amministrazione inadempiente".
Come noto, lo speciale procedimento di cui all'art. 21 bis della legge n. 1034 del 1971 ha ad oggetto l'inerzia dell'amministrazione, protrattasi oltre il termine stabilito dall'ordinamento per la conclusione di un procedimento avviato obbligatoriamente su una istanza del privato.
Occorre, cioè, perché si abbia un silenzio giuridicamente rilevante, che il privato abbia presentato una istanza sulla quale l'amministrazione ha l'obbligo di provvedere e che sia decorso il termine entro il quale il provvedimento doveva essere assunto.
La materia, come sopra anticipato, è stata modificata dall'art. 3 del d.l. n. 35 del 2005, convertito in l. n. 80 del 2005, che ha introdotto il quinto comma dell'art. 2 della legge n. 241 del 1990, che recita: "Salvi i casi di silenzio assenso, decorsi i termini di cui ai commi 2 o 3, il ricorso avverso il silenzio dell'amministrazione, ai sensi dell'articolo 21-bis della legge 6 dicembre 1971, n. 1034, può essere proposto anche senza necessità di diffida all'amministrazione inadempiente, fintanto che perdura l'inadempimento e comunque non oltre un anno dalla scadenza dei termini di cui ai predetti commi 2 o 3. Il giudice amministrativo può conoscere della fondatezza dell'istanza. È fatta salva la riproponibilità dell'istanza di avvio del procedimento ove ne ricorrano i presupposti".
La norma si riferisce ai procedimenti delle amministrazioni statali e degli enti pubblici nazionali (coma fatto palese dal rinvio ai "termini di cui ai commi 2 o 3"), per cui si pone il problema della sua applicabilità ad enti diversi, quali gli enti locali.
Ritiene il Collegio che la questione vada risolta nel senso dell'applicabilità della nuova disposizione, in base al disposto dell'art. 29 della medesima legge n. 241 (come sostituito dall'art. 19 della legge n. 15 del 2005), che recita, al comma primo: "le disposizioni della presente legge si applicano ai procedimenti amministrativi che si svolgono nell'ambito delle amministrazioni statali e degli enti pubblici nazionali e, per quanto stabilito in tema di giustizia amministrativa, a tutte le amministrazioni pubbliche".
Infatti, il riferimento a "quanto stabilito in materia di giustizia amministrativa" - in sé passibile di diverse interpretazioni, più o meno estensive - deve, a parere del Collegio, essere inteso alla luce della sua ratio, che non può che essere quella di garantire l'uniformità dei procedimenti giurisdizionali avverso gli atti di tutte le pubbliche amministrazioni. In tal senso, quindi, le disposizioni che, seppur dettate specificamente per lo Stato e per gli enti pubblici nazionali, hanno riflessi sul processo, perché influiscono sulle condizioni o modalità di tutela in giudizio di situazioni giuridiche soggettive, vanno estese a tutte le amministrazioni pubbliche.
Ne deriva che il presente ricorso, proposto entro un anno dalla notifica della diffida all'amministrazione comunale, , attesa la sua notifica il 22 giugno 2006 al predetto Ente, è ricevibile.
Nel merito, il ricorso é fondato.
Quanto all'istanza volta a sollecitare l'esercizio di poteri di repressione di abusi edilizi , va evidenziato che, in generale, la funzione di vigilanza sull'attività urbanistico - edilizia, ora disciplinata dal titolo IV del d.P.R. n. 380 del 2001, si esprime attraverso procedimenti avviati d'ufficio, ancorché l'esercizio del potere repressivo possa essere sollecitato dalla denuncia dei cittadini (art 27, co 3 T.U.).
Come è stato precisato dalla giurisprudenza, ai fini dell'accertamento dell'obbligo di provvedere da parte dell'amministrazione, non è necessaria la precisa corrispondenza tra il contenuto della denuncia e l'atto di avvio del procedimento sanzionatorio, poiché, comunque, i fatti esposti dal privato debbono essere verificati dall'ufficio, sotto il profilo della loro sussistenza e della loro qualificazione giuridica (Consiglio di Stato, Sez. V, 7/11/2003 n. 7132; Consiglio di Stato, Sez. V, 9/12/2002 n. 6773).
Ne deriva che il proprietario/detentore di un'area o di un fabbricato, nella cui sfera giuridica incida dannosamente il mancato esercizio dei poteri ripristinatori e repressivi da parte dell'organo preposto avverso abusi edilizi , è titolare di un interesse qualificato alla salvaguardia delle caratteristiche urbanistiche della zona, che si realizza non solo attraverso il potere di denuncia di cui al citato art. 27 , ma anche attraverso la pretesa di una pronuncia, se non vengono adottate le misure richieste, e cioè di un provvedimento che ne spieghi esplicitamente le ragioni.
In conclusione, in materia edilizia, l'obbligo del Comune di provvedere sussiste non solo nei casi in cui i privati - che abbiano uno stabile collegamento con la zona interessata dall'abuso (come sopra specificato al punto 4) - chiedano un atto ampliativo a loro favore ma anche quando chiedano il rispetto dei titoli abilitativi rilasciati, degli strumenti urbanistici o della disciplina edilizia attraverso l'eliminazione di abusi (intendendo per tali gli interventi effettuati in violazione degli uni o dell'altra).il silenzio serbato sull'istanza dell'interessato integra gli estremi del silenzio rifiuto sindacabile in sede giurisdizionale quanto al mancato adempimento dell'obbligo di provvedere espressamente (Consiglio di Stato, Sez. VI, 4/6/2004 n. 3485; Consiglio di Stato, Sez. V, 19/2/2004 n. 677; Consiglio di Stato, Sez. V, 7/11/2003 n. 7132; T.A.R. Liguria, Sez. I, 17/6/ 2005, n. 922).
Per le considerazioni sopra esposte, deve essere dichiarata l'illegittimità del silenzio rifiuto serbato dal Comune di Sorrento con riferimento all'istanza della ricorrente di voler accertare gli abusi edilizi realizzati e di adottare i conseguenti provvedimenti repressivi nell'esercizio della funzione di vigilanza di cui all'art. 27 DPR 380/2001.
Il ricorso deve essere, pertanto, accolto con conseguente declaratoria dell'obbligo del Comune intimato di provvedere - entro trenta (30) giorni dalla comunicazione o dalla notificazione della presente decisione - sull'atto di diffida e messa in mora nei termini e nei limiti sopra descritti e cioè procedendo alla repressione degli abusi eventualmente realizzati ed accertati ovvero - nell'eventualità non siano ravvisabili i presupposti necessari per l'irrogazione delle misure richieste - adottando un provvedimento di diniego che ne spieghi esplicitamente le ragioni.
In caso di perdurante inerzia, decorso tale termine provvederà all'esecuzione il Commissario ad acta all'uopo nominato sin d'ora nella persona del Prefetto di Napoli, con facoltà di subdelega».
 
T.A.R. Basilicata Potenza Sez. I, 05-12-2007, n. 697: « 1. In data 3 novembre 2005 veniva redatto verbale - sottoscritto da un agente di Polizia Municipale e dal responsabile del procedimento dell'Ufficio Edilizia del Comune di Venosadi accertamento di violazione alle prescrizioni urbanistico-edilizie a carico dei sigg.ri D.G. e M.G., nel quale si legge: " Noi sottoscritti., il giorno 26.10.2005 alle ore 11.00, nell'ambito di accertamenti di Polizia Edilizia ci siamo recati nella Zona C15, Comparto A1 Edilizia Pubblica del vigente P.R.G. Romaniello, ove abbiano constatato che sulla predetta area di proprietà del Comune di Venosa i sigg.ri G.D. e M. proprietari del fabbricato urbano prospiciente la stradina comunale hanno commesso i lavori edilizi abusivi di seguito descritti: 1. Modifica quota di terreno comunale mediante la posa in opera di misto di cava per una lunghezza di ml. 19,00 e una larghezza di ml. 4,40 circa; Non è stato possibile contestare la violazione al momento del sopralluogo in quanto i proprietari non erano presenti.".
Sulla base del suddetto verbale, il responsabile dello Sportello Unico dell'Edilizia (d'ora in poi: S.U.E.) del Comune di Venosa, con provvedimento prot. n. 13526/74 del 7/11/2005, notificato in pari data ai sigg.ri D.G. e M.G., ordinava a questi ultimi l'immediata sospensione dei lavori descritti nel verbale medesimo.
Con memoria difensiva acquisita al protocollo del Comune di Venosa in data 14/11/2005, i sigg.ri M.G. e D.G., dopo aver richiamato sia il verbale n. 4/79/2005 del 3/11/2005 sia la successiva ordinanza di sospensione dei lavori del 7/11/2005, eccepivano ".con forza il difetto di legittimazione passiva, in quanto totalmente estranei agli abusi edilizi loro contestati nel citato verbale, dal quale si evincono con chiarezza due elementi - al momento del sopralluogo gli agenti non hanno trovato nessuno; - l'area su cui è stata commessa la pretesa violazione edilizia è di proprietà comunale. Sulla scorta di quanto innanzi, rimane oscuro e di difficile comprensione il sillogismo che abbia indotto gli accertatori a ritenere responsabili gli scriventi..Gli agenti accertatori, nel caso che ci occupa, sono arrivati a ritenere, senza riscontro fattuale alcuno, che su di un terreno di proprietà comunale l'edificazione e l'esistenza di una stradina in terra battuta fosse addebitale ai sottoscritti. Resta il legittimo sospetto di un atto, quello della Polizia Municipale, compiuto superficialmente e senza alcuna istruttoria, come meritava la particolarità della fattispecie, dai profili velatamente persecutori e vessatori, lesivo della dignità e della onorabilità di chi, si ripete, non è assolutamente partecipe di quanto si contesta.In punto di fatto, solo per completezza d'esposizione, si osserva che la contestata "modifica quota terreno comunale mediante la posa in opera di misto cava" insiste sulla medesima area in cui sono in corso lavori di costruzione di diverse unità immobiliari e si sono succeduti interventi per l'installazione dei tronchi dell'acqua, della fogna e del gas. Tanto avrebbe dovuto bastare a far sorgere un legittimo dubbio negli organi accertatori. Ma così non è stato."; chiedevano, pertanto, "..l'esercizio del potere-dovere, in via di autotutela, di ritiro, revoca e/o annullamento del verbale n. 4/79/2005 datato 03.11.05 dell'Ufficio di Polizia Municipale di Venosa e dell'ordinanza prot. 13596 R.O..adottata dal Responsabile S.U.E. del Comune di Venosa.".
Il Comune di Venosa, con nota prot. n. 13526 del 29/11/2005, sottoscritta congiuntamente dal Sindaco e dal responsabile del Settore Territorio, indirizzata al sig. M.G., sosteneva, tra l'altro, che "..a seguito del verbale il Responsabile S.U.E. ha emanato apposita Ordinanza di sospensione dei Lavori, prot. n° 13526 R.O. 74 del 7.11.2005, nei confronti dei soggetti responsabili, richiamando la violazione dell'art. 35 del D.P.R. n° 380/2001 e s.m.i., già citato fin dal momento della redazione del verbale. Orbene non avendo la S.V. né contestato né impugnato il verbale del 3.11.2005 redatto dalla Polizia Municipale, che contiene in sé già l'esplicito alla procedura di cui all'art. 35 del D.P.R. n° 380/2001 e s.m.i., il verbale in questione fa fede fino a proposizione di falso.Analogamente si sottolinea, per quanto pleonasticamente, che le opere realizzate comportano trasformazioni urbanistiche, in quanto finalizzate alla realizzazione di una strada di accesso all'abitazione della S.V. Da ultimo si ritiene che non ricorrano i presupposti giuridici per l'esercizio del potere-dovere, nelle forme del procedimento di autotutela, di ritiro, revoca e/o annullamento del verbale del 3.11.2005 e della conseguente Ordinanza di sospensione del 7.11.2005. Ad ogni buon conto, si informa la S.V. che sono al vaglio diverse soluzioni per risolvere le problematiche emerse nella realizzazione del comparto edilizio interessato e delle opere pubbliche ad esso limitrofe, fermo restante il perseguimento del pubblico interesse e la salvaguardia delle reciproche posizioni.."-
La suddetta nota comunale veniva riscontrata dai sigg.ri M.G. e D.G. con successiva nota acquisita al protocollo del Comune di Venosa in data 1° dicembre 2005, nella quale gli esponenti, dopo aver richiamato il verbale del 3/11/2005 e la successiva ordinanza di sospensione dei lavori del 7/11/2005, sostenevano che ".risulta, pertanto, evidente che il Responsabile S.U.E. del Comune di Venosa.ritiene ostativo all'adozione di qualsiasi atto di revoca dell'ordinanza in oggetto il suddetto verbale. Considerato che: dal verbale della Polizia Municipale si evincono con chiarezza due elementi: - al momento del sopralluogo gli agenti non hanno trovato nessuno; - l'area su cui è stata commessa la pretesa violazione edilizia è di proprietà comunale. Sulla scorta di quanto innanzi è palese l'illegittimità e l'abuso compiuto con la redazione del prefato verbale che ritiene responsabili della violazione G.D. e G.M.. Tutto quanto innanzi premesso e considerato si chiede che il richiamato verbale venga annullato con immediatezza. In mancanza si adirà la competente Magistratura, senza ulteriore indugio, al fine di tutelare i diritti degli scriventi..".
In data 27 gennaio 2006 i sigg.ri D.G. e M.G. sporgevano denuncia-querela dinanzi alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Melfi nei confronti degli agenti accertatori e redattori del verbale del 3/11/2005, per i reati di cui agli artt. 479, 323 e 328 del codice penale.
Infine, con provvedimento prot. n. 3130 dell'8 marzo 2006, a firma del responsabile del S.U.E. del Comune di Venosa, notificato il successivo giorno 9 ai sigg.ri M.G. e D.G., si ordinava a questi ultimi di procedere al ripristino dell'area di proprietà comunale interessata dai lavori di "..modifica quota terreno comunale mediante la posa in opera di misto di cava per una lunghezza di ml. 19,00 ed una larghezza di ml 4,40 circa".
2. Con ricorso notificato il 17 marzo 2006 e depositato il successivo giorno 24, i sigg.ri M.G. e D.G. hanno impugnato il provvedimento prot. n. 3130 dell'8 marzo 2006 e ne hanno chiesto, previa sospensione dell'efficacia, l'annullamento per i seguenti motivi:
A) Eccesso di potere per carenza di istruttoria. Travisamento dei presupposti in fatto. Difetto e contraddittorietà della motivazione. Sviamento di potere. Violazione e falsa applicazione degli art. 27, 35 e 44 del D.P.R. 380/2001 e s.m.i. e art. 6 L. 241/90 e s.m.i. in relazione all'accertamento del/dei responsabile/i dell' abuso edilizio .
Sostengono i ricorrenti di non essere gli autori dell' abuso edilizio loro contestato, come si evincerebbe dalla copiosa documentazione inviata all'Amministrazione comunale, che avrebbe dovuto effettuare una più rigorosa istruttoria onde individuare i responsabili dell' abuso edilizio .
A conforto della tesi secondo cui non sarebbero responsabili dell' abuso edilizio loro contestato, i ricorrenti evidenziano altresì che, alla data del sopralluogo a seguito del quale è stato redatto il contestato verbale del 3/11/2005, la loro residenza era fissata in altra zona del territorio comunale, come anche risulterebbe dalle relate di notifica del provvedimento in questa sede impugnato.
B) Violazione e mancata applicazione degli artt. 94.2. e 94.3.2. del vigente Regolamento Edilizio del Comune di Venosa.
Si sostiene, per mero tuziorismo, che nell'adozione del provvedimento impugnato sarebbero stati violati gli art. 94.2. e 94.3.2 del regolamento edilizio comunale, perché l'adozione del provvedimento impugnato sarebbe avvenuto oltre i termini prescritti e non sarebbe stata preceduta da alcuna diffida non rinnovabile.
3. L'istanza cautelare è stata accolta con ordinanza collegiale n. 107/06 del 5 aprile 2006.
4. Con memoria difensiva depositata il 22 giugno 2007, i ricorrenti hanno insistito per l'accoglimento del ricorso, chiedendo altresì che, ai fini della decisione, non si tenga conto delle osservazioni formulate dal Comune di Venosa con nota depositata in data 14.4.2006, non essendosi l'Amministrazione comunale costituita in giudizio.
5. Alla pubblica udienza dell'8 novembre 2007 la causa è stata trattenuta in decisione.
Motivi della decisione
1. In via preliminare, il collegio deve precisare che, ai fini della decisione, non terrà conto delle osservazioni formulate dal Comune di Venosa con nota depositata il 14 aprile 2006, non essendosi l'Amministrazione comunale costituita in giudizio e constando, altresì, l'espressa opposizione dei ricorrenti acché tali osservazioni vengano considerate dal collegio.
2. Ciò premesso, il ricorso deve giudicarsi fondato, nei termini di seguito precisati, per l'assorbente fondatezza della censura evidenziante il difetto di istruttoria nella individuazione dei soggetti ritenuti responsabili dell' abuso edilizio sanzionato con il provvedimento in questa sede impugnato.
2.1. Giova, innanzitutto, considerare che il verbale datato 3/11/2005, redatto a seguito del sopralluogo effettuato in data 26 ottobre 2005, fa piena prova, fino a querela di falso, a norma dell'art. 2700 cod. civ, limitatamente alla "..provenienza del documento dal pubblico ufficiale che lo ha compiuto, nonché delle dichiarazioni delle parti e degli altri fatti che il pubblico ufficiale attesta avvenuti in sua presenza o da lui compiuti".
Cosicché, nel caso di specie, il valore fidefaciente, fino a querela di falso, del verbale è limitato alla provenienza dell'atto pubblico dagli agenti che lo hanno sottoscritto e da quanto gli stessi affermano di aver direttamente accertato, e cioè che sull'area di proprietà comunale sono stati eseguiti i lavori descritti nel verbale medesimo. Gli agenti accertatori, all'atto del sopralluogo, non hanno tuttavia direttamente e personalmente accertato che i suddetti lavori sono stati eseguiti dagli odierni ricorrenti, come indubitabilmente si evince proprio dal verbale, nel quale (tra l'altro) si legge che "Non è stata possibile contestare la violazione al momento del sopralluogo in quanto i proprietari non erano presenti", il che è quanto dire che la (ritenuta) esecuzione dei lavori da parte degli odierni ricorrenti non è un fatto che gli agenti accertatori hanno attestato essere avvenuto in loro presenza e conosciuto senza alcun margine di apprezzamento, quanto invece una deduzione che gli agenti accertatori hanno presumibilmente tratto dalla circostanza che i ricorrenti sono proprietari di un fabbricato prospiciente la stradina abusivamente realizzata su proprietà comunale.
Ne segue, evidentemente, che la validità della deduzione in base alla quale gli agenti accertatori prima e, successivamente, il responsabile dello S.U.E. hanno individuato negli odierni ricorrenti i responsabili dell'abuso sanzionato con il provvedimento in questa sede impugnato può essere efficacemente contrastata offrendo idonei elementi indiziari di segno contrario, senza dover proporre querela di falso.
2.2. Ciò chiarito, dalla ricostruzione della vicenda, riportata nella parte in fatto della presente sentenza, emerge che gli odierni ricorrenti hanno con forza sostenuto, nella corrispondenza intercorsa con il Comune di Venosa, di non essere i responsabili dell' abuso edilizio in questione, osservando, in particolare (cfr. nota acquisita al protocollo comunale il 14 novembre 2005), che la contestata "modifica quota terreno comunale mediante la posa in opera di misto cava insiste sulla medesima area in cui sono in corso lavori di costruzione di diverse unità immobiliari e si sono succeduti interventi per l'installazione dei tronchi dell'acqua, della fogna e del gas..".
Nel ricorso, hanno poi sostenuto e documentato che, alla data del 26.10.2005 (di avvenuto sopralluogo), avevano residenza in altra zona del territorio comunale, e che, inoltre, l'attività di vigilanza urbanistico-edilizia non era stata sollecitata da una denuncia o da un esposto di privati (che magari avrebbero potuto fornire all'Amministrazione elementi idonei per individuare negli odierni ricorrenti i responsabili dell'abuso in questione).
2.3. Ne segue che, alla luce dei rilievi formulati dagli odierni ricorrenti con le note inviate a riscontro dell'ordinanza di sospensione dei lavori del 7/11/2005, il Comune di Venosa non avrebbe potuto legittimamente sottrarsi al dovere di compere una più accurata attività istruttoria, considerando, ad esempio, se i lavori di posa in opera del misto di cava sulla proprietà comunale potessero essere stati essere stati realizzati da chi ha eseguito le opere di urbanizzazione segnalate dagli odierni ricorrenti, ovvero se la stradina realizzata sull'area di proprietà comunale fosse al servizio esclusivo del fabbricato di proprietà dei ricorrenti o costituisse accesso anche ad altri fabbricati, ovvero, ancora, se nella zona interessata (Zona C15, Comparto A1 Edilizia Pubblica del vigente P.R.G. Romaniello) lo strumento urbanistico prevedesse la realizzazione di strade di accesso alle unità abitative, condizionando alla loro esecuzione il rilascio del certificato di agibilità.
2.4. Nei termini dianzi, con assorbimento delle rimanenti censure, il ricorso deve essere accolto, con conseguente annullamento del provvedimento prot. n. 3130 del 9 marzo 2006.
Resta, evidentemente, impregiudicata l'ulteriore attività dell'Amministrazione».
 

 
 
 
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