LA DEROGA ALLE DISTANZE MINIME TRA EDIFICI È AMMESSA SOLO A FAVORE DELLA PIANIFICAZIONE ATTUATIVA, NON ANCHE PER IL PRG O I TITOLI ABILITATIVI DIRETTI

La deroga alle distanze minime tra edifici è ammessa solo a favore della pianificazione attuativa, e non anche per il PRG o i titoli abilitativi diretti (tra cui il PDC). [...]


Iscriviti alla nostra newsletter editoriale

Consiglio di Stato, Sezione VI, sentenza n.4149 del 30/06/2020

Relatore :
Silvestro Maria Russo
Presidente :
Diego Sabatino

Sunto della pronuncia:

Oggetto:
Sintesi:
L'inderogabilità delle distanze tra fabbricati, in ragione del peculiare e inderogabile interesse pubblico sotteso, vige pure nei confronti delle costruzioni abusive. Ciò vale sempre, tranne per le costruzioni abusive successive alla realizzazione di edifici muniti di regolare titolo, senza possibilità di deroga alcuna.
Oggetto:
Sintesi:
La deroga alle distanze minime tra edifici è ammessa solo a favore della pianificazione attuativa, e non anche per il PRG o i titoli abilitativi diretti (tra cui il PDC).
Oggetto:
Sintesi:
La distanza minima ex art. 9, I co., n. 2) del DM 1444/1968 (m 10), valida per le nuova costruzioni, protegge in via prioritaria, più che gli interessi dominicali privati — per i quali vi sono già le norme del Codice civile —, l'interesse pubblico alla salute dei cittadini. La funzione di tal istituto è notoria: esso vuol evitare il prodursi di nocive intercapedini, malsane e lesive della salute degli abitanti degli immobili e, come tale, esso prevale su ogni diversa norma di regolamento comunale. E prescinde dall'abusività dell'edificio preesistente.
Oggetto:
Sintesi:
Il PDC in deroga è un istituto di carattere eccezionale, giustificato da una valutazione latamente discrezionale (come ogn'altra scelta pianificatoria) sulla necessità di soddisfare esigenze straordinarie, e, in quanto tale, applicabile soli nei limiti previsti dalla legge e purché non vi siano significative ed irreversibili alterazione degli standard urbanistici.

 
Estratto:
« 5.1. – Più delicata pare invece esser la questione sulle distanze minime tra edifici, che riguardano in realtà tre villette in prossimità del confine E del Parco edilizio. Il Collegio è consapevole che, per un verso, fu il Comune ad assentire la posizione di tali villette dal confine del Parco edilizio e, per altro verso, che la violazione delle distanze si verificò tra tali edifici autorizzati (nuovi) e manufatti abusivi (preesistenti). È certo vera la necessità di rinviare al piano di recupero o di risanamento urbanistico la regolazione di congruenza dell’edificato illecito sanato alla disciplina dell’edificato regolare e di PRG, che sarebbero state le sedes materiae più acconce a ben disciplinare tali aspetto. In disparte ciò —questo sì, al limite, argomento opponibile al Comune, ma non fu fatto—, l’inderogabilità delle distanze tra fabbricati, in ragione del peculiare e inderogabile interesse pubblico sotteso, vige pure nei confronti delle costruzioni abusive. Ciò vale sempre, tranne per le costruzioni abusive successive alla realizzazione di edifici muniti di regolare titolo —e non è questo il di specie—, senza possibilità di deroga alcuna, donde la disapplicazione dell’art. 27 del REC, che tal deroga pone fuori dalle ipotesi degli strumenti attuativi. Infatti, resta fermo il principio che la deroga alle distanze minime è ammessa solo a favore della pianificazione attuativa (cfr., per tutti, Cons. St., VI 13 dicembre 2017 n. 5862), e non anche per il PRG o i titoli abilitativi diretti (tra cui il PDC). Né basta: per costante giurisprudenza di questo Consiglio (cfr., tra le tante, Cons. St., IV, 16 febbraio 2012 n. 812; id., 31 marzo 2015 n. 1670; id., 8 maggio 2017 n. 2086), siffatta distanza minima ex art. 9, I co., n. 2) del DM 1444/1968 (m 10), valida per le nuova costruzioni, protegge in via prioritaria, più che gli interessi dominicali privati —per i quali vi sono già le norme del Codice civile—, l’interesse pubblico alla salute dei cittadini. La funzione di tal istituto è notoria: esso vuol evitare il prodursi di nocive intercapedini, malsane e lesive della salute degli abitanti degli immobili e, come tale, esso prevale su ogni diversa norma di regolamento comunale. Esso prescinde appunto dall’abusività dell’edificio preesistente (su questo specifico aspetto, s’è soffermato Cons. St., VI, 11 luglio 2018 n. 4229) —giacché, ragionando a contrario, l'accennata finalità della disciplina sulle distanze sarebbe di fatto vanificata e si creerebbe comunque quel disordinato sviluppo dell'attività edilizia e la formazione di intercapedini insalubri che l'ordinamento vuole evitare—, tranne nel caso in cui ne sia stata accertata l’insanabilità o già ordinata la demolizione, poiché così vien meno ogni interazione tra i predetti edifici. »
Oggetto:
Sintesi:
La possibilità di sostituire la sanzione demolitoria con quella pecuniaria, per un verso, va valutata dalla P.A. nella fase esecutiva della demolizione, successiva ed autonoma rispetto all'ordine di demolizione in sé e nella quale gli interessati ben potranno dedurre lo stato di pericolo per la stabilità dell'edificio. Per altro e correlato verso, tal sanzione pecuniaria, derogatoria alla regola generale della demolizione nei casi di illeciti edilizi di cui al co. 1 dell'art. 34 del DPR 380/2001, può esser applicata solo ove sia oggettivamente impossibile la demolizione delle parti difformi senza incidere sulla stabilità dell'intero edificio.

 
Estratto:
« 5.2. – Neppure convince ogni questione sull’abitabilità, o meno dei sottotetti, per i quali la Società appellante ipotizza un ripristino parziale o l’applicazione della sanzione pecuniaria, ai sensi dell’art. 34 del DPR 380/2001. Il Collegio condivide sul punto quanto detto in sentenza, che escluse una tal soluzione a causa della compenetrazione materiale del sopralzo dei tetti, realizzato così appunto per giungere all’abitabilità dei sottotetti, quindi con una dolosa variazione essenziale rispetto a quanto assentito. Non sfugge al Collegio che la sentenza riconobbe l’astratta possibilità d’applicare la sola sanzione pecuniaria ex art. 34, co. 2 del DPR 380/2001. Tanto in coerenza col fermo principio giurisprudenziale (cfr., da ultimo, Cons. St., II, 18 marzo 2020 n. 1925; id., VI, 12 maggio 2020 n. 2980) per cui la possibilità di sostituire la sanzione demolitoria con quella pecuniaria, per un verso, va valutata dalla P.A. nella fase esecutiva della demolizione, uccessiva ed autonoma rispetto all'ordine di demolizione in sé e nella quale gli interessati ben potranno dedurre lo stato di pericolo per la stabilità dell’edificio. Per altro e correlato verso, tal sanzione pecuniaria, derogatoria alla regola generale della demolizione nei casi di illeciti edilizi di cui al co. 1, può esser applicata solo ove sia oggettivamente impossibile la demolizione delle parti difformi senza incidere sulla stabilità dell'intero edificio. Sennonché, tal soluzione fu esclusa dal Comune e dal TAR, perché non di mera difformità volumetrica si trattò, ma di variazione essenziale (come definita nel precedente art. 31, co. 1). Furono quindi resi abitabili i sottotetti e, in tal modo, posti in essere volumi edilizi eccedenti i limiti indicati in progetto e tali da costituire una nuova porzione dell’organismo edilizio, avente specifiche ed autonome rilevanza ed utilizzabilità. »
Oggetto:
Sintesi:
L'art. 38 del DPR 380/2001 serve a regolare un regime sanzionatorio più mite solo per opere edilizie conformi ad un titolo abilitativo poi rimosso. E ciò essenzialmente per ragioni di tutela d'un serio affidamento in capo al privato, perlopiù ad un terzo acquirente in buona fede del bene così realizzato, al fine d'ottenerne la conservazione, ancorché sanzionato.
Oggetto:
Sintesi:
L'essenza della norma che applica la sanzione pecuniaria sostitutiva della demolizione ex art. 38 del DPR 380/2001, va colta nel senso che la possibilità di ripristino sia intesa non come possibilità tecnica di effettuarlo (poiché occorre sempre valutare l'opportunità di ricorrere alla demolizione dell'opera abusiva), bensì comparando l'interesse pubblico al recupero dello status quo ante con il rispetto della posizione giuridica del privato incolpevole che aveva confidato nell'esercizio legittimo del potere amministrativo. Ciò vuol dire che, se l'affidamento è il cardine ermeneutico per giungere alla sanzione sostitutiva, il privato, che abusi del titolo già illegittimo per realizzare interventi addirittura difformi da quanto autorizzato ed in sé illeciti, non versa in una situazione d'affidamento incolpevole e la sanzione sostitutiva dipende solo dall'impossibilità materiale del ripristino.

 
Estratto:
« È appena da soggiungere che pure l’applicabilità della sanzione pecuniaria sostitutiva ex art. 38 del DPR 380/2001, propria dell’annullamento del PDC, è tutt’altro che automatica, proprio perché essa si basa su limiti ben netti e, ove accolta, dà luogo ai medesimi effetti dell’accertamento di cui al precedente art. 36. Infatti, l'art. 38 del DPR 380/2001 serve a regolare un regime sanzionatorio più mite solo per opere edilizie conformi ad un titolo abilitativo poi rimosso. E ciò essenzialmente per ragioni di tutela d’un serio affidamento in capo al privato (arg. ex Cons. St., ad. plen., 23 aprile 2009 n. 4; id., IV, 2 marzo 2020 n. 1492), perlopiù ad un terzo acquirente in buona fede del bene così realizzato, al fine d’ottenerne la conservazione, ancorché sanzionato (cfr. Cons. St., VI, 13 giugno 2011 n. 3571; id., IV, 10 agosto 2011, n. 4770; id., 21 ottobre 2013 n. 5115; id., 12 maggio 2014 n. 2398; id., 28 gennaio 2020 n. 690). In disparte la rimessione all’Adunanza plenaria (cfr. Cons. St., IV, 11 marzo 2020 n. 1735 - ord.za) della questione su quale tipo di vizi possa consentire l'applicazione della sanzione amministrativa pecuniaria sostitutiva, ancora da ultimo la Sezione (cfr. Cons. St., VI, 17 ottobre 2019 n. 7057) ha colto l’essenza della norma ex art. 38, nel senso che la possibilità di ripristino sia intesa non come possibilità tecnica di effettuarlo (poiché occorre sempre valutare l'opportunità di ricorrere alla demolizione dell'opera abusiva), bensì comparando l'interesse pubblico al recupero dello status quo ante con il rispetto della posizione giuridica del privato incolpevole che aveva confidato nell'esercizio legittimo del potere amministrativo. Ciò vuol dire che, se l’affidamento è il cardine ermeneutico per giungere alla sanzione sostitutiva, il privato, che abusi del titolo già illegittimo per realizzare interventi addirittura difformi da quanto autorizzato ed in sé illeciti, non versa in una situazione d’affidamento incolpevole e la sanzione sostitutiva dipende solo dall’impossibilità materiale del ripristino. »


Copyright© Exeo Edizioni: consentita la riproduzione solo in virgolettato con citazione della fonte e link