LA PERGOTENDA SI QUALIFICA IN TERMINI DI ELEMENTO ACCESSORIO NECESSARIO AL SOSTEGNO E ALL’ESTENSIONE DELLA TENDA

Per aversi una pergotenda occorre che l’opera principale sia costituita non dalla struttura in sé, ma dalla tenda, quale elemento di protezione dal sole o dagli agenti atmosferici, con la conseguenza che la struttura deve qualificarsi in termini di mero elemento accessorio, necessario al sostegno e all’estensione della tenda; solo al ricorrere di t [...]

16/06/2020

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Consiglio di Stato, Sezione VI, sentenza n.1783 del 12/03/2020

Relatore :
Giordano Lamberti
Presidente :
Diego Sabatino

Sunto della pronuncia:

Oggetto:
Sintesi:
Per aversi una pergotenda occorre che l'opera principale sia costituita non dalla struttura in sé, ma dalla tenda, quale elemento di protezione dal sole o dagli agenti atmosferici, con la conseguenza che la struttura deve qualificarsi in termini di mero elemento accessorio, necessario al sostegno e all'estensione della tenda; solo al ricorrere di tali caratteristiche, in linea generale, per la pergotenda non serve il permesso di costruire, potendo essere ricondotta all'attività di edilizia libera, in quanto arredo funzionale alla migliore fruizione temporanea dello spazio esterno all'unità a cui accede e, quindi, riconducibile agli interventi manutentivi liberi ai sensi dell'art. 6, comma 1, del d.p.r. 380/2001.
Oggetto:
Sintesi:
Per valutare se una pergotenda può essere considerata temporanea o meno e così da essere ricondotta nell'ambito dell'edilizia libera si deve seguire non il criterio strutturale, ma il criterio funzionale, per cui un'opera, se è realizzata per soddisfare esigenze che non sono temporanee, non può beneficiare del regime proprio delle opere precarie, anche quando le opere sono state realizzate con materiali facilmente amovibili.
Oggetto:
Sintesi:
La pergotenda, stanti le caratteristiche della stessa, seppur collegata al muro di un edificio preesistente, non può essere considerata in senso proprio una pertinenza, in quanto fa corpo con la cosa principale a cui aderisce, di cui modifica la sagoma e ne comporta l'ampliamento, creando nuova volumetria fruibile.
Oggetto:
Sintesi:
La valutazione dell'abuso edilizio presuppone una visione complessiva e non atomistica dell'intervento, giacché il pregiudizio recato al regolare assetto del territorio deriva non dal singolo intervento, ma dall'insieme delle opere realizzate nel loro contestuale impatto edilizio; ne consegue che l'amministrazione comunale deve esaminare contestualmente l'intervento abusivamente realizzato, e ciò al fine precipuo di contrastare eventuali artificiose frammentazioni che, in luogo di una corretta qualificazione unitaria dell'abuso e di una conseguente identificazione unitaria del titolo edilizio che sarebbe stato necessario o che può, se del caso, essere rilasciato, prospettino una scomposizione virtuale dell'intervento finalizzata all'elusione dei presupposti e dei limiti di ammissibilità dell'intervento.

 
Estratto:
« 5 – L’appello è infondato per le ragioni di seguito esposte. Le caratteristiche della struttura in questione escludono che questa possa essere ricondotta ad una semplice pergotenda, come prospettato dall’appellante, con quanto ne consegue in riferimento al relativo regime abilitativo. Come già rilevato, trattasi infatti di una struttura in legno di circa mq. 180, costituita da capriate e travature, anch’esse in legno, sorrette da pali fissate al terreno (“In particolare, la porzione della struttura posizionata nella parte superiore del terreno, di circa mq. 120 (mt. 8 x 15), è posta, con orditura a capriate tipo tetto a due falde, a sostegno di una tenda retrattile ed è alta al colmo mt. 3.35 e all'imposta mt. 2.70, mentre la restante porzione, quella che occupa la parte più bassa del terreno, di circa mq. 60 (mt. 5 x 12), è anch'essa posta, con travature tipo tetto ad una falda, a sostegno di una tenda retrattile ed è alta al colmo mt. 3.10 e all'imposta mt. 2.70. Internamente tutta l'ossatura è stata pavimentata con assi in legno posizionali su di un alveolo realizzato con correntini in ferro rotolato poggiati sul terreno ed esternamente è stata raccordata alla base, lungo il perimetro, da una tamponatura, parte in tavolato di legno (lato prospiciente il muro di contenimento con il soprastante terrapieno) parte con lastre di policarbonato (lato Piazza Euclide), alta circa mt. 1”). 5.1 - La giurisprudenza (Cons. St., Sez. VI n. 5737 del 5 ottobre 2018) ha chiarito che “per aversi una pergotenda occorrerebbe…che l’opera principale sia costituita non dalla struttura in sé, ma dalla tenda, quale elemento di protezione dal sole o dagli agenti atmosferici, con la conseguenza che la struttura deve qualificarsi in termini di mero elemento accessorio, necessario al sostegno e all’estensione della tenda” (cfr. anche Cons. St. n. 306 del 2017 e n. 1619 del 2016). Solo al ricorrere di tali caratteristiche, in linea generale, per la pergotenda non serve il permesso di costruire, potendo essere ricondotta all’attività di edilizia libera, in quanto arredo funzionale alla migliore fruizione temporanea dello spazio esterno all’unità a cui accede e, quindi, riconducibile agli interventi manutentivi liberi ai sensi dell’art. 6, comma 1, del d.p.r. 380/2001. Il materiale fotografico prodotto in giudizio dal Comune conferma gli assunti che precedono, essendo evidente che la struttura in questione non può in alcun modo essere ricondotta ad una mera tenda, costituendo invece un’opera edilizia che incide sul territorio trasformandolo, con quanto ne consegue in termini di necessario rilascio del relativo titolo autorizzatorio. 5.2 - Le descritte caratteristiche dell’opera escludono che questa corrisponda a quanto contemplato dalla circolare n. 19137 del 2012 citata dall’appellante e che, come già detto, possa essere considerata un’opera temporanea così da essere ricondotta nell’ambito dell’edilizia libera. Oltretutto, la tesi dell’appellante, facente leva sui materiali utilizzati per la costruzione della struttura, si scontra con l’orientamento in base al quale si deve seguire “non il criterio strutturale, ma il criterio funzionale”, per cui un’opera, se è realizzata per soddisfare esigenze che non sono temporanee, non può beneficiare del regime proprio delle opere precarie, anche quando le opere sono state realizzate con materiali facilmente amovibili (cfr. Consiglio di Stato, Sez. VI, n. 1291 del 1° aprile 2016). Per le stesse ragioni non può nemmeno aderirsi alla prospettata natura pertinenziale della medesima costruzione, dal momento che, stanti le descritte caratteristiche della stessa, seppur collegata al muro di un edificio preesistente, non può essere considerata in senso proprio una pertinenza, in quanto fa corpo con la cosa principale a cui aderisce, di cui modifica la sagoma e ne comporta l’ampliamento, creando nuova volumetria fruibile (cfr. Cons. St. n. 6493 del 2012; Cons. St. n. 3939 e n.4997 del 2013). 5.3 - La successiva rimozione dei parapetti non muta la consistenza dell’abuso, trattandosi in ogni caso di un’opera che per caratteristiche e dimensioni non può comunque ricondursi ad una mera pergotenda. Al riguardo, deve anche osservarsi che la valutazione dell’abuso edilizio presuppone, tendenzialmente, una visione complessiva e non atomistica dell’intervento, giacché il pregiudizio recato al regolare assetto del territorio deriva non dal singolo intervento, ma dall’insieme delle opere realizzate nel loro contestuale impatto edilizio. Ne consegue che l’amministrazione comunale deve esaminare contestualmente l’intervento abusivamente realizzato, e ciò al fine precipuo di contrastare eventuali artificiose frammentazioni che, in luogo di una corretta qualificazione unitaria dell’abuso e di una conseguente identificazione unitaria del titolo edilizio che sarebbe stato necessario o che può, se del caso, essere rilasciato, prospettino una scomposizione virtuale dell’intervento finalizzata all’elusione dei presupposti e dei limiti di ammissibilità dell’intervento (cfr. Cons. Stato n. 3330 del 2012; Corte Cass. n. 8885 del 2017). 6-Alla luce di queste ultime considerazioni deve essere disattesa anche la censura con cui si deduce che la constatazione degli abusi edilizi è avvenuta oltre tre anni dopo la presentazione di alcune DIA, che l’amministrazione non ha mai provveduto ad annullare o revocare. Fermo il principio che non possono ammettersi artificiose frammentazioni dei titoli al fine di legittimare un intervento che, invece, deve essere tendenzialmente valutato complessivamente, le DIA richiamate dall’appellante risultano finalizzate: a) alla pulizia del terreno da piante erbacee ed arbusti, sostituzione della redazione, rimozione di detriti ed altri materiali di risulta, adeguamento del terreno per realizzazione di pavimentazione e pergolato in legno coperto con tenda retrattile (DIA 22 aprile 2004); b) alla sostituzione della scala di accesso con la realizzazione di due rampe (DIA 27 luglio 2004); c) alla realizzazione di parapetti in grigliato di legno, come protezione, lungo i lati che si affacciano su fronte strada su un terreno scosceso (DIA 25 gennaio 2005). Ne consegue che, come correttamente messo in luce dal giudice di primo grado, quanto denunciato dalla società a mezzo delle citate DIA non preludeva affatto alla realizzazione dell’organismo edilizio come innanzi descritto. »
Oggetto:
Sintesi:
Il provvedimento con cui viene ingiunta, sia pure tardivamente, la demolizione di un immobile abusivo non assistito da alcun titolo, per la sua natura vincolata e rigidamente ancorata al ricorrere dei relativi presupposti in fatto e in diritto, non richiede motivazione in ordine alle ragioni di pubblico interesse (diverse da quelle inerenti al ripristino della legittimità violata) che impongono la rimozione dell'abuso; il principio in questione non ammette deroghe neppure nell'ipotesi in cui l'ingiunzione di demolizione intervenga a distanza di tempo dalla realizzazione dell'abuso, il titolare attuale non sia responsabile dell'abuso e il trasferimento non denoti intenti elusivi dell'onere di ripristino.

 
Estratto:
« 7 - Da un altro punto di vista, la dedotta mancata valorizzazione del legittimo affidamento dell’appellante non può inficiare la legittimità del provvedimento impugnato. Tale prospettazione risulta smentita dall’arresto dell’Adunanza Plenaria n. 9 del 2017, in base al quale: “il provvedimento con cui viene ingiunta, sia pure tardivamente, la demolizione di un immobile abusivo e giammai assistito da alcun titolo, per la sua natura vincolata e rigidamente ancorata al ricorrere dei relativi presupposti in fatto e in diritto, non richiede motivazione in ordine alle ragioni di pubblico interesse (diverse da quelle inerenti al ripristino della legittimità violata) che impongono la rimozione dell’abuso. Il principio in questione non ammette deroghe neppure nell’ipotesi in cui l’ingiunzione di demolizione intervenga a distanza di tempo dalla realizzazione dell’abuso, il titolare attuale non sia responsabile dell’abuso e il trasferimento non denoti intenti elusivi dell’onere di ripristino”. »


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